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  Dove eravamo rimasti? Pasqua era passata da poco e Corigliano Rossano si preparava già alla stagione estiva. Avevamo raccolto le grida di dolore che venivano da bar, ristoranti, locali e lidi. Dal "Restiamo a casa" si passò in un batter d'occhio a fare i conti con l’economia reale. A maggio - poi - si è riaperto e la categoria venne innalzata a simbolo di un’Italia che voleva rinascere come un'araba fenice, degli eroi a cui lasciare 3 euro per un singolo caffè come gesto di solidarietà. Passato un altro mese e commercianti della ristorazione e dei drink si sono trasformati in inflessibili controllori delle distanze e dei protocolli. L’estate ha infine spezzato quest’idillio: discoteche, locali, bar e balere sono diventati il vettore di contagio della seconda ondata. Una pioggia di accuse che altro non hanno fatto che fiaccare un intero comparto. Arrivati ad ottobre l’inferno sembra riaffiorare dalla terra ingoiando tavolini, comande, bicchieri kristall, piatti e tazze da caffè. Il problema esiste ed è serio e a Corigliano Rossano il comparto "del divertimento e dello svago"  è in mano soprattutto a giovani e under 40. Un secondo lockdown, seppur soft, rappresenterebbe la morte di un intero tessuto economico della città; evitarlo è possibile solo con la responsabilità che, tranne in rari casi da punire e perseguire, questi settori hanno sempre dimostrato. Dietro il mondo della “Movida” c’è una realtà che parla di sacrifici, ambizioni, progetti e investimenti, ma la vulgata popolare li ha trasformati in gente affamata di danaro nel centro di una pandemia. Questa è l’unica realtà che vale la pena di raccontare. di Josef Platarota