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"Vini Arbëreshë" da Vaccarizzo Albanese a Berat, la città delle mille finestre

6 minuti di lettura

Invidio coloro che non sono mai stati a Berat perché hanno davvero ancora tanto da aspettarsi ma anche chi riesce a tornare spesso a godere delle sue meraviglie: una cittadella panoramica, un centro storico sorprendentemente ben conservato: la città delle mille finestre, il museo di Onufri con meravigliose icone bizantine, tra le più belle ed eteree che ho visto; un Festival del Vino, tra i più caratteristici nei Balcani. Ma la Città può essere anche un punto di partenza per molti viaggi sensoriali nella ricca zona vitivinicola circostante come abbiamo fatto in una delle nostre intense giornate andando nel villaggio di Roshnik che dà il nome alla migliore varietà di fichi in Albania. Ricco di panorami sterminati, si svolge intorno ad un lago limpido dove sembra di stare nel giardino del paradiso per la straordinaria biodiversità. Abbiamo visitato il caseificio Sofiani ma anche una fabbrica di lavorazione dei fichi, l'azienda vitivinicola Alpeta che fa anche varie tipologie di raki, il distillato nazionale. Una terra di superlativi. 

Grazie al Sindaco di Vaccarizzo Albanese, Antonio Pomillo catalizzatore inossidabile in chiave relazionale e umana che ha voluto portare un segno del concorso Vini arbëreshe qui, al Festival dal nome suggestivo Wine& Stories of Berat 2023, in segno di gratitudine per la presenza dei viticoltori albanesi e del sindaco di Berat nella manifestazione di Vaccarizzo Albanese. Accanto a più di trenta cantine dell'Albania e alcune del Kosovo, lo stand centrale è stato dedicato alla nostra partecipazione che ha coinvolto alcuni importanti vini del consorzio Terre di Cosenza DOP. Erano presenti a Berat cantine arbëreshe e quelle delle zone limitrofe all'Arberia: Poderi Marini – San Demetrio Corone; Cantina Rizzo – Frascineto; Ferrocinto - Castrovillari; Az. Agricola Stamati – Plataci; Az. Agricola Le Conche – Bisignano; Giraldi & Giraldi - Rende.

Special guest: vino vincitore del concorso vini Arbëreshë 2023, "Pjuhur", (polvere da sparo) dell'azienda agricola di Godino Pietro di Vaccarizzo. Quando ormai tutto è alla portata di click, raccontare Berat diventa quasi superfluo farlo: Wikipedia docet! Eppure mettere in scena la propria soggettivita mi fa illudere che possa portare qualche contributo alla "summa" infinita di percezioni individuali. La storia e la geografia dei manuali con le sue cronologie, folte di dati, nomi, eventi, di divisioni e personaggi la metto da parte per sottolineare la “mikpritia”, l’ospitalità albanese, uno dei componenti fondanti della cultura locale, il tratto caratteristico della città di Berat.

Lo so, forse il mio sguardo è superficiale, ma è animato da una sincera curiosità culturale e un grande amore per il popolo albanese.

Nell'aria d'un dolce autunno la viuzze tortuose della città antica offrono con generosità allo sguardo del visitatore che si inerpica verso la parte alta, tanti scorci dell'ampia e incontaminata valle del fiume Osum. Posso immaginare quando piove le sue acque impetuose che combattono con gli argini, come in uno dei romanzi di Ismail Kadarè, anche se in questi giorni è più calmo di un lago giapponese. In lontananza, una fila di montagne enormi e brulle: le montagne dell'Albania. Le simboliche case delle mille e una finestre sono generatrici di universi famigliari con i loro misteri. Non si scordano: il sapore deciso dell'agnello grigliato, le degustazioni dei vini, le musiche e i balli autoctoni ma anche i dj set contemporanei, la vasta varietà di formaggi, verdure e frutta.

L'accesso alla cittadella di Berat avviene tramite una strada che ricorda l'imperatore bizantino Mihail Comneno- Rruga Mihal Komnena. La più antica fortificazione attestata risale all'epoca dei Romani, fu edificata a sua volta sopra un antico sito illirico; vi governarono i primi imperatori bizantini, tra cui Giustiniano il quale contribuì allo sviluppo delle sue fortificazioni. L'attuale fortezza risale al XIII secolo, quando fu restaurata dai Bizantini del Despotato dell'Epiro, poi due secoli dopo cadde in mano agli Ottomani.

Sulle mura della fortezza e, dalla loro altezza, guardo il paesaggio intra muros, così come quello extra muros, soprattutto il paesaggio secco e sassoso dei dintorni in attesa di una Masterclass sui vini albanesi guidata dal giornalista- sommelier Darrel Joseph arrivato da Vienna.

Lassù sull'Acropoli organizzato più come un kremlino slavo vi erano una quarantina di chiese di cui oggi sopravvivono una decina, sette delle quali visitabili. Di grande diversità tematica e cronologica coprendo un arco di tempo dal XVI al XIX-XX secolo le icone bizantine hanno un loro museo dedicato. Il nome deriva dall'pittore Onufri, il grande maestro dell'icona sul territorio albanese, nel XVI secolo. Le icone sono di Onufri e la sua scuola, come anche di suo figlio Nicola oppure di Kostandin Shpataraku. A volte le aureole sono realizzate con la tecnica della foglia d'argento battuta. Su una tavola c'è una straordinaria rappresentazione dell'assedio di Costantinopoli; la sua caduta la collego sempre alla nascita del nostro paese Vaccarizzo Albanese.

