La Sibaritide invisibile: migranti, lavoro nero e marginalità. Alfano: «Basta logica dell’emergenza»
Da Amendolara e Boscarello, fino al blitz nella Piana di Sibari. L’esperto di migrazioni Maurizio Alfano analizza lavoro nero, disagio abitativo e carenza di servizi: «Restituire ai migranti la dimensione di persone e non di nemico»
CORIGLIANO-ROSSANO - Dai fatti tragici di Amendolara e Boscarello fino al recente blitz dei Carabinieri nella piana di Sibari. In questi mesi la cronaca ha spinto l’opinione pubblica e la politica a parlare di migrazioni, caporalato, sfruttamento del lavoro ed emergenza abitativa. Ma proprio il ripetersi ciclico di queste notizie suggerisce la necessità di cambiare prospettiva: ciò che continua a manifestarsi per anni non può essere considerato un fatto eccezionale.
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A sostenerlo è Maurizio Alfano, esperto di migrazioni e scrittore, che in una recente intervista all’Eco dello Jonio ci ha invitato a leggere i movimenti migratori non come una parentesi da gestire in maniera emergenziale, ma come una componente ormai strutturale degli equilibri economici, demografici e sociali contemporanei.
«I flussi migratori rientrano pienamente nel sistema di equilibrio mondiale. Non è più un fenomeno e non è un’emergenza. È qualcosa con cui dobbiamo strutturalmente abituarci a convivere».
Politiche troppo brevi per una realtà strutturale
Se l’economia europea necessita stabilmente di manodopera straniera, allora, secondo Alfano, le politiche dovrebbero concentrarsi sulla capacità di attrarre persone, formarle e creare le condizioni perché possano stabilizzarsi nei territori. A prevalere, invece, sono spesso progetti di durata limitata che, tra programmazione e attuazione, rischiano di diventare operativi quando la realtà migratoria è già cambiata.
Neppure rendere un territorio inospitale per i migranti rappresenta una soluzione perché non necessariamente interrompe i progetti migratori, mentre può aumentare la distanza tra chi arriva e chi già vive nei luoghi.
Il problema, dunque, non è soltanto l’integrazione formale. Un migrante può avere un lavoro e una casa senza sentirsi realmente parte della comunità. È qui che diventa centrale l’interazione. Possibile anche grazie ai cosiddetti “luoghi cerniera” nei quali incontrarsi, e “persone cerniera” capaci di mediare tra mondi differenti.
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A Rossano la marginalità può abitare in centro
Una contraddizione evidente riguarda l’area urbana Rossano. Qui parte della popolazione straniera vive anche lungo importanti arterie del centro cittadino. Un elemento apparentemente positivo rispetto ai processi di espulsione verso le periferie osservati altrove, ma che presenta un altro volto, quello del sovraffollamento abitativo.
Quando molte persone condividono spazi insufficienti, le fragilità economiche e personali possono sommarsi alle conseguenze del viaggio migratorio e alla precarietà lavorativa. È un contesto che può amplificare tensioni e problemi di convivenza.
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«La corresponsabilità c’è sia da un punto di vista giuridico dell’istituzione sia da un punto di vista sociale da parte di ognuno di noi» spiega Alfano. La riflessione non assolve eventuali comportamenti violenti, ma invita a non separarli automaticamente dalle condizioni nelle quali possono maturare.
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Il caporale che sostituisce i servizi pubblici
Il caso di Amendolara conduce direttamente al nodo del caporalato. Alfano descrive un corridoio di circa 150 chilometri, da Mirto Crosia fino a Ginosa, caratterizzato dalla presenza di forme di sfruttamento lavorativo e sessuale.
Il caporale, in questo sistema, non recluta soltanto manodopera: procura il lavoro, interviene sull’alloggio e organizza il trasporto. Finisce così per offrire, illegalmente e attraverso rapporti di dipendenza, risposte che il sistema pubblico non riesce sempre a garantire in maniera coordinata.
I mezzi utilizzati dai caporali vengono paragonati a una sorta di “metropolitana leggera” che attraversa il territorio collegando lavoratori, abitazioni e campi.
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«Il caporale oggi risponde a una triplice funzione sociale quasi, mettendosi in competizione con sistemi pubblici che invece non dialogano tra loro». È uno dei punti cruciali dell’analisi. Contrastare il caporalato esclusivamente attraverso la repressione significa intervenire sugli effetti senza eliminare gli spazi lasciati liberi da trasporti, politiche abitative e servizi per il lavoro.
