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Provando a lasciare il segno, tra l’Educere e il Seducere

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Gli androni tornano a vociare, gli echi concavi dei corridoi ancora vuoti di risate e strepiti si attutiscono in misura inversamente proporzionale alle presenze che lentamente tornano a popolarli; l’odore tipico di fogli, stampanti a laser e registri timbrati riempie già da giorni le affollate stanze delle segreterie, simile, forse, in parte, a quello che si respira nella dimensione raccolta e intima di tante camerette. In queste, però, al profumo, promettente, di carta, inchiostri e plastica di quei libri, quaderni e diari freschi di stampa, si mescola il rammarico di stagioni poco vissute e vestiti poco usati, misto al desiderio, muscolare, di afferrare i giorni che verranno, addentare la vita, senza lasciarla fluire distante. Distanti.

In questi ultimi giorni in cui bambini e ragazzi consumano un’attesa più lunga del solito, noi docenti da un po’ proviamo a declinare le linee attraverso cui si svilupperà il loro cammino in questo arco di tempo insolito, consapevoli che questa volta si tratterà di dover abbracciare, ancora di più, intelligenze ed emozioni, ansie e speranze, timori e aspettative, promesse ed incertezze.

Sul tavolo, accanto a declinazioni o tabelline, teoremi o filastrocche, leggi di gravità o capitali del mondo… da questo mondo ci arrivano, urgenti, recrudescenze e incoerenze, mancanze e sovrabbondanze, assenze e presenze ingombranti. Ed è a partire da ciò che cerchiamo di ritrovare il filo per coltivare il pensiero, curare le paure, ridare coraggio e gettare le fondamenta di una serena e responsabile autostima, memori del Pigmalione di Rosenthal.      

Fuor di retorica o da recriminazioni che in altre sedi avrebbero ben senso di esistere -considerata la paradossale non corrispondenza tra un peso educativo sempre crescente e una proletarizzazione socio-economica drammatica (Recalcati)- essere “in-segnante” è davvero una sfida continua, complessa, entusiasmante, in cui nulla può esservi di ripetitivo dacché anche ciò che nei contenuti si rinovella è sempre rinnovato nelle reazioni di chi lo accoglie, e, perciò, nel nostro stesso inscenarlo.

Via via che cresce in me il riconoscimento sempre più convinto di un debito culturale-morale verso i miei maestri, si rinforza anche la consapevolezza che il rapporto, strutturalmente (e beneficamente!) asimmetrico, tra un docente e uno studente lascia davvero il “segno” a vita. Persistente è, infatti, la scia di quanto avviene in quelle ore di lezione solo apparentemente sempre uguali e chiuse tra quattro spoglie pareti di un edificio, foss’anche della più sperduta periferia.

In realtà, ogni momento vissuto con venti o più menti e animi connessi fra loro e con noi è al centro del fluire della vita; quella in cui ogni bambino/ragazzo non sta solo imparando a conoscere e fare, ma principalmente compone la propria immagine di sé che, da principio informe, trova via via la propria sagoma e dimensione attraverso le esperienze che la scuola, più di qualunque altro ambiente, offre l’opportunità di vivere. Lo fa attraverso l’incontro con la fertilità prolifica della cultura, da contrapporre al  suo aborto sterile in rivoli di nozioni sconnesse e fini a se stesse; attraverso la sperimentazione dell’inciampo (Safouan), del cadere e del riprovare con fiducia, senza che ogni sbaglio implichi un giudizio globale sulla persona, ma solo la misura del gradino adatto alla propria gamba o la necessità di percorrere strade diverse. Lo fa attraverso il contatto quotidiano con i confini di ciò che è l’opportuno, il giusto, l’equilibrato, il corretto, il necessario, da preferire alle dilaganti scorciatoie, al debosciato esprimersi senza freni, o al deprimente habitus di parvenu quanto di sfigati. Lo fa attraverso la complessa dialettica tra pari e con gli adulti, costruendosi quella consapevolezza di sé anche solo attraverso gli sguardi e le parole dell’altro, rispettose a volte, meno altre. Lo fa attraverso la capacità di mettersi in discussione, imparando a sfuggire all’autoreferenzialità quanto alla sfiducia.

