Da Corigliano-Rossano l’appello ai sindaci: «Gli invisibili non restino nei magazzini»
Dopo la tragedia di Amendolara, Umberto Romano rilancia una riflessione sulla comunità islamica e sui migranti che vivono e lavorano nei territori calabresi: «Accoglienza non è solo regole, ma prevenzione e riconoscimento»
È un venerdì mattina qualunque, sono circa le sei, e lungo via Margherita a Rossano si apre una scena che racconta molto più di quanto sembri. Centinaia di persone, uomini con abiti lunghi, copricapi, saluti e abbracci, si ritrovano dopo la preghiera. «Salam aleikum», si dicono, prima di tornare alla vita di ogni giorno, al lavoro, alle campagne, ai magazzini, alle case spesso condivise e sovraffollate.
Da questa immagine prende forma la lettera aperta che Umberto Romano rivolge ai sindaci della Calabria. Una riflessione sociale e culturale che parte dalla quotidianità di Rossano e arriva al tema più grande dell’integrazione, della presenza dei migranti, dei luoghi di culto e della capacità delle comunità locali di governare un fenomeno che ormai non è più emergenza, ma realtà strutturale.
Romano racconta di essere diretto in campagna con l’amico Mustafa, rossanese acquisito di origine marocchina. Una presenza, la sua, che diventa simbolo di un cambiamento profondo: nei lavori agricoli, nei servizi, nell’assistenza agli anziani, nei settori produttivi più faticosi, la manodopera straniera è ormai parte essenziale della vita economica e sociale del territorio.
L’appello nasce anche dalla tragedia di Amendolara, che ha riportato al centro dell’attenzione il tema dei lavoratori migranti, della loro vulnerabilità, della loro invisibilità e delle condizioni in cui spesso vivono. Ma la lettera non si ferma alla cronaca. Prova ad allargare lo sguardo.
Secondo Romano, la domanda da porsi è se le comunità calabresi siano davvero pronte all’accoglienza. Un’accoglienza che non può essere letta solo come controllo, regole e conseguenze, ma anche come prevenzione, riconoscimento, organizzazione e costruzione di spazi dignitosi.
Nel documento si parla di un «popolo di invisibili multietnico» che, solo a Corigliano-Rossano, arriverebbe a circa 8 mila persone. All’interno di questa presenza più ampia, la comunità islamica musulmana stabilmente insediata sul territorio comunale viene stimata in circa 3 mila cittadini, italiani e stranieri regolarmente residenti.
È una comunità che, secondo quanto riportato nella lettera, avrebbe già manifestato la volontà di collaborare con l’Amministrazione comunale per promuovere dialogo interreligioso, integrazione sociale e partecipazione attiva alla vita cittadina.
Il punto più concreto riguarda gli spazi. Romano richiama la necessità di affrontare due questioni da tempo presenti nel dibattito locale: un’area da destinare a cimitero musulmano e un luogo di preghiera adeguato.
Oggi, scrive, molte persone si raccolgono in magazzini, in spazi occasionali, talvolta non idonei, con possibili problemi di sicurezza in caso di emergenza. Da qui la proposta: valutare l’utilizzo provvisorio di locali pubblici abbandonati e individuare un’area servizi nella quale la comunità islamica possa eventualmente costruire una moschea, nel rispetto delle leggi italiane, dei regolamenti comunali e dei principi della convivenza civile.
Il tema, però, non è soltanto religioso. È culturale e sociale. Riguarda il modo in cui una città decide di guardare chi la abita, anche quando parla un’altra lingua, prega in un altro modo, arriva da un altro Paese o porta addosso la fatica della migrazione.
Romano lo scrive con parole semplici: immigrato significa chi entra, chi si sposta dentro. Ma nessuno entra davvero in un luogo se non trova qualcuno disposto a riconoscerlo, a chiamarlo per nome, a dirgli che può essere parte di una comunità.
La lettera richiama anche l’esperienza di Riace e di Mimmo Lucano, indicata come esempio di un’accoglienza capace di trasformare un paese povero e marginale in un modello osservato dal mondo. Un riferimento che serve a sostenere una tesi: le civiltà migliori non nascono dalla chiusura, ma dalla contaminazione, dall’incontro e dalla capacità di costruire relazioni.
È qui che la riflessione assume il suo valore più ampio. Il fenomeno migratorio può essere governato oppure lasciato al caso. Può essere affrontato con politiche di integrazione oppure rimosso fino a quando non esplode in emergenza. Può diventare una risorsa o trasformarsi in solitudine, rabbia, marginalità.
Per Romano, il rischio più grande non è soltanto l’emarginazione. È che le persone smettano di sentirsi persone. E quando questo accade, non si parla più di accoglienza, ma di isolamento e frattura sociale.
La lettera aperta ai sindaci della Calabria, dunque, non è solo una richiesta amministrativa. È un invito a guardare ciò che già esiste: uomini e donne che lavorano, pregano, vivono, mandano avanti pezzi dell’economia locale e chiedono di essere riconosciuti dentro un percorso ordinato, sicuro e rispettoso.
Dopo Amendolara, la Calabria può scegliere se limitarsi alla commozione o aprire una discussione vera sul futuro delle proprie comunità. Perché l’integrazione non si improvvisa dopo le tragedie. Si costruisce prima, nei luoghi, nelle regole, negli spazi, nelle relazioni e nella capacità di trasformare gli invisibili in cittadini riconosciuti.