Aeroporto di Sibari, ora parlano gli esperti: «Lo Jonio ha le condizioni per costruire uno scalo territoriale»
Dopo l’analisi logistica del professor Domenico Gattuso arriva quella aeronautica di Michele Buonsanti: Scalea indica una strada replicabile nella Piana, tra turismo, imprese e cargo
CORIGLIANO-ROSSANO - Due professori universitari, due competenze differenti e una conclusione che comincia ad assumere il peso di una vera ipotesi infrastrutturale: un aeroporto territoriale nella Sibaritide non è una fantasia campanilistica, ma una possibilità che merita di essere studiata seriamente.
Dopo l’analisi del professor Domenico Gattuso, docente di Logistica e Trasporti all’Università Mediterranea di Reggio Calabria, che sulle pagine de L’Eco dello Jonio ha indicato Sibari come possibile nodo di una piattaforma integrata tra aeroporto, porto di Corigliano, ferrovia ionica e Statale 106, arriva adesso il contributo del professor Michele Buonsanti, esperto di infrastrutture aeronautiche e sicurezza della navigazione aerea.
Le due posizioni partono da prospettive diverse, ma finiscono per completarsi. Gattuso ha spiegato a che cosa dovrebbe servire un aeroporto nella Piana: non a sfidare Lamezia o Crotone, ma a intercettare una domanda di mobilità oggi esclusa dal sistema e a sostenere una piattaforma logistica della Calabria ionica, con particolare attenzione alle produzioni pregiate e deperibili. Buonsanti entra invece nel merito del come potrebbe funzionare, indicando il modello della Regional Air Mobility (RAM), il vantaggio dell’orografia pianeggiante, l’esistenza di Sibari Fly e la possibilità di utilizzare velivoli commuter per passeggeri e piccoli carichi.
L’analisi di Gattuso, pubblicata da L’Eco dello Jonio nell’articolo “Aeroporto di Sibari, la sfida è costruire una piattaforma logistica per la Calabria ionica”, aveva già spostato il dibattito dalla semplice rivendicazione dello scalo alla necessità di costruire un sistema integrato dei trasporti. Buonsanti aggiunge ora la componente aeronautica e operativa, rafforzando il dossier con una seconda voce accademica qualificata.
Non siamo ancora davanti a uno studio di fattibilità. Ma non siamo più neppure dentro una discussione alimentata soltanto dalla politica o, peggio ancora, dalle rivendicazioni di campanile. Quando un esperto di logistica e trasporti e un professore di sicurezza del volo arrivano, per strade autonome, a indicare la stessa area e la stessa necessità, la questione non può più essere liquidata come una suggestione locale.
Chi è Michele Buonsanti
Michele Buonsanti è ingegnere e architetto, professore presso il Dipartimento DICEAM dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, dove insegna, nel corso di laurea magistrale in Ingegneria civile dei trasporti, Modelli per la sicurezza del volo e Procedure e sicurezza della navigazione aerea.
È responsabile del laboratorio MAAL – Micromechanics Aeronautics and Aerospace Laboratory e autore, da solo o con altri ricercatori, di oltre cento lavori pubblicati in ambito internazionale.
Dal 2020 è stato selezionato dallo Stato Maggiore della Difesa per partecipare a un gruppo di ricerca NATO su processi di simulazione e modellazione in scenari complessi. Dal 2012 collabora con l’Ispettorato Sicurezza Volo dell’Aeronautica Militare attraverso attività di ricerca, seminari e conferenze nei corsi per ufficiali della Sicurezza Volo.
Ha inoltre svolto attività con il Centro Sperimentale Volo dell’Aeronautica Militare su problemi di delaminazione del velivolo Eurofighter, è stato componente del gruppo Sicurezza Volo dell’Aero Club d’Italia e, dal 2019, presiede la relativa commissione. Già progettista di infrastrutture aeronautiche per enti pubblici e società private e consulente di diverse amministrazioni, è anche pilota civile dal 1981.
