Settembre, mese di conserve. Ma la Calabria è costretta a comprare il pomodoro dall'Albania
L’Albania esporta milioni di chili di pomodori in Italia. Intanto la Sibaritide continua a fare i conti con prezzi bassi, produzioni concentrate e poca programmazione
CORIGLIANO-ROSSANO – Settembre, da queste parti, è ancora il mese delle conserve. Nelle famiglie che resistono alla cancellazione della tradizione si fanno ancora salsa, pelati, peperoni e melanzane sott’olio. Ma mentre continuiamo a celebrare il pomodoro come rito domestico, il mercato ce lo sta portando sempre di più anche dall’altra parte dell’Adriatico.
Un numero basta a dare la misura del fenomeno: nel 2024 l’Albania ha esportato quasi 50 milioni di chili di pomodoro fresco nel mondo e oltre 5,2 milioni di chili sono arrivati in Italia, per un valore di circa 5,4 milioni di dollari. E così anche nel 2025.
E proprio in questi giorni Salvatore Veltri, broker agroalimentare crotonese, ci segnala operazioni sul pomodoro albanese attorno ai 2 euro al chilo alla partenza, con un costo stimato di circa 2,30 euro una volta arrivato in Italia. È una quotazione commerciale riferita a operazioni in corso, non un prezzo ufficiale di mercato, ma dice molto su un Paese che fino a pochi anni fa avremmo considerato periferico e che oggi produce, organizza, esporta e conquista spazio sui nostri mercati.
Il problema, ovviamente, non è l’Albania. Il problema siamo noi. Perché la Calabria è una regione nella quale agricoltura, silvicoltura e pesca rappresentano il 6,2% del valore aggiunto, quasi tre volte la media nazionale del 2,2%. E non è certo una regione senza ortaggi: sempre nel 2024 le colture ortive in pieno campo occupavano 20.407 ettari, con 5,25 milioni di quintali raccolti. Solo il pomodoro valeva oltre 30 milioni di euro di produzione regionale.
Dunque non manca la materia prima. Manca troppo spesso la capacità di decidere cosa conviene produrre domani invece di continuare a produrre ciò che abbiamo sempre prodotto ieri.
Veltri porta l’esempio del Crotonese: finocchi e angurie continuano a occupare una parte importante delle campagne anche quando - sostiene - le quotazioni riconosciute ai produttori precipitano verso 15-20 centesimi al chilo, livelli che in determinate annate non consentirebbero di coprire i costi. Il dato va letto caso per caso, ma il problema dei prezzi bassi non è una suggestione. E qui, inevitabilmente, entra in gioco la grande questione Sibaritide. Che da sempre fa a pugni con la storia dei prezzi bassi: prodotto con costi di produzione altissimi acquistati con pochissimo margine di guadagno. Il caso delle clementine fa scuola.
Insomma, una delle pianure agricole più fertili del Mezzogiorno che continua ad arrancare perché, oltre al gap infrastrutturale, molto spesso deve fare i conti con una classe produttiva e imprenditoriale incapace di innovare e di portare l'agricoltura a livelli industriali. Perché se, ad esempio, continuiamo a concentrare ettari sulle stesse colture, nello stesso periodo, inseguendo gli stessi mercati e arrivando tutti insieme davanti allo stesso compratore, il risultato è spesso già scritto: il prezzo lo decide chi compra.
Questo non significa che l’agricoltura calabrese sia ferma. Anzi, i numeri ufficiali dicono che nel 2024 l’export agroalimentare regionale ha raggiunto 576,2 milioni di euro, +24,2% in un anno, e nel 2025 l’export complessivo della Calabria ha superato per la prima volta il miliardo. Sono dati reali e positivi.
Ma è proprio qui che bisogna evitare l’equivoco: un export che cresce non significa automaticamente che tutti gli agricoltori stiano guadagnando di più, né che ogni territorio abbia costruito filiere competitive. Un conto sono i valori aggregati regionali; un altro è ciò che rimane in tasca a chi produce un chilo di angurie, finocchi, agrumi o ortaggi.
E allora l’esperienza Albania diventa illuminante per cercare di creare quel minimo di consapevolezza che oggi manca. Un Paese che sta rapidamente colmando il proprio economico e infrastrutturale riesce a vendere pomodori in Italia mentre una pianura come quella di Sibari continua troppo spesso a discutere di sopravvivenza più che di strategia.
Diversificare, dunque, diventa una delle chiavi per studiare i mercati prima di seminare, sperimentare nuove colture, allungare i calendari produttivi, organizzare trasformazione e conservazione, aggregare l’offerta, investire sulle varietà e smettere di considerare l’innovazione una cosa buona soltanto per i convegni.
È la stessa lezione che ci sta consegnando, brutalmente, la Xylella. Oggi ci accorgiamo che non sappiamo ancora abbastanza sulla resistenza di alcune delle nostre cultivar olivicole proprio perché la ricerca avrebbe dovuto precedere l’emergenza, non inseguirla.
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La Sibaritide non ha bisogno dell’ennesimo racconto sulla sua “terra generosa”. Lo sappiamo già che la terra è buona. Il problema è capire perché, mentre altri territori imparano a produrre ciò che il mercato cerca, noi continuiamo troppo spesso a produrre ciò che sappiamo fare. Solo quello. Sperando che qualcuno ce lo paghi abbastanza. Ma anche qui - dicevano i nonni - l'America è finita!