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Viaggio nei Feudi della Sila Greca - Il Tenimento dell’Arso

6 minuti di lettura

Di questo Tenimento difficilmente si trovano informazioni nei libri di Storia, tranne che in un contributo presente nell’Archivio Storico di Crotone dal quale si apprende che il Feudo dell’Arso nel 1568 era nei possedimenti di D. Ferrante Caponsacco. Sistemarne la storia, pertanto, con le poche informazioni cui fare riferimento è risultato molto macchinoso. Le poche ed esigue segnalazioni riguardano l’incantevole complesso architettonico presente sul Tenimento, che si eleva appartato su un poggio dell’omonimo fondo e che rimanda alle vicende storiche di alcune famiglie impegnate nel settore del commercio arrivate nella nostra Regione, provenienti soprattutto dalla Toscana, in cerca di notorietà, per comperare feudi e procurarsi titoli nobiliari. 

Tuttavia, alcune indicazioni sono state ricavate dal testamento del 2° duca di Crosia, Francesco Mandatoriccio. Altre conoscenze ci riconducono alle vaste distese di uliveti possedute dai Mandatoriccio, padroni incontrastati, per quasi un secolo, del territorio nel quale ricade il medesimo Tenimento dell’Arso insieme al Casale di Mandatoriccio, ma che fino al 1619 risultavano imperniati al Feudo della Terra di Pietrapaola, di cui facevano parte. Le diverse voci al riguardo, se pure esigue, però ci portano ad analizzare il tutto a partire proprio dall’acquisto della terra di Pietrapaola, da parte di Giovan Michele Mandatoriccio, utroque jure doctor, di Rossano. Periodo nel quale, sia il Casale di Mandatoriccio, sia l’Arso, cominciarono a scrivere una loro storia, in quanto possedimenti dei Mandatoriccio, emergente famiglia della borghesia mercantile rossanese con forti ambizioni baronali, poi ottenute. Infatti, il rossanese Giovan Michele Mandatoriccio, di Rossano, impegnando le considerevoli risorse del padre Nicola e del nonno Michele, ricavate dal commercio del grano, dopo aver comperato Crosia e Caloveto dalla Duchessa di Montalto nel 1593 e poi nel 1614 Calopezzati dal marchese di Cirò, col patto di retrovendita, nel 1619, comprò anche la terra di Pietrapaola da Giovanna Ruffo, marchesa di Licodia. Tale patrimonio, il 31 maggio 1624, finì nelle mani di Francesco Mandatoriccio, in qualità di erede e per la morte del predetto barone Giovan Michele, suo padre, deceduto il 22 ottobre 1622. Possedimenti sui quali lo stesso Francesco ebbe significatoria di relevio per le terre di Crosia, Caloveto, Calopezzati e Pietrapaola.

Cosa dire, dal punto di vista ambientale, di questo Tenimento. Credo sia tra i luoghi più incantevoli del basso Jonio cosentino, ubicato nel territorio di Mandatoriccio, caratterizzato e rappresentato dalla sua Torre stellata, una delle risorse più interessanti sotto il profilo architettonico grazie alla sua originale forma e alla sua imponente struttura. Un bene architettonico noto generalmente come Torre dell’Arso, anche se nel linguaggio corrente viene anche appellato Castello dell’Arso od anche Casino dell’Arso. Purtroppo, come si accennava, la carenza di pertinente documentazione e di riscontri concreti e convincenti sulla data della sua verosimile realizzazione non sono sufficienti a stabilirne l’epoca certa, anche se alcuni dati fruibili dettati dalla tradizione orale attraverso le poche ricostruzioni storiche ci portano ad alcune possibili conclusioni circa la sua esistenza già al periodo normanno-bizantino offrendo così la possibilità di sistemare al meglio quanto già documentato e consegnandoci un quadro più reale della sua millenaria vicenda e delle sue caratteristiche architettoniche. 