Non saprei descrivere la bellezza delle chiese bizantine e quella delle icone del museo di Onufri. Non so a quale alchimia dell'Immagine, a quale scienza della commemorazione, a quale fedeltà dell'occhio o a quale illuminazione avrà attinto Onufri dipingendo le sue sacre immagini sulle tavole di legno. Ma sono convinto: davanti agli occhi ci sono proprio loro: il Cristo e la sua dolcissima Madre, ieratici e trascendendi nella luce taborica, diffusa dalle sue icone. I colori sono magnifici, specialmente il rosso chiamato appunto "rosso di Onufri"; veicolano con eleganza l'enigma soteriologico, il quale conferma che Dio si avvicina a noi proprio per valorizzare con la sua grazia la nostra umanità.

Qualcosa, di ordine imponderabile, mi dice che non mi sbaglio e che nessun dubbio può intaccare la sicurezza di questo incontro quasisacramentale col Divino. Come conferma della vocazione anche religiosa di questa città sta l'Evangeliario di Berat (Codex Beratinus) "fratello" del Codex Purpureus di Rossano. È stato scoperto nascosto in una nicchia nell'altare della chiesa del museo.

Ho conosciuto a Berat un missionario italiano. Padre Giuseppe, religioso originario di Rimini della Piccola Famiglia di Rimini è in missione in Albania nella zona di Berat dal 2011. Mi ha raccontato che segue un gruppo di fedeli convertiti alla chiesa cattolica di rito latino della zona di Berat e dintorni che vorrebbero scoprire e conoscere la chiesa cattolica nelle sua diversità rituale. Per questo saranno a Vaccarizzo Albanese il 25 ottobre per partecipare alla Divina Liturgia Bizantina per poi proseguire con la visita del Codex Purpureus a cui ho già accennato.

Tornando al famoso intreccio di case in pietra di Berat, con le finestre una sopra l'altra nello stesso tempo molto ben delineate mi dispiace non averle viste anche dall'interno. Camminando, se si guarda da vicino, si possono scorgere qualche ombrello con il nome di una marca di birra, insegne di ristoranti e guest house e altre piccole intrusioni contemporanee. L'insieme però è sorprendente. In alcuni angoli della roccia-montagna su cui è stata costruita la fortezza si possono vedere piccole chiese che sembramo sospese nell'aria.

Nella discesa dalla cittadella ho visto il Museo dedicato agli ebrei di Berat che ricorda un fatto eccezionale. L’Albania è l’unico paese in cui la popolazione ebraica crebbe numericamente durante l’occupazione nazista.

A Berat ci ha accolto con le braccia aperte l'energico sindaco Ervin Demo, persona di grandi doti organizzative, creativo ed efficace nel proporre un programma articolato ai suoi ospiti.

Sarebbe una bella notizia fare il gemmelaggio con Vaccarizzo di cui si è parlato in questi giorni. La città di Berat è sicuramente una delle più belle e caratteristiche città albanesi, il suo centro storico è stato riconosciuto come patrimonio UNESCO. 

C'è poi in zona un grande fermento di crescita per il comparto vitivinicolo albanese. Tra le trentatré cantine albanesi mi ha colpito in maniera decisa Kantina Çobo. Il proprietario merita tutto il rispetto per aver cambiato il volto della vitivinicoltura di Berat. Tra le altre cose è pioniere della rinascita del vitigno autoctono Puls coltivato da Çobo sulle alture del villaggio di Drenove. Puls esprime le sue doti fini nell'eccellenza cristallina e setosa delle bollicine metodo classico dal perlage finissimo ma anche nella variante bianco secco dal bouquet complesso e una buona spalla acida. Ultimamente - ho avuto il privilegio d'assaggiarlo in anteprima - sta uscendo sul mercato anche un passito, giallo più dell'oro e profumato assai. I rossi sono equilibrati, complessi e armoniosi e hanno ricevuto numerosi riconoscimenti. Chiude il cerchio un brandy straordinario, da centellinare nelle occasioni importanti.

È stato un privilegio viaggiare con dei giovani valorosi di Vaccarizzo come Emmanuele, Annalisa e Mattia ma anche con Barbara e Francesca che hanno rappresentato al meglio i vini del Consorzio Terre di Cosenza DOP.

Memorabile l'incontro col Presidente dell'Albania allo stand Vini Arbëreshë & Terre di Cosenza DOP e quello a Tirana col Primo Ministro Edi Rama che ci ricevette facendo l'impossibile, nonostante la capitale fosse blindata per il "Berlin Process Leader's Summit" in cui erano presenti tanti leader Europei.

Un grande amico dell'Arberia, un grande del nostro paese, Vaccarizzo Albanese. L'incontro ci ha fatto emozionare; è sicuramente il leader albanese che in assoluto merita una standing ovation. Oltre l'alta carica istituzionale è anche un riconosciuto artista, poliglotta, persona dal gusto raffinato e di grande cultura.

Edi Rama fa la Storia con la S maiuscola. La nazione albanese ha conquistato - tramite la sua autorevolezza, viva intelligenza e cordialità - il rispetto e l’ammirazione dell’intero mondo.

La nostra visita di cortesia è nel suo piccolo, un gesto significativo: dimostra ancora una volta il legame affettuoso e il valore sacro dei rapporti storici ma anche semplicemente umani, che amministratori saggi in Arberia riescono a coltivare con umiltà, garbo e intelligenza.

Elia Hagi
Autore: Elia Hagi

Studia a Roma filosofia e teologia e comunicazioni sociali e oggi svolge a Vaccarizzo Albanese il suo ministero sacerdotale. Diventato sommelier, segue con passione la rinascita del vino calabrese con un particolare interesse rivolto ai vini identitari Arbëreshë.