Aeroporto Scalea-Maratea: paillettes sul Tirreno e quasi 3 miliardi dimenticati sullo Jonio
Occhiuto e Bardi annunciano l’aeroporto condiviso, ma tra Sibaritide e Metapontino esiste già un’enorme piattaforma agricola. Unendo produzioni, ferrovia, porto e catena del freddo potrebbe diventare la Food Valley dello Jonio
CORIGLIANO-ROSSANO - Paillettes e cotillon per l’aeroporto di Scalea-Maratea nel salotto estivo di Nicola Porro. Ma mentre Roberto Occhiuto e Vito Bardi celebrano la nuova alleanza turistica tra Calabria e Basilicata, i due governatori dimenticano di avere tra le mani un sistema agroalimentare che, se organizzato e infrastrutturato a dovere, potrebbe arrivare a valere 2 miliardi di euro l’anno.
È quello formato dal Metapontino e dalla Sibaritide: due grandi pianure praticamente contermini, divise più dai confini regionali che dall’economia reale.
Non mancano terra, produzioni e imprese. Manca il sistema. Non esiste una regia interregionale, non c’è una piattaforma logistica comune (in realtà, almeno per quello che riguarda la parte calabra non c'è proprio la piattaforma logistica!) e nessuno ha ancora collegato stabilmente campi, magazzini, ferrovia, porto e mercati.
Se c’è una sfida che Calabria e Basilicata dovrebbero affrontare insieme, oltre al nuovo scalo tirrenico, è proprio questa: costruire la Food Valley dello Jonio.
Un principio giusto, ma da portare anche sullo Jonio
L’idea di associare Maratea all'aeroporto RAM di Scalea è positiva. Significa considerare l’Alto Tirreno calabrese e la costa lucana come un’unica destinazione, capace di attrarre un turismo internazionale e con maggiore capacità di spesa.
Bardi ha spiegato che la collaborazione tra regioni confinanti può superare i limiti amministrativi e produrre sviluppo. È esattamente questo principio che dovrebbe essere applicato anche alla fascia ionica.
Tra Sibari e Metaponto - tralasciando tutto il potenziale turistico che c'è tra villaggi, porti privati e posti letto che sfiorano le 50mila unità - esiste già una lunga piattaforma agricola. Da una parte le fragole, gli ortaggi e la frutta precoce del Metapontino; dall’altra le clementine, gli agrumi, l’olio, l’ortofrutta e i cereali della Sibaritide.
Produzioni differenti, spesso complementari, che condividono gli stessi problemi: costi elevati, difficoltà di trasporto, dipendenza dagli intermediari e scarso potere contrattuale.
Il Metapontino parte da 224 milioni di produzione ortofrutticola
Il Distretto agroalimentare di qualità del Metapontino è già formalmente riconosciuto. La Regione Basilicata gli attribuisce 5 mila imprese, 8 mila addetti, 2,2 milioni di giornate lavorative e 224 milioni di euro di produzione lorda vendibile ortofrutticola.
Nel distretto ricadono circa 24 mila dei 28 mila ettari ortofrutticoli della Basilicata, dai quali proviene approssimativamente l’85% della produzione regionale del comparto.
Il dato dei 224 milioni rappresenta la sola produzione ortofrutticola rilevata nella scheda istituzionale, non tutto ciò che gira attorno all’agricoltura metapontina. Vanno considerate anche le altre colture, il confezionamento, i vivai, i magazzini, la trasformazione e il commercio.
Per questo, ricostruendo l’intera filiera, il valore economico allargato del Metapontino può essere collocato indicativamente tra 500 e 700 milioni di euro l’anno.
La Sibaritide, un distretto con un nome ma senza anima... da 20 anni
Per la Sibaritide il calcolo è più difficile, perché non esiste un perimetro amministrativo e statistico unico. È però evidente la presenza di un distretto agricolo di fatto, che esiste sulla carta dal lontano 2006 e che è esteso tra Corigliano-Rossano, Cassano, Villapiana, Trebisacce, Terranova da Sibari e la fascia collegata alla Piana. Sulla carta, dicevamo, ma di fatto mai realizzato perché nessuno, né imprese né le istituzioni, ha mai costruito di fatto la struttura amministrativa e logistica per farlo decollare
Qui si concentrano agrumicoltura, olivicoltura, ortofrutta, cerealicoltura, riso, viticoltura, magazzini, frantoi, cooperative e imprese commerciali.
Incrociando la dimensione delle colture con le attività di lavorazione e distribuzione, la filiera allargata della Sibaritide può essere stimata tra 600 e 800 milioni di euro l’anno.
Un sistema che vale già circa 3 miliardi
Mettendo insieme i due territori si ottiene una filiera agroalimentare che può essere stimata oggi attorno a 1,3 miliardi di euro, con una forbice prudenziale compresa tra 1,1 e 1,5 miliardi.
È un valore importante, ma ancora frammentato tra due Regioni, migliaia di aziende, consorzi e operatori che vendono spesso separatamente. Il limite non è quanto si produce. È quanto poco valore rimane nei luoghi in cui si produce.