Una cosa è certa, i suoi albori ci conducono all’epoca medioevale e la sua evoluzione nei secoli, ci consegna comunque una memoria ricca delle sue vicende storiche, della sua influenza nel tempo come segno rappresentativo del Feudo dell’Arso oltre che volano di sviluppo del territorio di pertinenza e non solo.     

Secondo alcune voci, l’ultima volta, sarebbe stata innalzata attraverso importanti rifacimenti tra l’inizio e la metà del XVII secolo, unitamente al Castello di Mirto, anche se per quanto risulta dai miei studi, non escludo sia stata ricostruita in seguito al rifacimento del Castello presente al centro storico di Mandatoriccio. 

Tale intervento permise a Teodoro Dionigi Mandatoriccio, titolare del vasto Feudo dal 13 febbraio 1625, a seguito della morte del fratello Francesco, deceduto il 10 febbraio 1624, di avviare un ingegnoso progetto di utilizzazione della grande estensione di terreno ed in particolare la riorganizzazione e la rivalorizzazione delle terre di Pietrapaola, in quel tempo quasi del tutto trascurate poiché lasciate incolte o adoperate a pascolo, e del nascendo Casale di Mandatoriccio, da lui fondato e al quale diede il nome. I terreni vennero così portati a reddito e sugli stessi si iniziò ad esercitare un’agricoltura intensiva ed estensiva dell’olivo insieme ad alcune interessanti proposte tra cui l’idea di creare una vera e propria tenuta agricola. La Torre venne così alla luce, per volere di Teodoro, come pertinenza del maniero principale, oltre che per impegnare una maggiore superficie per l’ammasso dei prodotti agricoli dell’azienda, in un primo momento trasportati nel castello di Mirto. Conferma, in qualche modo, la si ha anche da coloro che affermano che si tratterebbe di una masseria fortificata risalente al periodo normanno-svevo adoperata nel periodo feudale quale stanziamento residenziale a scopo agricolo. Ciò confermerebbe, quanto da me in precedenza accennato, secondo cui l’ulteriore nome dato alla complessa struttura, ossia quello di Casino dell’Arso, non era un nato per caso.

Difatti, a chiamarlo così era soprattutto il personale addetto alla lavorazione del terreno circostante, preposto alla raccolta delle olive e al mantenimento del podere del barone Toscano, appartenente ad una antica e nobile famiglia rossanese imparentata con i Mandatoriccio. La struttura, in quegli anni era animata da un continuo movimento poiché, in prossimità del Castello c’era anche il piccolo borgo dove vivevano le famiglie occupate nelle varie pratiche agricole e nei diversi e selezionati allevamenti di bestiame. 
Intanto, Teodoro grazie al privilegio del Re Filippo IV, dato da Madrid il 18 maggio 1625, veniva insignito del titolo di 1° duca di Crosia.

La complessa installazione, oggi emergenza architettonica di un certo interesse e da recuperare, si erge nel territorio del Comune di Mandatoriccio ed è compresa tra i torrenti dell’Arso e dell’Acquaniti. La sua costruzione, di modello rinascimentale, prospicente il mare Ionio, da cui dista appena 700 metri e al quale si arriva attraverso un viale, è sistemata nel contado sopra un dolce pendio, circondata da altrettanti morbidi rilievi, quasi a voler celare e custodire la stessa costruzione, che si allungano verso l’interno costituenti una vasta area che supera i 100 ettari, a Ovest della sponda dell’Arso ai quali bisogna aggiungere ulteriori ettari di terreno, circa 30, utilizzati ad agrumeto e oliveto di varietà pregiate. L’area di pertinenza dell’intera struttura sarebbe di quasi 10.000 mq. 

