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NUGAE - Di tragedie classiche e moderne: dal teatro alla tavola

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Nei miei ricordi da bambina, quando in casa c’era un’unica televisione e un’unica stanza vissuta come ritrovo familiare, ricorrono varie immagini di telegiornale, con mio padre attento, seduto nella poltrona lì vicino, ed io che facevo i miei giochi -o magari mi annoiavo, cosa oggi demonizzata ma in realtà tanto sana per la sua carica di rielaborazione mentale e creativa!-, quasi cullata dalla voce anche rassicurante, se vogliamo, della voce, per lo più maschile, del giornalista Rai. Sentivo citare nomi e vedevo volti per me divenuti quasi anch’essi familiari per questa rituale frequente situazione che si ripeteva ogni sera intorno alle 20, specie nelle stagioni di freddo. Nella memoria non trovo alcuna cosa che mi turbasse in quelle situazioni. Non capivo nulla o quasi; ciò di cui si parlava apparteneva a cose per me uggiosissime e distanti, ma di certo nulla che mi turbasse. Solo pochi eventi ritrovo segnati nella mia memoria come fonte di turbamento: avevo poco meno di cinque anni quando avvenne il rapimento di Aldo Moro; qualcuno in più nella stagione dei sequestri in Aspromonte; non ne avevo ancora otto quando la tragedia di Alfredino segnò l’Italia intera e consegnò a me la fobia, ancora oggi viva e trasmessa, dei pozzi. Ma si trattava di eventi fuori dall’ordinario, di vicende che venivano comprensibilmente raccontate e documentate nel loro svolgersi e tenevano appesa la Nazione intera con partecipazione emotiva, sociale, preoccupazione politica anche; certo. Ma non credo potesse ingenerare forme di ansie profonde, subdole, come invece avviene per qualcosa che si percepisce possa entrare nel proprio spazio di sicurezza personale, magari domestica. Immagino avvenissero anche allora crimini ed episodi di violenza iscritti nella dimensione delle vite private, ma non ricordo di averne quasi mai sentito parlare in quelle cronache televisive o nei radiogiornali che accompagnavano la nostra andata a scuola in una Fiat 132 gialla, mentre, nei mesi caldi, cercavamo di non appiccicarci troppo sui suoi sedili di pelle e un suono ripetuto, tipo fischio metallico, annunciava che erano già le 8 e che quindi noi, anche quel giorno, eravamo in ritardo.

Oggi per me ascoltare un telegiornale alla presenza dei miei bambini è cosa inconcepibile e che evito accuratamente. Certo, mi piacerebbe farli progressivamente avvicinare alle informazioni generali, conoscere nomi, episodi o questioni che appartengono all’attualità. Ma, inevitabilmente, la voce di un cronista, le immagini impudiche di una telecamera o le scritte che scorrono in basso sullo schermo, raccontano, con perversa insistenza, di episodi di violenze efferate, portate alla ribalta della cronaca nazionale con ogni dovizia di particolari inascoltabili, a mio avviso. Specie dalle orecchie impressionabili e ancora non assuefatte di un bambino.

Questa non è più informazione. O solo in minima parte. L’obiettivo è altro: fare numeri impressionando, colpendo emotivamente, toccando dentro le corde più intime, gratificando quella sindrome da finestra sul cortile. E, paradossalmente, nei più si genera, col tempo, una  sorta di assuefazione. Per cui pranziamo e ceniamo davanti ad un’accetta che ha fatto a pezzetti un’anziana donna, poi riposta in frigo o in un sacco dell’immondizia; ascoltando quanti colpi di coltello sono affondati, e dove, e come, nel corpo mortificato, brutalmente aggredito e ucciso di un’ennesima donna, e magari si specifica che è stato il marito o compagno o, perché no, il figlio; o magari sentendo la storia di una madre stessa che ha soffocato, annegato, gettato, abbandonato un esserino che le era figlio; e ancora altro, e altro, e poi altro. Inudibile! Inaccettabile!

Ma davvero pensiamo che questo tipo di narrazioni, e le conseguenti spettacolarizzazioni perverse che tutto il palinsesto televisivo mette allegramente in piedi intorno ad ognuna di queste vicende, possa entrare così prepotentemente e senza danni nelle nostre case? Davvero pensiamo che un bambino possa ascoltare cose del genere e poi crescere sereno, in un mondo di cui si sta creando la sua conoscenza, il suo immaginario?

A chi non attua questa censura oramai adottata da anni nella nostra casa -ma non per bravura, ma per non saper come fare, per timore, per senso di fragilità-, chiedo: cosa dite ai vostri figli quando ascoltano questo tipo di notizie? Perché lasciare cadere nel silenzio proprio non si può! “Passami l’insalata” o “mangia un altro po’ di frutta” o “buono questo dolce” non lo vorremo mica lasciare scorrere in un silenzio di normalità o indifferenza, accanto a questo tipo di sottofondo?! E invece magari succede; ma non so se è giusto!

