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Il ghetto invisibile, la bomba sociale della Sibaritide dove le baraccopoli stanno in appartamenti e condomini

3 minuti di lettura

CORIGLIANO-ROSSANO – La tragedia dei quattro braccianti agricoli che hanno perso la vita nel rogo di un minivan lungo la Statale 106 ad Amendolara, nei pressi di una stazione di servizio, ha riportato al centro dell'attenzione mediatica e politica le condizioni di vita dei lavoratori stranieri impiegati nelle campagne calabresi. Secondo le ipotesi investigative, l'incendio sarebbe stato appiccato da due presunti caporali, riaccendendo i riflettori non soltanto sul fenomeno del caporalato, ma anche sulle condizioni abitative, salariali e sociali di migliaia di immigrati che vivono e lavorano nel territorio.

Una realtà che riguarda da vicino anche Corigliano-Rossano, dove da tempo si registra una presenza sempre maggiore di lavoratori stranieri, in larga parte impiegati nel settore agricolo. Passeggiando per le principali vie della città, soprattutto nelle zone centrali e nelle aree a maggiore densità abitativa, è evidente l'aumento del numero di immigrati e, parallelamente, il crescente utilizzo di abitazioni condivise da numerosi cittadini stranieri.

Il fenomeno del sovraffollamento abitativo rappresenta uno degli aspetti più delicati dell'emergenza sociale che interessa il territorio. In alcuni casi, secondo quanto emerge da segnalazioni raccolte tra residenti e operatori del settore, all'interno degli appartamenti indicati - di dimensioni piuttosto contenute - arriverebbero a convivere anche 10-15 persone. Situazioni che possono essere il risultato di contratti regolari, ma che in altri casi sfociano nell'occupazione abusiva o in forme di locazione non dichiarate. Che il fenomeno esista è confermato anche dalle attività investigative condotte negli ultimi anni sul territorio. L'ultima operazione risale al febbraio scorso. Le forze dell'ordine, coordinate dalla Procura della Repubblica di Castrovillari, hanno eseguito una serie di controlli finalizzati a verificare presunte situazioni di sfruttamento lavorativo, irregolarità abitative e fenomeni collegati all'immigrazione (leggi qui).

Le conseguenze di questo fenomeno - è utile ricordarlo - sono molteplici: condizioni di vita spesso precarie, con spazi insufficienti, poca privacy e condizioni igienico-sanitarie scarse, da un lato; dall'altro tensioni e disagi nei quartieri interessati, frutto di un malessere alimentato dalla convivenza forzata.

Da qui nasce una domanda inevitabile: com'è possibile che abitazioni con numerosi occupanti possano essere affittate, che vengano effettuati accertamenti anagrafici e che si concedano residenze e domicili allo stesso civico e sullo stesso piano senza che emergano eventuali situazioni di irregolarità? Quali controlli vengono effettuati e quali strumenti hanno a disposizione gli enti pubblici per monitorare il fenomeno?

È bene sapere che esistono dei requisiti abitativi previsti dalla normativa nazionale. Il Decreto Ministeriale del 5 luglio 1975 stabilisce infatti i parametri minimi per l'idoneità degli alloggi. La norma prevede una disponibilità di almeno 14 metri quadrati per persona per i primi quattro occupanti e di 10 metri quadrati per ciascun abitante successivo. Le camere singole devono avere una superficie minima di 9 metri quadrati, quelle doppie almeno 14 metri quadrati, mentre il soggiorno non può essere inferiore a 14 metri quadrati.

Parametri che, se applicati rigorosamente, renderebbero incompatibile la presenza di un numero elevato di persone all'interno di appartamenti di dimensioni ridotte. Tuttavia, la difficoltà maggiore resta proprio l'emersione delle situazioni irregolari, spesso nascoste dietro subaffitti, ospitalità informali o rapporti non registrati.

A fornire alcuni elementi di chiarimento sul tema è l'assessore comunale alle Politiche sociali, Marinella Grillo, che ricorda il lavoro svolto dall'amministrazione attraverso diversi progetti dedicati all'inclusione e all'accoglienza dei cittadini stranieri.

«Il Comune – spiega – è impegnato da tempo in percorsi strutturati di accompagnamento e integrazione attraverso programmi come Su.Pre.Me, il progetto SAI e AgriEtic. Si tratta di strumenti importanti che consentono di intercettare situazioni di fragilità e offrire alternative concrete».

I numeri testimoniano un'attività costante: nel progetto Su.Pre.Me risultano infatti 395 persone profilate, mentre nel progetto SAI 24, con una capienza massima di 60 posti destinati all'accoglienza integrata.

«Purtroppo – aggiunge l'assessore – il problema principale resta il sommerso. È una realtà che il Comune da solo non riesce a fronteggiare. Per questo motivo, è fondamentale continuare a fare rete con la Prefettura, le forze dell'ordine, il terzo settore e tutti gli attori coinvolti. I percorsi di inserimento regolare esistono, ma vanno sostenuti e soprattutto bisogna far capire alle persone che esistono alternative ai circuiti illegali».

La vicenda di Amendolara ha riportato l'attenzione su una realtà che da anni interessa anche il territorio della Sibaritide. Al di là delle responsabilità – che bisognerà individuare - l’episodio ha riacceso il dibattito sulle condizioni di vita dei lavoratori stranieri, sulla capacità di controllo del territorio e sull'efficacia degli strumenti messi in campo per contrastare sfruttamento, abusivismo abitativo e marginalità sociale.

Rita Rizzuti
Autore: Rita Rizzuti

Nata nel 1994, laureata in Scienze Filosofiche, ho studiato Editoria e Marketing Digitale. Amo leggere e tutto ciò che riguarda la parola e il linguaggio. Le profonde questioni umane mi affascinano e mi tormentano. Difendo sempre le mie idee.