Sull’argomento, tuttavia, non mancano coloro che considerano la costruzione una Torre di avvistamento di epoca medioevale il cui impianto primitivo verosimilmente risalirebbe intorno all’anno 1000, all’epoca bizantina-normanna eretta successivamente alla capitolazione della città di Cariati, per volere di Roberto d’Altavilla, noto come il Guiscardo, e rappresenta una delle fortificazioni tra le più significative del territorio, tanto da poterla proporre come esemplare unico. Interessanti, al riguardo sono alcune note ricavate dalle diverse conversazioni con gli attuali proprietari, baroni Toscano Mandatoriccio, allora nobili feudatari rossanesi, la cui ultima erede rimane la baronessa Angela, secondo cui la Torre venne edificata anticamente nell’anno 1000 su un promontorio e ricostruita nel 1200 dopo un incendio. Venne eretta ai tempi di Federico II a pianta geometrica stellata e rappresenterebbe una delle uniche due torri di difesa privata presenti in Calabria.  
In origine l’immenso patrimonio terriero dei feudatari, facente capo all’importante e desiderato Ducato di Crosia, comprendeva quattro comuni ed era di circa 4.000 ha. Con l’acquisto delle terre di Pietrapaola e la conseguente nascita del nuovo Casale il territorio complessivo dei Mandatoriccio, da alcuni appellato delle ‘Cinque Terre’, aumentò l’estensione del Ducato.

Il suo territorio sulla costa era racchiuso tra le foci del fiume Trionto e quella del torrente Arso, mentre all’interno, lontano dalla costa, arrivava ai confini delle terre di Bocchigliero, di Campana e di Longobucco. Complessivamente, quindi, la sovranità dello Stato ducale, che già includeva il Feudo di Crosia insieme al vasto Tenimento del Casale di Mirto esercitava il suo potere sui Feudi di Calopezzati, di Caloveto, di Mandatoriccio e di Pietrapaola. 
Il paesaggio che circonda la costruzione è tipicamente mediterraneo ed è caratterizzato da arbusti di macchia mediterranea. Nell’aria si conserva sempre un intenso profumo emanato dalla natura circostante. 

Percorrendo la strada provinciale che porta al centro storico di Mandatoriccio, portandosi dietro i suoi misteri, la Torre si espone alla vista del passante in tutta la sua magnificenza. Sempre imponente per la sua straordinaria architettura la si scorge all’entrata della omonima valle, in un contesto di rara bellezza, assolutamente incontaminato, circondato da ulivi secolari, da cui è possibile godere un meraviglioso paesaggio. 

Il nome della robusta Torre o Castello dell’Arso, come lo si vuole chiamare, scaturisce dalla sua vicinanza all’omonima fiumara, un torrente che nel periodo estivo è del tutto secco, ma incline a farsi ostile alle prime impetuose precipitazioni e alla cui foce anticamente rilevanti erano i traffici di derrate alimentari commercializzate prima dai Mandatoriccio titolari del Feudo e poi dai Sambiase, grazie alla presenza, per quanto se ne tramanda dalla voce popolare, di un piccolo porticciolo dove poter approdare, fatto costruire verosimilmente da Teodoro Mandatoriccio quando ormai il mare che lambiva la Torre si era già abbondantemente ritirato. (continua)

Franco Emilio Carlino
Autore: Franco Emilio Carlino

Nasce nel 1950 a Mandatoriccio. Storico e documentarista è componente dell’Università Popolare di Rossano, socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria e socio corrispondente Accademia Cosentina. Numerosi i saggi dedicati a Mandatoriccio e a Rossano. Docente di Ed. Tecnica nella Scuola Media si impegna negli OO. CC. della Scuola ricoprendo la carica di Presidente del Distretto Scolastico n° 26 di Rossano e di componente nella Giunta Esecutiva. del Cons. Scol. Provinciale di Cosenza. Iscritto all’UCIIM svolge la funzione di Presidente della Sez. di Mirto-Rossano e di Presidente Provinciale di Cosenza, fondando le Sezioni di: Cassano, S.Marco Argentano e Lungro. Collabora con numerose testate, locali e nazionali occupandosi di temi legati alla scuola. Oggi in quiescenza coltiva la passione della ricerca storica e genealogica e si dedica allo studio delle tradizioni facendo ricorso anche alla terminologia dialettale, ulteriore fonte per la ricerca demologica e linguistica