Frutta e ortaggi sono deperibili. Un agricoltore senza celle frigorifere e senza mercati alternativi deve vendere rapidamente. Chi compra, invece, può aspettare e scegliere.
È la stessa Commissione europea ad aver riconosciuto che proprio la deperibilità dell’ortofrutta pone i produttori in una condizione permanente di debolezza negoziale. E in questo meccanismo risiede, probabilmente, il mancato sviluppo dell'agroalimentare della Sibaritide in primis. Le organizzazioni dei produttori servono ad aggregare l’offerta, gestire insieme lavorazione e vendita, ridurre i costi e rafforzare il potere contrattuale verso trasformatori e distribuzione. E qui questo non avviene.
Bruxelles segnala inoltre che i forti squilibri tra piccoli fornitori e grandi acquirenti rendono la filiera vulnerabile alle pratiche commerciali scorrette. In parole povere: il produttore isolato domanda quanto gli verrà pagato il raccolto. Mentre una Food Valley organizzata potrebbe presentare volumi, qualità, calendario delle consegne e condizioni di vendita. Non detterebbe i prezzi mondiali, certo, ma smetterebbe almeno di subirli senza alternative.
Una piattaforma logistica tra Sibari e Metaponto
Proprio l'idea di una Food Valley dovrebbe poggiare su due poli logistici collegati lungo la direttrice Sibari-Metaponto. Servirebbero centri di raccolta, pre-raffreddamento, celle frigorifere, confezionamento, trasformazione, servizi fitosanitari e terminal capaci di formare carichi completi.
La ferrovia sarebbe decisiva per raggiungere i mercati nazionali ed europei. Oggi in Italia il 92,1% delle merci terrestri viaggia su strada e soltanto il 7,9% su ferrovia. Ma una singola azienda agricola non può riempire un convoglio. Due distretti uniti, con oltre un miliardo di euro di produzioni e lavorazioni, invece sì; potrebbero farlo.
Il porto di Corigliano potrebbe invece servire il prodotto trasformato, l’olio, il vino, i surgelati, i succhi e i container refrigerati diretti verso i mercati mediterranei. Mentre il trasporto aereo cargo nella Sibaritide, quello su cui potrebbe e dovrebbe puntare la Calabria, rimarrebbe una nicchia importantissima per fragole, drupacee, clementine primizie, vivaismo e merci ad alto valore. Eccolo il sistema che nessuno vede o che, sicuramente, la politica non vuole vedere accontentandosi di una pista, costruita nel letto di un torrente, e facendola passare per chissà quale svolta per il turismo!
Più valore per uscire dalla trappola del lavoro povero
C’è poi la questione sociale. Tutti ancora negli occhi le immagini della tragedia di Amendolara. Ecco, quella tragedia si è consumata proprio lungo quel confine che separa la Sibaritide dal Metapontino. E da tutta la misura della rotta economica dal potenziale gigantesco ma sostanzialmente povera.
Sibaritide e Metapontino sono due territori nei quali il caporalato trova terreno fertile. Un crimine che non può essere giustificato con le difficoltà del mercato. Ma è altrettanto vero che, in una filiera povera, la pressione sui prezzi viene spesso trasferita fino all’ultimo anello.
Il compratore comprime il prezzo, il commerciante lo scarica sul produttore e l’impresa più fragile può cercare illegalmente margine sul costo dei braccianti.
Aggregare i produttori e vendere meglio non eliminerebbe automaticamente lo sfruttamento. Creerebbe però le condizioni economiche per sostenere contratti regolari, trasporti autorizzati, formazione e più giornate lavorative.
Metapontino e Sibaritide hanno inoltre calendari agricoli differenti: fragole, ortaggi, drupacee, uva, agrumi e olive richiedono manodopera in periodi diversi. Una programmazione comune potrebbe allungare la stagione occupazionale e trasformare parte del lavoro occasionale in professionalità più stabile.
Dopo le vetrine serve la sostanza
Il Vinitaly a Sibari è stata una vetrina utile. L’aeroporto Scalea-Maratea è una buona intuizione. Ma gli eventi e gli annunci producono sviluppo soltanto quando lasciano infrastrutture, investimenti e filiere organizzate.
Occhiuto e Bardi hanno dimostrato di poter ragionare oltre i confini regionali sul Tirreno. Ora dovrebbero farlo sullo Jonio, aprendo un tavolo con Comuni, produttori, cooperative, sindacati, università e tutti gli operatori logistici per accettare e superare la sfida più importante e sicuramente la più audace mai praticata per questo territorio.
Il primo passo dovrebbe essere uno studio interregionale che misuri esattamente produzioni, occupazione, magazzini, destinazioni delle merci e costi di trasporto. Anche se i numeri disponibili, però, dicono già abbastanza.
Tra Metapontino e Sibaritide esiste un sistema agroalimentare che vale più di un miliardo di euro e che, con una vera politica industriale, può puntare ai due.
Dopo le paillettes di Scalea-Maratea, è questa la sfida sulla quale Calabria e Basilicata dovrebbero sedersi seriamente allo stesso tavolo.