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ARIE E RECITATIVI - I gol che non facesti

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Ve ne furono certo sia prima sia dopo, ma parlerò soltanto di quelli che conosco poiché giocavano nei giorni in cui il Football mi nutriva. Di goleador, intendo: di grandi goleador, che con la loro casacca di club mandarono cento e cento volte la palla a gonfiare la rete o a varcare la linea di porta di quel poco che basti a fare festa, ma cui il moto delle cose, per incastri e coaguli e cristallizzazioni, sempre impedì che in Nazionale si esprimessero per quanto s’aspettavano e per come sapevano. Dirò di quattro atleti, per divagare poi in cerca di saggezza.

         Cominciamo con Beppe Savoldi. Giocò nell’Atalanta; poi incantò Bologna e Napoli. Prodigiosa la cifra per la quale lo si cedette (estate del Settantacinque) alla compagine partenopea. Tra Napoli e Bologna, vinse tre volte la Coppa Italia e fu altrettante volte capocannoniere della competizione. Una volta lo fu in Campionato. Di chioma folta e riccia, portava i baffi, e aveva aria e sorriso da guascone. Centravanti mobile e possente, tirava schietto e volava leggero a colpire di testa. I compagni lo amavano. Era pure assai bravo a calciare i rigori. Tornò a Bologna nel Settantanove, s’impantanò nel Totonero (clamoroso fattaccio di intrighi e di scommesse clandestine), e finì di invecchiare a Bergamo, nell’Atalanta in cui era fiorito. Durante un Ascoli – Bologna, entrato in area sulla destra, aveva con un diagonale rasoterra mandato la sfera oltre la linea, ma un raccattapalle che sostava appena oltre il palo la ricacciò sul campo con un calcio silente e monello. Sarà la moviola a mostrarlo; quanto all’arbitro, pensò che la palla fosse rimbalzata sul palo stesso, e il gol non fu mai gol.

         Ora Paolino Pulici. Dal dì che la tragedia di Superga ebbe rapito al sole gli eroi sempre vincenti, il Torino decadde, scivolò un anno in B, tornò a gustare la vittoria facendo sua la Coppa Italia 67-68. Gli anni Settanta, Pianelli presidente, vedono la rinascita del club, che torna a vincere la Coppa Italia, e in Campionato colleziona tre secondi posti; il trionfo, nella stagione 75-76. Punte della compagine, i gemelli del gol, e cioè Graziani e Pulici. Graziani, più manovriero e generoso, segna, sì, spesso, ma insieme a Pecci, a Zaccarelli, a Claudio Sala, fornisce spunti a Pulici, e il gol è  certezza e prodigio. Pulici è uomo d’area di rigore. Vi irrompe con possa ciclonica, e vi svaria felino: è là dove i compagni sanno che ha da essere, è là dove i malcapitati difensori non pensano che sia; aggredito lo spazio e la sfera, segna con forza, segna con finezza: di destro, di sinistro, volando in cielo a inzuccare convinto. La Torino granata rivive gioie antiche. Poi i gemelli si separano. Più giovane, Graziani sfiora a Firenze lo Scudetto, arpiona in Nazionale il Mondiale di Spagna, conquista con la Roma due Coppe Italia. Pulici lascia il Toro, e tramonta, in sordina, tra Udine e Firenze.

         Volevo qui tentare il ritratto di Pruzzo e di Giordano, che tra il finire degli anni Settanta e l’intero decennio seguente fecero (par si dica) gol a grappoli. Dirò invece soltanto che Pruzzo ebbe carriera regolare, tra Genoa e Roma, e che Giordano la ebbe tormentata dal Totonero e, quando giocava a Napoli, da una strana rivolta che alcuni calciatori avrebbero tentato ai danni dell’allenatore Ottavio Bianchi. Per certo, furono allontanati dalla squadra.

