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Caporalato, nella Piana di Sibari il lato oscuro di un distretto agricolo da 2 milioni di giornate

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CORIGLIANO-ROSSANO - Se la Piana di Gioia Tauro resta il simbolo storico e abitativo del caporalato calabrese, la Piana di Sibari oggi è l’area in cui il fenomeno è più esteso, più mobile: meno visibile nelle forme del ghetto, ma più diffusa nei territori, nelle filiere, nei trasporti, nel lavoro grigio e nelle reti di intermediazione. E la Calabria del nord-est è diventata quindi il simbolo silenzioso di un paradosso gigantesco: da una parte filiere ricche, export, clementine, agrumi, ortofrutta, imprese capaci di stare sui mercati decantato da istituzioni e politica; dall’altra un esercito mobile, stagionale, spesso invisibile, fatto di braccianti stranieri, lavoro grigio, trasporti informali, giornate dichiarate meno di quelle realmente lavorate, contratti che non sempre proteggono e intermediazioni illecite che continuano a riempire il vuoto lasciato dai canali ordinari del mercato del lavoro.

Il numero di partenza è quello più aggiornato: secondo i ricercatori Cnr-Ismed Giovanni Ferrarese e Donato Di Sanzo, curatori dell’ultimo Rapporto Agromafie e Caporalato, pubblicato appena ieri (3 giugno) nel settore agricolo calabrese si stima la presenza di 11.000-12.000 lavoratori impiegati in condizioni di irregolarità. In provincia di Cosenza il fenomeno interessa soprattutto Corigliano-Rossano, Cassano Jonio, Tarsia e Trebisacce, con manodopera straniera proveniente in particolare da India, Marocco e Mali.

Il punto, però, è che nella Piana di Sibari – come dicevamo - il caporalato non sempre ha la forma vistosa del ghetto. Anche perché qui, alle nostre latitudini, si è innescato un altro processo sibillino che vede conniventi tutti: ed il mercato nero degli immobili. Decine di appartamenti sfitti, spesso in centro città, vengono occupati da stranieri spesso irregolari che pagano quote d’affitto irrisorie a fronte di appartamenti che arrivano ad ospitare fino a 10/12 persone. Basta farsi un giro nel centro di Rossano scalo o di Schiavonea per rendersi conto facilmente di questo fenomeno.

Lo stesso Piano Locale Multisettoriale di Corigliano-Rossano, stilato nel 2023, segnala che proprio l’assenza di grandi insediamenti informali contribuisce ad abbassare la percezione pubblica del fenomeno. Tant’è che nella Piana di Sibari il lavoro sfruttato è più disperso e si dipana verso altri orizzonti: la Piana del Vallo di Diano e il Metapontino. Molti dei lavoratori stranieri, regolari, semiregolari o irregolari, che si spostano stagionalmente per lavoro verso questi centri risiedono nella Sibaritide. Tant’è che i 4 lavoratori uccisi ad Amendolara viaggiavano verso Policoro partendo proprio da Corigliano-Rossano.

La vera “bomba” è Corigliano-Rossano con numeri che fanno paura

La Piana di Sibari, però, resta non solo l’hub logistico di questi schiavi ma anche il punto focale del fenomeno del lavoro sottopagato e del caporalato. Ben 13 comuni del territorio del nord-est hanno punte di occupazione agricola pari al 24%. E tra questi Corigliano-Rossano rimane il centro predominante, soprattutto per la raccolta delle clementine. Basti pensare che nell’area compresa tra il fiume Trionto e il fiume Crati se ne producono circa 357 mila tonnellate, cioè il 53% del totale nazionale, per un valore alla produzione di 120 milioni di euro e un export di circa 90 milioni.

È dentro questo volume agricolo che si inserisce la questione del lavoro. La ricerca sulla Piana di Sibari, realizzata nell’ambito del progetto FAMI Su.Pr.Eme., richiama i dati INPS sugli operai agricoli a tempo determinato nell’Arco Jonico: 4,8 milioni di giornate complessive, di cui la maggior parte, 2 milioni, svolte nella Piana di Sibari. La media indicata è di 93,8 giornate annue per operaio, quindi sotto la soglia delle 101 giornate regolari. Che solitamente sono sempre molte di più.

Il dato più utile per dare volume al fenomeno è ancora quello di Corigliano-Rossano. L’elenco nominativo annuale INPS degli operai agricoli a tempo determinato, compartecipanti familiari e piccoli coltivatori diretti residenti nel Comune, relativo al 2021 e richiamato nel Piano Locale Multisettoriale, conta 11.381 lavoratori agricoli, di cui 3.423 di origine straniera, pari al 30%.

