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Camminando verso est con Socrate, Enea e Astolfo

5 minuti di lettura

Insolite albe di sole e di speranza si alzano su questi nostri giorni nuovi; ore bagnate di azzurro, cieli puntellati di stelle profumate, orizzonti striati di rosa e di limoni chiudono e aprono il corso dell’anno che è stato e di questo che è nato.

Se allungo lo sguardo, oltre i monti, oltre il sole che non è più, oltre il confine del tempo trascorso a ripescare ad occidente quanto inghiottito dai tanti crepuscoli dei due anni passati, faccio fatica a distinguere sagome, volti, forme precise. I caratteri sfuggono, i fotogrammi si accavallano, le parole, le immagini si scompongono, replicano, ricompongono in modo stravagante, deformato: ora abnorme, subito dopo polverizzato, come in quei ribelli capricci futuristi o postmoderni; o come in un videogame, un gioco virtuale, solo che fatto di corpi e consistenze reali. Umane. Un puzzle complesso di cose vissute, ma ora vertiginosamente rimescolate.

Incredulità smarrimento dolori solidarietà sacrifici impegno unione solitudini intimità ritrovate violenze esacerbate amori consumati serrande abbassate rialzate riabbassate schermi  mille schermi accesi connessi disconnessi privacy violate case imbarazzate soluzioni nuove fallimenti umani imprenditoriali sostegni ripartenze successi ricerche scoperte scientifiche tensioni piazze affollate corsie occupate maschere identità respiro ossigeno contagi aria pura finestre aperte cieli azzurri nuvole nere bambini abbracciati separati privati scuole pronte scuole chiuse locali vuoti di nuovo pieni troppo pieni mare montagna finalmente montagna aree interne spopolamento soluzione covid eroi camici bare sedie vuote nuovi orizzonti strategie pianificazione social comunicazione vaccini isolamento inni balconi aperti vicinato aiuti sociali perdòno priorità stili di vita veloci lenti troppo lenti di nuovo veloci troppo veloci case intasate riunioni tutte le ore pane lievito adolescenti zittiti film canzoni libri crescere crescere comunque sguardi negati sguardi cercati messaggi parole parole parole…

Non so ancora mettere ordine tra queste parole; la punteggiatura manca; l’impalcatura mentale vacilla; le sensazioni si intrecciano. Per me sento che è troppo presto per riassettare tutto su un piano. Per creare sagome tridimensionali di consapevolezza e lucidità.

Certo, qualcuno lo farà; anzi qualcuno lo ha già fatto. É necessario che sia così d’altronde.

Ma per alcuni, invece, -per me tra questi- il tempo della lucidità, dell’analisi razionale, chiara segue ad un fisiologico tempo di riassetto emotivo, di osservazione continuata, profonda, in cui ancora raccogliere frammenti, decifrare sapori, ascoltare parole, raccontare. Raccontarci. Essenza sublime dell’essere uomini; sostanza la più intima dell’essere donna.  

Eppure, intanto, non fermarsi. Anzi, riprendere a camminare, guardando ad est, ad orizzonti puri, carichi di promesse e attese maturate; a mete verso cui procedere con forza, ma leggeri, in spalla uno zaino con gli attrezzi più necessari e accanto affidabili compagni di strada. Quali? Li cerco.   

All’incrocio davanti a noi, ai bivi della vita, ci attende Socrate. Ci offre l’arte del dialogo. Con gli altri. Con noi stessi. Col qui e ora. Con un altrove di tempo e dimensione verticale. Un dialogo fatto di ascolto profondo, attento, aperto, senza preconcetti, privo di infingimenti e sovrastrutture devianti e deviate. Quella parola che attinge alle sorgenti inestinguibili dell’essere vivi e restituisce essa stessa linfa al fiume inesauribile della vita, perché, sperimentando le anse della sofferenza, attraverso l’umiltà del sentirsi sempre limitati e piccoli, ci partorisce a noi stessi, alla verità. O alle nostre verità. Pur quando provvisorie.  Lasciamo a terra il logos fattucchiero, demagogico, opportunista. Costruiamo e difendiamo sempre l’arte della parola alta, intrisa di quella serietà che la rende sacra.

E, come ci ricordano tante menti illuminate, prestiamo anche la nostra di parola a chi non ha voce o la ha e non la sa usare. E, per quanto si può, insegniamo ad ognuno l’arte della parola e del pensiero liberi.

Serve prenderci cura. Che tutto ci stia a cuore.

Serve coraggio, serve la forza per l’accettazione e quella per la rifondazione. Serve capire quando una cosa non può più essere e poi la responsabilità dell’andare oltre, riconoscendo la nostra missione, assumendo la cura di chi ci è affidato. Di ciò che è affidato a noi. Che siano cose piccole o grandi.

