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Dal Pollino alla Cinque Terre: Moscato di Saracena e Sciacchetrà a confronto

3 minuti di lettura

SARACENA - In occasione della celebrazione dei vent'anni di Presidio Slow Food del Moscato di Saracena, ha costituito un unicum la degustazione che ha messo a confronto alcuni prestigiosi Sciacchetrà delle Cinque Terre e rinomati Moscati di Saracena, entrambi vini simbolo di tradizioni familiari e culturali. La degustazione, condotta in maniera impeccabile e coinvolgente da Andrea Amedei, giovane e apprezzato comunicatore del vino noto per la rubrica Decanter su Radio Rai2 e per la sua presenza nella trasmissione culinaria di Antonella Clerici, ha rappresentato un momento di altissimo livello.

Un applauso speciale va agli organizzatori e ai produttori del Moscato di Saracena, che hanno accolto gli ospiti con calore e generosità, trasmettendo tutta la passione e l’amore per il loro lavoro. È stata l’occasione perfetta per mettere in luce il legame profondo tra questi due vini e le rispettive comunità, grazie alla loro capacità di unire il gusto e la tradizione.

Da Saracena alle Cinque Terre, la produzione del vino è sempre stata un affare di famiglia. Ogni grappolo, ogni tino, ogni contenitore custodisce memorie di mani intrecciate e gesti tramandati. A Saracena, è facile immaginare famiglie riunite nelle cantine, con gli anziani che insegnano ai giovani a lavorare l'uva e i piccoli che osservano incantati, imparando senza nemmeno accorgersene. Nelle Cinque Terre, il momento della pigiatura diventa una festa, dove i bambini, con i loro piedi leggeri, trasformano il lavoro in un gioco e rafforzano il senso di appartenenza alla comunità.

Il vino in origine non era prodotto per il commercio, ma per essere parte integrante della vita quotidiana e dei momenti importanti della comunità. Il vino dolce era il vino dei battesimi, delle comunioni, dei matrimoni e delle più importanti festività religiose, offerto agli ospiti speciali, al parroco o al medico come simbolo di rispetto e accoglienza. La famiglia non è solo il cuore di questi vini, ma anche loro custode. Le tecniche tramandate, seppur diverse nei dettagli, condividono un principio: il rispetto della tradizione e della memoria. Ogni cantina, nella percentuale dei vitigni utilizzati nei rispettivi uvaggi riflette l'identità della famiglia che la gestisce; c'è poi chi affina il Moscato di Saracena a lungo in botti di legno per esaltarne le note boisé e dare leggere note calde di vaniglia e c'è chi punta sulla freschezza con affinamento in contenitori d’acciaio. Nelle Cinque Terre, qualcuno utilizza anche le anfore e di recente lo Sciacchetrà  esplora nuovi confini con l'affinamento sotto il mare, una sperimentazione che ambisce a diventare parte integrante del disciplinare, sempre mantenendo saldi i legami con il territorio.

Ogni calice di Moscato di Saracena e di Sciacchetrà ha raccontato un’esperienza sensoriale unica, arricchita dalla presenza dei produttori che hanno raccontato meglio di chiunque le proprie creature. 

In estrema sintesi, il Moscato di Saracena, con le sue note mendolate e resinose, sembra restituire l’anima dei monti del Pollino, mentre lo Sciacchetrà incarna il respiro salmastro delle Cinque Terre, bilanciando sapidità e dolcezza. Questi vini sono letteralmente "la linfa della terra", veicolo di energia e cultura che unisce il paesaggio, la famiglia, la comunità. Un curioso parallelismo ci porta dritti alle tavole dei Papi d'una volta. 

Nel XIII secolo, Papa Innocenzo IV portò alla corte pontificia il vino della sua terra, le Cinque Terre. Analogamente, nel Cinquecento, il Moscato di Saracena arrivò in Vaticano grazie a un cardinale calabrese che ne comprese la straordinarietà.  Bere un calice di Moscato di Saracena o di Sciacchetrà significa entrare a far parte di una storia d'amore millenaria tra l’uomo, la natura e la vita stessa. Ma soprattutto ogni sorso è un omaggio alla famiglia, il cuore pulsante della società e di questi straordinari vini che incarnano l’essenza delle terre da cui nascono.  

Il talentuoso Andrea Amedei ha concluso la degustazione con un riferimento letterario di grande suggestione, ricordando che nella Divina Commedia il vino è menzionato soltanto due volte. Accanto al celebre episodio di Papa Martino IV, tentato dalla Vernaccia e dalle anguille del Lago di Bolsena, Dante regala ai lettori una metafora di straordinaria profondità: “Guarda il calor del sol che si fa vino / giunto all’omor che della vite cola”. Con queste parole, il poeta celebra il vino non solo come frutto della terra, ma come espressione concreta dell'energia vitale del sole e del miracolo della creazione, un’armonia tra natura e uomo che si rinnova in ogni calice.

Elia Hagi
Autore: Elia Hagi

Studia a Roma filosofia e teologia e comunicazioni sociali e oggi svolge a Vaccarizzo Albanese il suo ministero sacerdotale. Diventato sommelier, segue con passione la rinascita del vino calabrese con un particolare interesse rivolto ai vini identitari Arbëreshë.