Una biografia professionale che qualifica il contributo e lo colloca ben oltre la normale presa di posizione politica.
L'esperienza Scalea indica una strada
La riflessione di Buonsanti parte dalla trasformazione dell’aviosuperficie di Scalea in aeroporto territoriale e dal suo inserimento nel progetto Enac della Regional Air Mobility.
L’accordo tra Enac, Enac Servizi, Regione Calabria e Comune di Scalea ha formalmente avviato l’iter per lo sviluppo e la riqualificazione dello scalo tirrenico. L’obiettivo dichiarato è rafforzare i collegamenti tra comunità, territori e sistemi economici locali attraverso una mobilità aerea su distanze brevi.
Il presidente dell’Enac, Pierluigi Di Palma, ha definito l’intesa uno strumento strategico per ridurre le distanze, favorire la coesione territoriale e creare nuove opportunità di sviluppo.
Buonsanti considera la scelta «positivissima», perché Scalea si trova quasi a metà della lunga distanza che separa gli aeroporti di Lamezia Terme e Salerno. Un’area che, senza uno scalo intermedio, rischierebbe di rimanere difficilmente collegata alla mobilità aerea, soprattutto per turismo, lavoro e trasporto di merci.
Il docente introduce però anche una puntualizzazione tecnica. La trasformazione dovrà tenere conto della particolare orografia dell’area e delle condizioni di avvicinamento, soprattutto da est, dove la presenza di rilievi collinari e montuosi può creare criticità operative. Anche l’avvicinamento dal mare deve essere valutato con attenzione nelle procedure di mancato atterraggio e nuova salita dell’aeromobile. Ed è proprio da questo confronto che emerge uno dei possibili vantaggi della Sibaritide.
La Piana favorita dall'orografia
Secondo il docente dell'Università di Reggio Calabria, la conformazione geometrica della Calabria e il suo attuale sistema infrastrutturale renderebbero logico immaginare un’infrastruttura analoga anche sul versante opposto, lungo la costa ionica.
La Piana di Sibari, sostanzialmente priva di ostacoli naturali immediatamente prossimi alle possibili direttrici di volo, presenterebbe condizioni favorevoli per la realizzazione o l’adeguamento di uno scalo territoriale.
Un’orografia pianeggiante può agevolare la progettazione, ridurre alcune complessità tecniche e aumentare le garanzie di sicurezza operativa. Naturalmente ogni ipotesi dovrebbe essere sottoposta a studi specifici su orientamento della pista, venti, procedure di decollo e atterraggio, ostacoli, compatibilità ambientale e sostenibilità economica. Ma il punto sollevato dal docente è chiaro: la Sibaritide dispone di condizioni naturali che rendono almeno doveroso approfondire la fattibilità dell’opera.
Non solo turismo
La proposta assume una dimensione ancora maggiore se letta dentro il sistema economico della Calabria ionica e della vicina Basilicata.
Nel nostro precedente approfondimento “Aeroporto Scalea-Maratea: paillettes sul Tirreno e quasi 3 miliardi dimenticati sullo Jonio”, avevamo evidenziato il paradosso di due Regioni capaci di costruire una strategia comune sul Tirreno, ma ancora prive di una regia integrata tra Sibaritide e Metapontino.
Tra Sibari e Metaponto esiste già una grande piattaforma agricola e agroalimentare. Agrumi, olio, ortofrutta, fragole, drupacee, vivaismo, cereali e produzioni trasformate si muovono però quasi esclusivamente su gomma, senza un sistema stabile che colleghi campi, magazzini, ferrovia, porto e mercati.
In questa architettura, il trasporto aereo non sostituirebbe strada, ferrovia e porto. Avrebbe una funzione di nicchia, ma importante, per merci urgenti, prodotti ad alto valore, campionature, vivaismo e produzioni rapidamente deperibili.
Un aeroporto territoriale della Sibaritide potrebbe inoltre sostenere il turismo della Piana, dell’Alto Jonio e del Pollino, servendo un bacino che comprende villaggi, strutture ricettive, porti turistici e decine di migliaia di posti letto.