Dentro quei 3.423 lavoratori stranieri, la componente principale è comunitaria. I lavoratori agricoli romeni sono 1.875, pari al 16,5% del totale complessivo e al 55% dei lavoratori stranieri; i bulgari sono 348, pari al 5% del totale e al 10% degli stranieri; i pakistani sono 212, pari all’1,9% del totale e al 6% degli stranieri; i marocchini sono 212, pari all’1,7% del totale e al 5,7% degli stranieri; seguono ucraini, 133, e polacchi, 108.

Il Piano segnala anche una stima comunale importante: accanto alla popolazione straniera residente, nel territorio di Corigliano-Rossano ci sarebbero circa 3.000 stranieri irregolari coinvolti in attività lavorativa, non sempre stanziali, in prevalenza cittadini comunitari indigenti o senza fissa dimora; nei momenti di picco dell’anno, la presenza complessiva straniera sul territorio arriverebbe a quasi 10.000 persone.

Lavoro grigio, non solo nero: il contratto c’è, ma non basta

Il Cnr-Ismed insiste su un punto decisivo: dentro gli 11-12 mila lavoratori agricoli irregolari stimati in Calabria non c’è soltanto lavoro nero. C’è anche molto lavoro grigio: rapporti formalmente regolari, ma con orari superiori a quelli dichiarati, paghe assimilabili al cottimo, giornate reali non registrate e contratti usati come copertura.

Lo stesso quadro emerge dal Piano Locale Multisettoriale: molti lavoratori e lavoratrici, spesso migranti ma non solo, risultano formalmente reclutati con un contratto, ma restano vittime di sfruttamento attraverso pratiche come i “salari yo-yo”, cioè somme regolarmente pagate e poi in parte restituite sotto ricatto, oppure buste paga che non corrispondono alle giornate effettive. Il documento parla espressamente di buste paga finte, contratti fittizi, falsa contribuzione, indebita percezione di indennità, assenza di tutele, evasione fiscale e mancato rispetto delle norme.

Il nodo dei trasporti: furgoni da 9-12 posti e mobilità in mano a reti informali

Uno degli indicatori più concreti del controllo sui braccianti è il trasporto. Il Piano Locale Multisettoriale scrive che, per raggiungere buona parte delle aree destinate alle coltivazioni stagionali nella Piana di Sibari e nel Comune di Corigliano-Rossano, i lavoratori stranieri stagionali, in prevalenza comunitari, sono quasi sempre obbligati a usare un sistema organizzato di trasporto privato basato su furgoni e navette da 9-12 posti. Il documento segnala che questo sistema è stato largamente in mano a organizzazioni irregolari e ha prodotto anche rivalità tra caporali romeni e bulgari, con incendi di furgoni destinati al trasporto dei braccianti; dopo la pandemia, secondo lo stesso documento, si sarebbe ridotto il numero dei trasportatori comunitari e sarebbe aumentato quello dei caporali pakistani.

E allora, dopo Amendolara, nessuno potrà più dire di non sapere. Non potranno dirlo le istituzioni, non potranno dirlo le organizzazioni agricole, non potranno dirlo i sindacati, non potranno dirlo i Comuni, non potrà dirlo la politica. La Piana di Sibari non è soltanto il giardino produttivo della Calabria, il distretto delle clementine, dell’ortofrutta, dell’export e delle eccellenze raccontate nei convegni. È anche un enorme ventre sociale nel quale, da anni, si muovono migliaia di uomini e donne che lavorano, abitano, viaggiano e sopravvivono dentro una zona grigia che fa comodo a troppi.

La strage di Amendolara non è un fulmine a ciel sereno. È il punto più nero di un sistema che ha continuato a produrre ricchezza da una parte e marginalità dall’altra. Un sistema che conosce i campi ma non sempre conosce i nomi di chi li lavora; che misura le tonnellate raccolte ma non sempre le giornate reali; che conta l’export ma non sempre conta i corpi che si spezzano dentro la filiera.

Redazione Eco dello Jonio
Autore: Redazione Eco dello Jonio

Ecodellojonio.it è un giornale on-line calabrese con sede a Corigliano-Rossano (Cs) appartenente al Gruppo editoriale Jonico e diretto da Marco Lefosse. La testata trova la sua genesi nel 2014 e nasce come settimanale free press. Negli anni a seguire muta spirito e carattere. L’Eco diventa più dinamico, si attesta come web journal, rimanendo ad oggi il punto di riferimento per le notizie della Sibaritide-Pollino.