Enea accetta la fine della sua città in fiamme, accoglie la sua missione, inaspettata forse. Assume su di sé la responsabilità di quanti lo seguono. Non dimentica di mettere nella bisaccia i Penati, che porta fisicamente e idealmente con sé. Ma, principalmente, nel momento del bisogno più pressante, si carica l’anziano padre sulle spalle e presta la sua mano forte, rassicurante al figlio. Non perdiamo la dimensione plurigenerazionale delle nostre famiglie e delle nostre società! Passato, presente e futuro devono procedere con passo omogeneo verso la nostra nuova città ideale. Perché l’uno è di supporto all’altro. Certo, Enea sembra sostenere lui tutto il peso. Ma in realtà sono Anchise e Ascanio le ragioni prime della sua forza interiore. Senza non avrebbe avuto lo stesso coraggio, la stessa tenacia. Quanto a Creusa, questa parte del mito mi ha sempre lasciato amarezza, pur essendo segno profondissimo e commovente, vero, della capacità femminile di sacrificarsi, di proteggere, guardare le spalle a chi corre avanti, e, nel momento di sconforto, di dare la forza e rendere esplicita la missione, segnando la strada per gli altri, pur accettando di rimanere indietro. Di fermarsi. Di morire. Ecco, in una scultura ideale di un futuro Bernini, desiderei un complesso statuario, lapideo a quattro, che trovi il modo per salvare l’animo nobile delle donne, ma senza infliggere loro un costo troppo alto della loro sensibilità e del loro amore. Abbiamo pagato abbastanza, da sempre. Ora Creusa deve vivere!

Non voglio partire verso il nostro futuro prossimo senza un terzo compagno di viaggio, prezioso, a mio avviso, quanto o forse più degli altri: Astolfo col suo ippogrifo. Occorre volare alto, leggeri, ma, soprattutto, è oramai urgente cambiare prospettiva, guardare le cose da un altro punto di vista che ci restituisca contezza chiara, inequivocabile, di ciò che abbiamo smarrito e delle dimensioni reali di ciò in cui siamo immersi.

Orlando è impazzito. Ha smarrito il senno. Non sa più chi è; non sa più essere chi è. Riscrivendo a modo suo, fantasioso, meraviglioso, leggero, una piccola, concentrata ma significativa divina commedia,  Ariosto fa sì che Dio, vedendo il suo campione cristiano smarrito anch’egli in un bosco oscuro, tanto da non ritrovare più il senso della sua stessa identità, mandi qualcuno in suo soccorso: Astolfo. Se Dante si divide in più ruoli, divenendo egli stesso autore, narratore e personaggio, Ariosto affida invece al duca amico di Orlando l’esperienza del viaggio nell’aldilà. Egli attraversa l’Inferno, per poi raggiungere, in groppa ad un ippogrifo, il Paradiso terrestre da dove San Giovanni lo condurrà fin sulla Luna. In questa sfera così piccola vista da quaggiù, ma invece grande quanto la Terra, e dove si radunano tutte le cose smarrite dagli uomini, il duca scopre due cose: che ogni cosa, vista da lontano, è incredibilmente piccola, Terra compresa, e che tutti noi, spesso, invischiati in mille diverse passioni, ambizioni e traviamenti, di cui spesso non ci rendiamo conto, perdiamo il senso del reale e con esso il senno, quel liquor suttile e molle,/ atto a esalar, se non si tien ben chiuso. E così Astolfo,  raccolto in varie ampolle,/ qual più, qual men capace, atte a quell'uso, ritrova sì quello d’Orlando, ma vede anche gran parte del suo di senno, finito lassù;  e accanto al suo quello di tanti tanti altri.  

Solo accettando di cambiare spesso prospettiva, di volare ogni tanto sopra i nostri interessi immediati o le nostre piccolezze quotidiane, ci renderemo conto di quanto esse siano risibili e ci allontanino dalla meta. Mettiamoci in discussione, impariamo a ridere anche di noi, relativizziamo i nostri pachidermi mentali e forse allora scopriremo che la strada più facile, quella più larga, più naturale, più immediata è anche la migliore.

Alessandra Mazzei
Autore: Alessandra Mazzei

Diploma classico, laurea in Lettere classiche a La Sapienza, Master in Pedagogia, insegue una non facile conciliazione tra bios theoretikos e practikos, dimensione riflessiva e solitaria, e progettualità concreta e socialmente condivisa. Docente di Italiano e Latino, già Assessore alla Cultura e Turismo di Rossano, impegnata in diverse associazioni socio-culturali, ma, prima e più di ogni altra cosa, mamma, felice, di Chiara Stella, Gabriele e Sara Genise. Ha grande fiducia nelle capacità dei giovani, degli studenti, di quelli che poi restano e di quelli che vanno pensando un giorno di tornare. Spera di poter contribuire, insieme a loro e ad amici ottimisti, alla valorizzazione di questa terra di cui sente da sempre la forza delle radici, accanto al bisogno di paesaggi culturali ampi e aperti. Ama la scrittura, che vive, al pari dell’insegnamento, come itinerario di ricerca e crescita personale, da coltivare in forme individuali e collettive.