         È l’ora dei perché, e perché i quattro nominati ebbero poco o quasi nullo spazio in Nazionale lo sanno solo Dio e la Chiacchiera. Quanto a chiederlo ai commissari tecnici che definivano la squadra, confesso che coi morti io mai seppi parlare. Sdruccioliamo, perciò, nelle ipotesi. Riva, Anastasi, Boninsegna, Bettega, Altobelli, Rossi, e lo stesso Graziani, erano in quei decenni le diamantine punte azzurre che l’azzurro negarono ai nostri quattro eroi. Giordano esplose nel Settantanove mettendo a segno 19 reti, primo fra i cannonieri. Giocava con la Lazio. Il Totonero gli vietò pure il sogno degli Europei dell’Ottanta e dei Mondiali dell’Ottantadue. Sarebbe stato convocato? Mai sapremo. Pruzzo, che capocannoniere in Campionato fu ben tre volte, gli Europei e i Mondiali in questione ebbe a seguirli per TV. Impostare una squadra conduce al sacrificio di questo o di quel singolo. La personale antipatia del tale allenatore verso l’atleta tale è un’illazione buona pei bar e le osterie. Del resto, quando il perché sapessimo oltre ogni dubbio malandrino, non potremmo alterare il passato – sogno stizzoso d’ogni recriminante.

         Giocare in Nazionale non è un’eco: è virtù in atto. Eco mondana è invece primeggiare in festival canori o in premi letterari. Ne ho discorso sovente, in questi giorni, con cantanti e scrittori. Sono eventi mondani: da qui l’eco suddetta. Il premio tocca a chi, in quel momento, sarà di più piaciuto. Ora trionfa un usignolo, ora un fringuello, ora perfino una cornacchia. Da contemplarsi il caso che un usignolo mai conosca la gioia del premio. Così coi libri. Si consideri il Premio Nobèl – so che leggerai male a onta del grassetto. Ebbene, lo hanno vinto giganti quali Mommsen, Bergson, Thomas Mann, O’Neill, Gide, Eliot, Lagerkvist, Mauriac, Hemingway, Camus, e l’hanno vinto onesti autori che a noi non dicono più nulla, o reboanti imbrattacarte. Non fo classifiche: distinguo solamente ciò che ti nutre da ciò che ti zavorra i visceri, o addirittura te li guasta. Quanto a giganti quali Antonio Machado, Borges, Malraux, Bernanos, Gadda, Pasolini, Kadaré, detto premio non vinsero – e il pensiero del gol di Savoldi posto in non essere dal piede d’un raccattapalle torna a imporsi ossessivo.

         Cogliere allori è cosa lieta, triste cosa è mancarli: vane entrambe, però, e il perché s’è già detto. Viva e vera amarezza è invece non potersi esprimere. Vi son parole che nessuno ascolta, lettere che si perdono, sogni che l’alba infrange, sorrisi destinati a guardarsi allo specchio. L’ira urla “E che cazzo!”, la saggezza risponde “Accettalo, è così!”, e tra iraconde sistoli e diastoli sagge si chiude in burrascosa pace il ciclo che ognuno di noi ebbe in sorte.

(in foto Paolo Pulici ​​)

Ettore Marino
Autore: Ettore Marino

Lettore, se ne hai curiosità, sappi che Ettore Marino, arbërèsh di Vaccarizzo Albanese, è nato a Cosenza nel 1966; che ha collaborato e collabora con varie gazzette cartacee e digitali; che per Donzelli Editore è uscita, nel 2018, la sua "Storia del popolo albanese. Dalle origini ai giorni nostri"; che nel 2021 è diventata libro, per le Edizioni "ilfilorosso", una sua raccolta di liriche intitolata "Patibolo"; che nell’Aprile del 2022 ha pubblicato, per Rubbettino Editore, "Un quadrifoglio, verde tra le spine. Traduzioni da poeti italoalbanesi"; che ha scritto molte altre cose di cui va talora chiedendosi se resteranno sempre inedite; che è arcilieto di collaborare con L’Eco dello Jonio; che il Covid, di cui pure ha patito, non gli ha fatto dismettere l’uso del tabacco; che ignora quando e come morirà.