E d’altra parte, cosa dobbiamo dire ad un adolescente che si sta strutturando e che viene elaborando, con fatica, il suo io e cerca i confini imposti da quel super-Io che è individuale, ma anche e soprattutto, sociale, collettivo? Perché qui, secondo me, sta il punto più delicato della questione. Deve esistere un livello oltre il quale non si va. Si deve sapere con certezza e sentire con forza. Esistono divieti, codici, giuridici, ma morali prima di tutto, che devono essere e restare chiari. Esiste una soglia di accettabilità dell’umano che non va messa in discussione, lasciata traballare, venduta ad una logica di mercato che domina  e gestisce questa forma di veicolazione mediale, massiva,di messaggi. Diretti, indiretti. Consci, inconsci. Inutili forse, e sempre dannosi per come agiscono sui destinatari.

Mi stupisco ogni giorno per come non si percepisca e non si agisca su questo. Come non si sollevi una questione urgente; come gli psicologi, i sociologi, gli antropologi, gli stessi criminologi non lancino un urlo di allarme su questo fenomeno della violenza come show che distrugge, abbassa, rimuove tabù. Ciò che era inconcepibile; ciò che apparteneva solo alla letteratura horror; ciò che poteva vivere solo nelle menti di criminali strutturati e deviati, scende a livello di normalità. I volti di vittime e criminali non sono più quelli che passano dai flash asettici della polizia, ma sono immediatamente reperiti da profili facebook e ci restituiscono tutta la dimensione privata di quelle persone: di felicità in corso o, quanto meno, di vite normali in corso, su cui è entrato, come un virus contagiosissimo e da curare prima e più di altri, che fa pescare nella memoria di soggetti temporaneamente instabili, fragili, labili, immagini, storie, dinamiche introiettate di violenza, di aggressioni, di omicidi, di crimini efferati e disumani che progressivamente, negli ultimi anni, si sta facendo in modo che vengano percepite come normali. Sono usciti dalla sfera del tabù. Del proibito. Inammissibile. Esecrato. E giorno dopo giorno, show dopo show, il super Io collettivo sembra averli fatti entrare nella dimensione del possibile, del non assurdo, del concepibile. Per ulteriori effetti indiretti della selvaggia comunicazione di massa e della costruita spettacolirazzazione diffusa, delle soap opere artatamente ricostruite, potrebbe anche accadere che il criminale divenga vittima egli stesso, compianta da una platea larghissima; quando non anche eroe che spudoratamente può dire, magari per voce di testimoni, “ora sì che sono soddisfatto!”.

Era la fine degli anni ’90 quando per la prima volta mi trovai in una classe a raccontare il mito degli Argonauti, con l’inevitabile prosieguo su Medea e i tragici violenti risvolti legati (sebbene non univocamente) a questa figura. Anche in quel caso, come oggi -in altre situazioni- da madre, omettevo, edulcoravo, censuravo. Insomma, tacevo gli aspetti più violenti e disumani. Inconcepibili per una classe di quattordicenni o poco più. Oggi è diverso. Oggi Medea, o Oreste, o Ifigenia, o Edipo stesso e tanti altri personaggi e storie della tragedia greca, sono scesi dal proscenio, per essere sbattuti sugli schermi delle nostre vite quotidiane. Ma non v’è omissione alcuna che protegga lo spettatore dal turbamento e, principalmente, non v’è quella struttura collettiva, articolata, accompagnata, complessa, costruita; non v’è quella consapevolezza ideologica di fondo, che faceva del teatro, tra le altre cose, anche uno strumento sociale di controllo della violenza, che si realizzava attraverso il fenomeno, centrale nella drammaturgia antica, della catarsi. Oggi no.

Oggi lo spettatore delle inarrestabili tragedie di cronaca nera, servite calde e condite sulla tavola degli italiani, è spesso solo nelle sue pareti domestiche; quelle che magari contengono -senza che nessuno le conosca, protegga o prenda in carico- desolazione e instabilità. Ma, ottenuto l’audience, la logica dei mass media sembra non preoccuparsi d’altro; non cura quel che avviene dopo lo show. Poco importa se dietro quei numeri registrati dal Meter ci sono persone  destinate, abbandonate, o all’assuefazione -di per sé inaccettabile, ma inevitabile alla lunga- o alla pericolosissima, incontrollata e inconsapevole, suggestione.  Quindi, signori, che lo show prosegua! Ma davvero nessuno lo può fermare?    

Alessandra Mazzei
Autore: Alessandra Mazzei

Diploma classico, laurea in Lettere classiche a La Sapienza, Master in Pedagogia, insegue una non facile conciliazione tra bios theoretikos e practikos, dimensione riflessiva e solitaria, e progettualità concreta e socialmente condivisa. Docente di Italiano e Latino, già Assessore alla Cultura e Turismo di Rossano, impegnata in diverse associazioni socio-culturali, ma, prima e più di ogni altra cosa, mamma, felice, di Chiara Stella, Gabriele e Sara Genise. Ha grande fiducia nelle capacità dei giovani, degli studenti, di quelli che poi restano e di quelli che vanno pensando un giorno di tornare. Spera di poter contribuire, insieme a loro e ad amici ottimisti, alla valorizzazione di questa terra di cui sente da sempre la forza delle radici, accanto al bisogno di paesaggi culturali ampi e aperti. Ama la scrittura, che vive, al pari dell’insegnamento, come itinerario di ricerca e crescita personale, da coltivare in forme individuali e collettive.