Corigliano-Rossano, dietro l'escalation di violenza c'è una bomba sociale che va dal caporalato agli affitti in nero
Nella Sibaritide cresce costantemente la filiera invisibile di lavoro nero e sfruttamento abitativo. I dati su economia sommersa ed evasione nelle locazioni aiutano a leggere la radice sociale dei disordini degli ultimi giorni
CORIGLIANO-ROSSANO - Nella Sibaritide la nuova emergenza sociale non nasce solo nelle strade dove soprattutto negli ultimi tempi si registra una preoccupante escalation di tensioni e disordini, ma molto prima, dietro porte chiuse e nei contratti che non esistono. Siamo ancora a Schiavonea ma più in generale a Corigliano-Rossano, dove i cittadini preoccupati si preparano alla protesta per dire basta al clima di terrore che si respira in città e chiedere più sicurezza. Anche se il fenomeno - per stessa ammissione di molti cittadini consapevoli - nasce prima, da lontano.
Da un decennio, ormai, nel territorio è cresciuta la presenza di cittadini stranieri in condizioni di povertà estrema. Chi sono? I nuovi schiavi. Lavoratori stagionali a basso costo che, soprattutto da novembre ad aprile, riempiono i nostri agrumeti, i campi e le campagne della Calabria del nord-est o che, in altri casi, vengono utilizzati per lo spaccio. Tutte braccia da lavoro, tutte persone disperate, sfruttate, che guadagno miseramente.
Sono perlopiù mediorientali e nord africani. Sono lavoratori. Ed in un mondo civile un lavoratore non lo dovresti trovare a chiedere l’elemosina. Eppure, la stragrande maggioranza di queste persone vive rivolgendosi alla Caritas, altri dopo una giornata di lavoro chiedono l’elemosina davanti ai supermercati, altri ancora – i più fortunati - sopravvivono con spese minime nei discount.
E proprio in questo contesto si innesta il secondo anello della catena: la casa. O meglio, l’alloggio di fortuna. Chi non vive nelle baracche o sotto i ponti, trova un magazzino o se è fortunato un appartamento. E qui c’è il terzo e più grave cortocircuito di un sistema già in tilt: la complicità della popolazione locale.
Che fittano seconde case senza contratto o con contratti minimi, pagati in contanti, spesso a posto letto. È il mercato parallelo degli affitti in nero, che non è solo evasione fiscale ma sfruttamento abitativo strutturale.
Per capire quanto il fenomeno sia radicato bisogna partire dai numeri ufficiali sull’economia sommersa. La Relazione sull’evasione fiscale trasmessa al Parlamento indica che la Calabria è la regione con la più alta incidenza di economia non osservata sul valore aggiunto: il 19,1%, quasi un quinto della ricchezza prodotta. Nello stesso documento si evidenzia che la componente legata al lavoro irregolare pesa in Calabria per il 7,9% del valore aggiunto, anche questo il dato più alto d’Italia. Sono numeri pubblici che descrivono il contesto in cui il nero — nel lavoro e quindi anche nella casa — trova terreno fertile (fonte: Relazione MEF su economia non osservata ed evasione, dati pubblicati su documenti.camera.it).
Quando si guarda invece al comparto specifico delle locazioni, il dato ufficiale disponibile è nazionale. Per il 2023 il cosiddetto tax gap sulle locazioni delle persone fisiche, cioè le imposte che mancano all’appello per canoni non dichiarati o sotto-dichiarati – ci dice sempre la Relazione del MEF - è stimato in 773 milioni di euro, con una propensione all’evasione dell’8,6%. In termini semplici significa che quasi un decimo del gettito teorico sugli affitti in Italia non viene versato. La serie degli ultimi anni oscilla tra 600 e 900 milioni annui di mancate entrate fiscali sul settore.
Ma se per la Calabria del nord-est non esiste una stima ufficiale pubblicata del “nero” negli affitti, esiste sicuramente la fotografia di quanto viene dichiarato. Le statistiche del Dipartimento delle Finanze sulle dichiarazioni 2023 mostrano che nella nostra regione i canoni dichiarati con cedolare secca — il principale regime fiscale sugli affitti abitativi — valgono circa 186,7 milioni di euro di imponibile, distribuiti tra aliquota al 21% e al 10%, per un gettito complessivo di poco superiore ai 31 milioni di euro (fonte finanze.gov.it). È il perimetro del mercato regolare tracciato. Il nero, per definizione, non compare nelle tabelle, ma se si applicano al contesto calabrese le percentuali nazionali di evasione e si incrociano con l’alta incidenza regionale di economia sommersa, l’ordine di grandezza è quello di decine di milioni di euro di canoni che sfuggono ogni anno alla registrazione.
Il fenomeno non è uniforme sul territorio. Si concentra dove c’è domanda debole e urgente di alloggi e dove l’offerta immobiliare è frammentata e poco controllata. Nelle aree agricole ad alta presenza di manodopera stagionale l’alloggio diventa parte del costo del lavoro: posti letto ricavati in appartamenti di 80 o 90 metri quadri dove vivono anche dieci o più persone con un solo servizio igienico. Nelle zone costiere con molte seconde case, come le aree marine del territorio, gli immobili chiusi per gran parte dell’anno rientrano nel mercato attraverso accordi verbali e pagamenti in contanti. Nei centri abitati con patrimonio sfitto, appartamenti non ristrutturati o addirittura magazzini adattati a dormitori diventano soluzione estrema per chi non può presentare busta paga, garanzie o deposito cauzionale.
Ecco, basta farsi un giro di 360 gradi attorno e ognuno di noi può delineare il contesto che emerge dai dati ufficiali.
La fascia coinvolta è sempre la stessa: la più ricattabile. Lavoratori irregolari, braccianti, migranti senza rete familiare, persone in povertà assoluta, soggetti che non supererebbero mai una verifica reddituale per un contratto regolare. Senza contratto non c’è residenza, senza residenza si perdono diritti e servizi, e chi affitta mantiene un potere totale: aumento del prezzo, sfratto immediato di fatto, nessuna manutenzione, nessuna tutela. La legge considera nullo il contratto non registrato, ma nella vita reale il rapporto continua perché chi sta dentro non ha alternative.
In questo quadro l’affitto in nero smette di essere una semplice furbizia fiscale e diventa un moltiplicatore di instabilità. Sovraffollamento, precarietà, invisibilità amministrativa e sfruttamento lavorativo producono marginalità. La marginalità, quando si concentra in pochi isolati o in pochi stabili, diventa tensione. E la tensione diventa cronaca. Per questo, se si vuole capire davvero l’origine delle nuove fragilità sociali che emergono nel territorio della Sibaritide, bisogna guardare alla filiera completa: lavoro nero, caporalato, affitti in nero, compressione abitativa. La casa irregolare non è l’ultimo problema. È il penultimo anello prima dell’esplosione.