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Illusioni giovanili: «Ho aspettato con ansia i 16 anni per lasciare la scuola»

2 minuti di lettura

CORIGLIANO - ROSSANO - «Ho fatto il conto alla rovescia per arrivare a sedici anni. Spuntavo i giorni all’alba. Volevo lasciare la scuola». La sincerità di Sofia trafigge e stupisce al tempo stesso. Non fa alcun mistero di quell’insofferenza che ogni mattina la accompagnava fin sopra il banco e le faceva vivere quella che avrebbe dovuto essere la sua palestra di vita come una prigione che la limitava e la teneva lontana dal mondo fuori. Non c’era materia o argomento che potesse suscitare in lei interesse. Le ore le sembravano tutte lunghe e uguali.

«Alle elementari - racconta la ragazza -  mi piaceva andare a scuola. Mi ricordo ancora l’adrenalina che provavo tutte le volte che azzeccavo il risultato delle prime operazioni in colonna. Mi piaceva leggere i racconti, mi esercitavo per fare bella figura in classe. Poi sono arrivate le medie, le prime difficoltà e i rapporti non proprio facili con i compagni. Ero un po’ più in carne di come sono adesso. Mi mettevo tute larghe con felpe anche due taglie in più della mia. A un certo punto avrei solo voluto scomparire».

Gli insegnanti di Sofia avevano intercettato questo malessere. « Il mio rendimento era calato. I mei genitori non sono laureati, hanno il diploma di terza media. Mi hanno sempre detto però quanto fosse importante studiare, prendere almeno il diploma. Per proseguire mi sono iscritta ad un istituto tecnico. Ma l’ho fatto solo per fare contenti i miei. Come ho raggiunto i 16 anni ho mollato».

Sofia è una ragazza interrotta. Interrotto è il suo percorso di studi, spezzata è la possibilità di avere un futuro professionalmente soddisfacente in un territorio già difficile come quello della Sibaritide. Ciò che spiazza è la totale incoscienza e la mancanza di ogni segnale di pentimento da parte sua.

E adesso che fai? Come passi le tue giornate?

«Lavoro con la testa» si fa beffa ancora una volta della società e gioca con le parole (e con il suo futuro). «Faccio qualche piega a domicilio». Fai la parrucchiera? «Non proprio, non ho fatto nessun corso». Torniamo al tasto dolente della formazione… «per cinque euro - ne va quasi fiera - faccio shampoo e piega. Liscia o mossa. Sono brava, ma taglio e colore non li so fare».

Sofia fa una cosa, che potrebbe trasformare a tutti gli effetti in un lavoro, ancora una volta a metà. Non prosegue gli studi, non si specializza in un mestiere. Dietro una sfrontata sicurezza e tanto astio per le cose compiute si cela un malessere probabilmente nato in concomitanza con la disaffezione verso la scuola. Dov’è finita quella ragazzina che si entusiasmava davanti ad un’operazione risolta correttamente?

Forse in quel calderone fatto di indifferenza, arrendevolezza ed oblio dove finiscono tanti giovani esattamente come Sofia. D’altronde, qui in Sibaritide, l'Istat registra un tasso di dispersione scolastica che tocca punte del 20%.

 

 

Valentina Beli
Autore: Valentina Beli

“Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare” diceva con ironia Luigi Barzini. E in effetti aveva ragione. Per chi fa questo mestiere il giornalismo non è un lavoro: è un’esigenza, una passione. Giornalista professionista dal 2011, ho avuto l’opportunità di scrivere per diversi quotidiani e di misurarmi con uno strumento affascinante come la radio. Ora si è presentata l’occasione di raccontare le cronache e le storie di un territorio che da qualche anno mi ha accolta facendomi sentire come a casa. Ed io sono entusiasta di poterlo fare