È un set di vita che continuamente cambia scene, personaggi e situazioni, i cui copioni non sono mai noti prima. Essenziale, pertanto, che il regista sappia condurre, accompagnare, indirizzare, correggere, ove necessario: autorevolezza mai padronale; accoglienza verso tutti, nel rispetto verso se stesso e ognuno; presenza fisica, intellettuale e mentale, che gli studenti sentono sin dal primo minuto dell’anno. Lo abbiamo sperimentato tutti. (Pennac)

Per rendere presente gli allievi nell’ascolto, è infatti necessario, aggiunge Recalcati commentando lo scrittore francese, che il maestro sappia innanzitutto rendersi presente a se stesso; la sua parola trae forza dal fatto che lui è lì, non altrove, e non vorrebbe essere in nessun altro luogo. Desidera essere dov’è.  È proprio questo ad innescare il desiderio negli alunni. Ogni docente lo fa attraverso il suo stile, certo. Quello stile che altro non è se non il modo di rendere il sapere vivo, agganciato alla vita, di abitare un’etica della testimonianza che rifiuta qualunque criterio di esemplarità. Trovo bellissima questa definizione!

Non sarà inutile, continuando, ripercorrere in libertà i passi in cui lo psicanalista milanese ci ricorda che ogni bravo insegnante è colui che  <<sa portare il fuoco>> e che, avendo sperimentato su di sé le insidie della caduta nella noia e nella ripetizione, si impegna a ricercare i giusti antidoti per tenere sempre desto il desiderio; sarà anche colui che riesce a valorizzare le differenze, la singolarità, animando la curiosità di ciascuno senza però inseguire un’immagine di <<allievo ideale>>; egli, piuttosto, esalterà i difetti di ciascuno dei suoi allievi, valorizzando e cercando senso anche in ogni stortura.

Un po’ regista, un po’ sceneggiatore, un po’ attore, chi e-duca, insomma, prova a tirare fuori ciò che dorme nella coscienza dei suoi allievi, accompagnandoli nella scoperta di una loro identità; non riempie le teste ma vi costruisce vuoti, aprendo porte, occhi e finestre su spazi inediti. È per questo che e-ducere è molto simile al se-ducere, fa notare  Massa, nel senso etimologico del «condurre in disparte», portare di fronte al nuovo, all’inaudito, all’imprevisto… disorientare, spaesare, fare scoprire, condurre all’aperto, laddove occorre essere esploratori proprio di quel mondo contraddittorio da cui questa riflessione ha preso avvio; quello che, nonostante tutte le sue brutture, ha ancora tanta bellezza da tirare fuori, la cui ricerca trova stimolo solo nella curiosità, nel desiderio e in quella percezione di vuoto di chi si sottrae all’ottuso appagamento delle logiche materialistiche.

Forse risiede in questo la missione più profonda dell’essere insegnante.      

Felice scuola a noi!

In copertina: Pestalozzi con i suoi allievi. Incisione su legno del 1882

Alessandra Mazzei
Autore: Alessandra Mazzei

Diploma classico, laurea in Lettere classiche a La Sapienza, Master in Pedagogia, insegue una non facile conciliazione tra bios theoretikos e practikos, dimensione riflessiva e solitaria, e progettualità concreta e socialmente condivisa. Docente di Italiano e Latino, già Assessore alla Cultura e Turismo di Rossano, impegnata in diverse associazioni socio-culturali, ma, prima e più di ogni altra cosa, mamma, felice, di Chiara Stella, Gabriele e Sara Genise. Ha grande fiducia nelle capacità dei giovani, degli studenti, di quelli che poi restano e di quelli che vanno pensando un giorno di tornare. Spera di poter contribuire, insieme a loro e ad amici ottimisti, alla valorizzazione di questa terra di cui sente da sempre la forza delle radici, accanto al bisogno di paesaggi culturali ampi e aperti. Ama la scrittura, che vive, al pari dell’insegnamento, come itinerario di ricerca e crescita personale, da coltivare in forme individuali e collettive.