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Quando il lavoro nero diventa normalità
A rafforzare questi circuiti intervengono le difficoltà che accompagnano alcuni percorsi migratori e amministrativi. Quando l’accesso a un’occupazione regolare diventa particolarmente complesso, il lavoro nero può rappresentare l’unica possibilità immediatamente disponibile.
Il rischio è che una condizione inizialmente provvisoria si normalizzi. Più a lungo una persona rimane nel circuito dello sfruttamento, più difficile può diventare immaginare un’alternativa, rivendicare i propri diritti o denunciare.
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La relazione tra migrazione e illegalità viene così rovesciata rispetto a una rappresentazione ricorrente: «I migranti sono attratte dentro questi sistemi e ne sono vittime, non sono i carnefici».
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Boscarello: marginalità culturale o rassegnazione?
Il caso di Boscarello apre invece un interrogativo differente. Alcune persone vivevano da molti anni in condizioni estremamente precarie: è possibile spiegare una permanenza così lunga attraverso ragioni culturali?
Alfano respinge l’idea che determinate condizioni abitative possano essere attribuite automaticamente all’appartenenza etnica. Riconduce, anche sulla base della propria esperienza con una comunità romena di etnia rom, a un problema più concreto: quali possibilità ha realmente una famiglia straniera vulnerabile di accedere a un normale contratto di affitto, soprattutto quando manca un lavoro stabile?
Possono naturalmente esistere scelte individuali di marginalità. Altra cosa è, però, trasformarle in una caratteristica di intere comunità.
Per Boscarello la chiave individuata è piuttosto quella della rassegnazione: tentativi falliti e opportunità sfumate possono sedimentarsi fino a far percepire una condizione precaria come l’unica possibile.
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È in questo contesto che emerge la provocatoria definizione di «obsolescenza umana programmata»: persone necessarie quando servono come forza lavoro, ma progressivamente marginalizzate quando quella funzione viene meno.
Sibaritide, il disagio che non si vede
C’è infine una specificità territoriale. A differenza di Rosarno e San Ferdinando, dove grandi tendopoli rendono immediatamente visibili centinaia o migliaia di lavoratori, nella Sibaritide il disagio è maggiormente disperso.
Piccoli insediamenti e sistemazioni precarie si distribuiscono sul territorio e possono diventare più visibili durante le raccolte. La marginalità, dunque, esiste ma si “polverizza”, rischiando di essere sottovalutata anche nella distribuzione delle risorse.
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A indicare l’estensione del lavoro sommerso sarebbe anche il confronto, ricordato da Alfano, tra produzione agricola e giornate dichiarate all’Inps: lo scarto stimato arriverebbe ad almeno 250mila giornate lavorative.
Un dato che rafforza una considerazione: ciò che è meno visibile non è necessariamente meno grave.
«Restituire ai migranti la dimensione di persone»
Da dove ripartire, allora? Prima ancora che dalle risorse, dal superamento della logica dell’emergenza. Associare costantemente le migrazioni a una situazione emergenziale significa collocarle semanticamente nell’ambito del pericolo. E quando questa rappresentazione diventa permanente, il rischio è che sia lo stesso migrante a essere percepito come una minaccia.
«La prima cosa che dobbiamo fare è restituire la dimensione di persone ai migranti e non di nemico».
Ciò non significa negare problemi di legalità, convivenza e sfruttamento, ma affrontarli nella loro complessità e senza letture ideologiche. Anche la narrazione pubblica, secondo Alfano, dovrebbe sottrarsi tanto alla rappresentazione dello straniero come pericolo quanto a quella opposta, incapace di riconoscere contraddizioni e conflitti.
Corigliano-Rossano, del resto, conosce le migrazioni da decenni. I primi arrivi di cittadini marocchini risalgono agli anni Settanta e oggi sul territorio vivono seconde e terze generazioni. Una storia che, per Alfano, dovrebbe consentire alla comunità di costruire propri «anticorpi sociali e culturali».
Amendolara, Boscarello, le case sovraffollate di Corigliano-Rossano e il lavoro nei campi della Sibaritide finiscono così per raccontare aspetti diversi della stessa questione. Casa, trasporti, lavoro, accoglienza e legalità non possono essere affrontati separatamente.
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Se il mercato abitativo esclude, aumentano sovraffollamento e insediamenti informali; se il lavoro regolare rimane difficilmente accessibile, cresce il potere di chi offre quello nero.
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Ed è forse questa la contraddizione principale indicata da Alfano: continuare a chiamare emergenza una realtà ormai strutturale rischia di trasformare l’emergenza stessa in una condizione permanente.