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Caporalato nella Piana di Sibari, Potere al Popolo: «Un mercato degli schiavi da smantellare»

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SIBARITIDE – Dieci ore nei campi, alloggi degradati, salari decurtati, minacce e lavoratori stranieri resi vulnerabili dalla necessità di avere un impiego e documenti regolari. È questo il quadro che Potere al Popolo torna a denunciare nella Piana di Sibari, collegando la propria battaglia contro caporalato e sfruttamento alle risultanze emerse dalla recente attività investigativa della Dda di Catanzaro.

Il movimento parte dalla tragedia avvenuta ad Amendolara il 2 giugno scorso, nella quale quattro braccianti afghani hanno perso la vita, per allargare lo sguardo alle condizioni nelle quali una parte della manodopera straniera viene impiegata nell’agricoltura dell’arco ionico tra Calabria e Basilicata. Nell'intervento, anche la testimonianza di Taj, lavoratore afghano sopravvissuto alla tragedia, e le sue denunce sul sistema nel quale lui e gli altri braccianti si sarebbero trovati.

Su quanto accaduto ad Amendolara e sulle eventuali responsabilità individuali o collegamenti con organizzazioni criminali, tuttavia, è necessario mantenere distinta la denuncia politica dagli accertamenti giudiziari: sono le indagini e, successivamente, i procedimenti nelle sedi competenti a dover stabilire responsabilità e ruoli.

A riportare il tema al centro dell’attenzione è ora un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro che, secondo quanto richiamato dal movimento, avrebbe ricostruito un sistema di gestione e sfruttamento della manodopera agricola nella Piana di Sibari.

L’indagine, avviata nel 2020, avrebbe fatto emergere condizioni caratterizzate da lavoratori sistemati in alloggi fatiscenti, turni fino a dieci ore, riduzioni delle retribuzioni e minacce. Tra le ipotesi investigative richiamate figurerebbe anche un meccanismo legato a false assunzioni utilizzate per ingressi o regolarizzazioni, con il presunto coinvolgimento, a vario titolo, di soggetti operanti attorno a Caf, patronati, studi professionali, attività commerciali e aziende agricole. Si tratta di contestazioni che dovranno essere vagliate nelle sedi giudiziarie e rispetto alle quali vale il principio di presunzione di innocenza.

Per Potere al Popolo, tuttavia, quanto emerge dall’inchiesta confermerebbe l’esistenza di un fenomeno più profondo, che il movimento definisce senza mezzi termini «un vero e proprio mercato degli schiavi nella Piana di Sibari».

La denuncia politica va oltre i singoli episodi. Il movimento descrive uomini e donne arrivati in Italia nella speranza di costruire una vita migliore e finiti invece dentro circuiti di lavoro poverissimo, dipendenza economica e marginalità sociale.

Secondo il documento, alcuni braccianti sarebbero stati costretti a lavorare anche per dieci ore consecutive, senza riposo settimanale, ferie e adeguate tutele, per compensi indicati in appena 27-30 euro al giorno, che in alcuni casi non sarebbero stati neppure corrisposti regolarmente. Potere al Popolo si scaglia anche contro il sistema del caporalato e contro quelle condizioni di vulnerabilità amministrativa e lavorativa che, nella lettura del movimento, renderebbero più semplice ricattare i migranti.

La critica investe inoltre le politiche nazionali sull’immigrazione e il rapporto tra permesso di soggiorno e condizione lavorativa. È su questo terreno che, secondo il movimento, può svilupparsi un meccanismo nel quale la paura di perdere il lavoro o di scivolare nell’irregolarità riduce ulteriormente la capacità del lavoratore di denunciare lo sfruttamento.

Il tema sollevato riguarda però anche un’altra questione: dove finisce ciò che viene raccolto da una manodopera eventualmente sfruttata? Potere al Popolo chiama in causa, in termini generali, il funzionamento delle filiere produttive e commerciali e sostiene che la lotta al caporalato non possa fermarsi esclusivamente all’intermediario che recluta i lavoratori.

Nel documento vengono formulate critiche molto dure anche nei confronti del sistema economico e imprenditoriale. Non sono però indicati specifici accertamenti che consentano di attribuire responsabilità alle singole imprese della filiera o alle aziende della grande distribuzione: eventuali responsabilità devono quindi essere accertate caso per caso e non possono essere generalizzate.

Allo stesso modo, Potere al Popolo attribuisce alla presenza della criminalità organizzata nella Piana un ruolo di raccordo del sistema denunciato. Anche in questo caso si tratta della lettura politica proposta dal movimento, mentre eventuali responsabilità mafiose riferite a singoli fatti e soggetti devono essere dimostrate giudiziariamente.

La denuncia riporta comunque al centro una contraddizione che riguarda direttamente uno dei territori agricoli più importanti della Calabria. La Piana di Sibari produce ricchezza, eccellenze agroalimentari e occupazione. Ma proprio per questo ogni forma di lavoro irregolare e sfruttamento della manodopera non riguarda soltanto chi ne è vittima: investe la reputazione del territorio, danneggia le imprese che rispettano le regole e pone una questione di legalità dell’intera filiera.

«Da sempre siamo contro lo sfruttamento dei braccianti e il caporalato – conclude Potere al Popolo – e ci battiamo per garantire diritti pari a tutti i lavoratori, italiani e stranieri».

Ed è forse questo il punto che supera appartenenze e slogan. Dietro ogni prodotto raccolto nei campi c’è una persona. Rendere trasparente la filiera significa sapere non soltanto da dove arriva ciò che mangiamo, ma anche in quali condizioni ha lavorato chi lo ha portato fino alle nostre tavole.

Redazione Eco dello Jonio
Autore: Redazione Eco dello Jonio

Ecodellojonio.it è un giornale on-line calabrese con sede a Corigliano-Rossano (Cs) appartenente al Gruppo editoriale Jonico e diretto da Marco Lefosse. La testata trova la sua genesi nel 2014 e nasce come settimanale free press. Negli anni a seguire muta spirito e carattere. L’Eco diventa più dinamico, si attesta come web journal, rimanendo ad oggi il punto di riferimento per le notizie della Sibaritide-Pollino.