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Migranti a Cariati, necessaria integrazione con la comunità: «Rimarranno a lungo con noi»

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CARIATI – Li avevamo visti in una foto che li ritraeva lungo il corso di Cariati con il cellulare in mano. Beh, l’apparenza inganna. O meglio: mai fermarsi soltanto a ciò che sembra. Stiamo parlando di quei ragazzi immigrati ospiti del Seminario a Porta Pia e arrivati nel Comune jonico grazie al progetto finanziato dal Ministero dell’Interno tramite i fondi Fami la cui accoglienza è gestita dalle cooperative Mi.Fa e Fo.Co.

Abbiamo accolto sul nostro giornale le perplessità dell’ex delegato cittadino per il centro storico Aldo Fortino, che legittimamente chiedeva riscontro sui progetti di integrazione che dovrebbero inserire questi giovani all’interno della comunità. La risposta di una delle due cooperative non è tardata ad arrivare.

A chiarire la situazione è Salvatore Brullo, direttore generale della cooperativa Fo.Co.

«Senza saperlo avete pubblicato una foto che la dice lunga, anzi dice tutto su come la comunità ha accolto questi giovani a Cariati. Sono minori non accompagnati, le loro famiglie sono rimaste al paese d’origine e l’unico modo che hanno per restare in contatto è Internet. Nel Seminario dobbiamo ancora sistemare la rete - spiega - e i commercianti del centro hanno messo a disposizione i loro wi-fi per consentire la connessione e scrivere a genitori e amici. Così, dopo pranzo, a piccoli gruppi scendono e si collegano in prossimità delle attività commerciali».

Insomma, quello che a prima (s)vista può sembrare ozio o noia, in realtà è un momento per ricongiungersi ai propri cari.

Direttore, l’osservazione che però viene fatta è che questi ragazzi, pur essendo arrivati grazie ad un progetto più ampio di integrazione, facciano poco o nulla durante le loro giornate…

«Va fatta subito una precisazione: questo di Cariati è un centro di primissima accoglienza, vale a dire che qui i giovani vengono identificati, viene verificato che effettivamente siano minorenni, perché è frequente che pur di restare in Italia possano dichiarare un’età diversa da quella reale, e vengono svolte le procedure di controllo sanitario. Una volta fatto tutto questo vengono trasferiti in quei centri dove la permanenza sarà più lunga, fino alla maggiore età, e dove vengono svolte tutte le attività finalizzate all’integrazione».

Allora a breve questi ragazzi andranno via…?

«Per come era stato pensato l’intero ingranaggio del sistema accoglienza avrebbero dovuto. Ma dal momento che le strutture di seconda accoglienza sono tutte piene, la possibilità che questi giovani rimangano più a lungo è pressoché una certezza».

E allora?

«Quindi ci siamo già mobilitati per far partire tutte le attività necessarie all’integrazione sul territorio. Abbiamo preso accordi con la dirigente del plesso delle scuole superiori, la dottoressa Giulia Aiello, per attivare corsi di alfabetizzazione e stiamo collaborando con il sindaco e l’Amministrazione tutta per coinvolgerli in attività socialmente utili come la cura del decoro urbano e del verde pubblico. In progetto c’è anche l’assistenza alle famiglie più svantaggiate e agli anziani, ai quali questi giovani possono dare una mano portando loro la spesa o accompagnandoli nelle commissioni quotidiane. Non ultima la volontà di farli interagire con gli altri ragazzi attraverso lo sport. Diverse le associazioni che stanno aderendo all’iniziativa».

I commercianti hanno anche messo a disposizione il wi-fi…

«Molti di loro quando abbiamo aperto il Seminario, chiuso da circa dieci anni, hanno visto la luce. Noi ridistribuiamo i soldi dei fondi sul territorio, vale a dire ci riforniamo dai negozianti locali. Carne, pane e tutti i generi alimentari. Compriamo dalle botteghe di Cariati. In più tutto il personale assunto, nove operatori tra educatori e operatori sociali, sono tutti di qua. Insomma, questi ragazzi più che togliere qualcosa hanno portato un valore aggiunto».

Quindi, in sostanza, come hanno accolto la presenza di questi ragazzi?

«A braccia aperte. Cariati vive molto di turismo estivo dunque da ottobre a maggio si spopola. Questi giovani stanno portando movimento e rappresentano anche nuova forza lavoro. Ci stanno pervenendo molte richieste dal settore della ristorazione e dell’hotellerie. Stiamo pensando di procedere con corsi professionalizzanti e affiancamento per un pieno inserimento nel mondo del lavoro».

E salutando sottolinea:«comunque anche per la rete wi-fi nel Seminario ci stiamo attrezzando».

 

 

 

 

Valentina Beli
Autore: Valentina Beli

“Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare” diceva con ironia Luigi Barzini. E in effetti aveva ragione. Per chi fa questo mestiere il giornalismo non è un lavoro: è un’esigenza, una passione. Giornalista professionista dal 2011, ho avuto l’opportunità di scrivere per diversi quotidiani e di misurarmi con uno strumento affascinante come la radio. Ora si è presentata l’occasione di raccontare le cronache e le storie di un territorio che da qualche anno mi ha accolta facendomi sentire come a casa. Ed io sono entusiasta di poterlo fare