Per Buonsanti, lo scalo potrebbe dialogare anche con Crotone, contribuendo a rafforzarne la funzione di nodo di connessione per passeggeri e merci provenienti dalla vasta area calabro-lucana.
Non una struttura contro gli aeroporti esistenti, dunque, ma un’infrastruttura complementare dentro una rete più ampia.
SibariFly: non si parte dal nulla
La Sibaritide, inoltre, non partirebbe da zero. Nella Piana esiste già l’aviosuperficie privata Sibari Fly, nata dall’iniziativa di un imprenditore locale. Secondo quanto ricostruito da Buonsanti, la struttura dispone di una pista superiore agli ottocento metri, una scuola di volo nazionale, servizi di manutenzione, rifornimento, hangaraggio e un’area di parcheggio.
Non significa che Sibari Fly sia automaticamente la sede del futuro aeroporto territoriale. Significa, però, che esiste già un’infrastruttura aeronautica sulla quale avviare verifiche.
Le possibilità sarebbero almeno due: studiare l’adeguamento e il prolungamento della pista esistente oppure individuare un’altra area, qualora gli approfondimenti tecnici e ambientali indicassero una soluzione più adatta.
Il criterio non dovrebbe essere difendere una localizzazione precostituita, ma costruire la funzione che serve al territorio.
Buonsanti richiama anche il precedente dell’aviosuperficie di Pisticci, nata dall’ex campo Eni, adeguata nel 2010 e poi chiusa nel 2017. Una vicenda che dimostra come non basti realizzare una pista: servono domanda reale, gestione, servizi, collegamenti e una strategia economica capace di sostenere l’infrastruttura nel tempo.
L’ipotesi - letta in una fase iniziale e di avvio di quello che potrebbe essere il più ampio sviluppo dell'aeroportualità nella Sibaritide - non riguarda grandi jet né un aeroporto tradizionale costruito in concorrenza con Lamezia, Bari o Crotone. Buonsanti guarda alla classe dei velivoli commuter, cioè aeromobili destinati a collegamenti brevi e con capacità contenuta. In Italia, nella categoria richiamata dal docente, rientrano plurimotori a elica con una capacità fino a diciannove passeggeri e un peso massimo al decollo non superiore a 8.620 chilogrammi.
Questi velivoli, in relazione al modello e alle condizioni operative, possono utilizzare piste in asfalto o in erba comprese indicativamente tra mille e milleduecento metri. Nel contributo vengono citate, a titolo esemplificativo, le famiglie King Air, Dornier e il Tecnam P2012. Si tratta di aeromobili capaci di trasportare da nove a diciannove passeggeri oppure carichi limitati di merci.
Ora serve il coraggio di fare sistema
Il contributo del professor Buonsanti si aggiunge a quello del professor Gattuso e consegna al territorio un elemento nuovo: il conforto tecnico. Ma proprio per questo, adesso, deve aprirsi necessariamente un confronto territoriale serio.
Perché alle nostre latitudini restano da superare almeno due grandi gap. Il primo è quello della diffidenza della comunità. Ed è comprensibile. La Sibaritide sente parlare di aeroportualità da decenni, tra annunci, ipotesi e promesse rimaste spesso senza seguito.
Il secondo gap è quello della frammentazione del potenziale. Questo territorio ha imprese, produzioni, turismo, portualità, agricoltura e un volume economico importante, ma troppo spesso ogni settore continua a muoversi dentro il proprio recinto.
La vera sfida non è soltanto costruire un aeroporto. È costruire una visione. Serve una cabina di regia che metta insieme istituzioni, imprese, università, operatori logistici, mondo agricolo e turistico per convergere verso un obiettivo comune: trasformare la Calabria del nord-est in una grande piattaforma economica e turistica integrata.
Perché un aeroporto, da solo, non cambia un territorio. Ma un territorio che finalmente decide di fare sistema può anche arrivare a meritarselo.