Spartaco Pupo e il coraggio dell’identità: quando la cultura "torna" a destra
Dall’oicofobia alla critica del pensiero unico, l’opera e il pensiero di Spartaco Pupo riaffermano il ruolo dell’intellettuale come coscienza scomoda del presente e difesa non vergognosa dell’identità culturale
CORIGLIANO-ROSSANO - Gli atenei sono il luogo nel quale dovrebbero albergare, ontologicamente, il pensiero critico, l’amore per il dibattito e lo scambio dialettico. Solo attraverso i suddetti passaggi si può affermare di perorare la nobile causa della conoscenza e dunque di fare cultura.
Ora, nessuno si prenda in giro: sappiamo benissimo che, purtroppo, spesso il sapere, in tali nobili luoghi, viene condizionato dalla corrente culturale dominante, quella derivante dalla sanguinosa ragione dei lumi con tutti i suoi nefasti derivati. Fortunatamente, però, esistono delle eccezioni, come lil Professor Spartaco Pupo, professore associato, abilitato ordinario, di Storia delle dottrine politiche all’Università della Calabria e membro del Comitato scientifico dell’Istituto stato e partecipazione.
Esperto di conservatorismo politico ha tenuto lezioni e conferenze in varie università italiane e straniere.
Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: “La comunità e i suoi nemici”; “La politica senza noi”, “Lo scetticismo politico” e soprattutto “Oicofobia – il ripudio della nazione”, studio uscito nel 2023 che ha avuto il coraggioso merito di affrontare il problema costituito, come rivela il nome del saggio, dalla paura della propria identità.
Ma, al di là del notevole curriculum, egli è, senza ombra di dubbio, un vero intellettuale proprio in omaggio alla originaria funzione che il termine intellettuale implicherebbe nella società ed il condizionale, purtroppo, si rende obbligatorio nei tempi moderni. Perché il ruolo dell’intellettuale è sempre stato, nei momenti storici passati, quello di spina nel fianco rispetto alla politica e segnatamente ai poteri forti. Evito di fare una serie di nomi, ma da Ezra Pound a Pasolini, da Zecchi a Veneziani, su idee diverse, costoro hanno sempre innestato elementi di dissonanza che si proponevano di stimolare dubbi che poi portano al pensiero critico, il cosiddetto dubbio sistematico tanto decantato dai cultori dell’illuminismo.
Da un po' di tempo, invece, i cosiddetti intellettuali (che evidentemente tali non sono) si appiattiscono sul pensiero dominante su tutti i grandi temi della vita; difficile, cioè, quando ci si imbatta nei cosiddetti grandi temi della vita: immigrazione, diritti civili, identità, maternità surrogate, guerra, pandemia, vaccini e quant’altro, riscontrare voci fuori dal coro perché le medesime (sono poche ma ci sono) subiscono immediatamente la rivalsa che piove dall’alto.
Ebbene, il professore Spartaco Pupo - non a mio parere ma obiettivamente - rientra, a pieno titolo, nel ristretto novero di quei veri intellettuali, uomini dalla schiena dritta che in vari campi della cultura ha avuto il merito di affermare verità scomode con competenza e cognizione di causa.
Il professor Spartaco Pupo ha, infatti, affrontato la difficile sfida dell’oicofobia, ossia quella tendenza abbastanza diffusa, specialmente in Italia, da una parte della intellighenzia, a ripudiare cultura, storia, costumi, istituzioni e tutto ciò che si richiama all’appartenenza ed all’orgoglio nazionale.
Questa è, purtroppo, una disavventura che sarà capitata a ciascuno di noi: affrontare una discussione con quel mondo culturale progressista (radical chic) che automaticamente, bolla qualsiasi riferimento alle nostre radici con termini come “sciovinista”, “fascista”, “sovranista”, “populista”. Tradotto pragmaticamente: tutto ciò che è altro da noi appare bello e invidiabile, mentre ogni nostra caratteristica viene sminuita quando non derisa. Questo corto circuito intellettuale, in realtà, non si accorge di una palese contraddizione; perché se si è attenti nello studiare e stigmatizzare il fenomeno della Xenofobia (la paura del diverso), allo stesso modo si dovrebbe porre l’attenzione sulla Oicofobia, ossia la paura della propria identità.
Ora, l’identità complessiva di una singola persona è composta, da tante sfaccettature e non tutte possono trovare la piena adesione da parte della singola persona, ma ciò non toglie che quelle medesime sfaccettature facciano comunque parte del passato della singola persona.
Il Professor Pupo, a questo proposito, evidenzia che il concetto di identità ci rende pienamente consapevoli di un fatto incontrovertibile: non basta percepire il senso di noi stessi se gli altri non ce lo riconoscono o se addirittura ce lo denigrano pubblicamente.
Perché ciascuna identità territoriale - intendendo dal punto di vista più ampio, ossia nazionale, tutti gli elementi che la compongono – istituzioni giuridiche, storia del territorio, lingua, religione retaggio culturale ecc – ha il precipuo dovere di rispettare sé stessa. Deve. Cioè, svilupparsi nell’ambito che le è proprio, nel paesaggio culturale esteriore e geografico che la storia – e anche una decisione divina pre-istorica – ha voluto e le ha assegnato.
Di conseguenza testimone e primo interprete di ogni identità è la comunità, ossia un gruppo di persone in carne ed ossa che rappresenta quei valori che compongono la identità alla quale appartengono e che condividono al suo interno interessi e finalità specifiche.
Mi piace anche evidenziare come il professor Pupo, nel suo studio in merito, abbia citato tra gli intellettuali che hanno avuto il merito di stimolare una riflessione su questa spinosa problematica George Orwell, il quale definì il patriottismo come l’attaccamento a un qualcosa che muta restando misteriosamente continuo. Ritengo questo riferimento particolarmente degno di nota dal momento che George Orwell dimostrò una spietata e lucida preveggenza prevedendo con 1984, che tutti conosciamo, gli effetti nefasti conseguenti anche a una massificazione degli individui e quindi, di conseguenza, alla totale perdita della propria identità.
Le persone avvedute sanno leggere bene la realtà circostante, non lasciandosi fuorviare dalle false coreografie che una certa visione del mondo propone loro insistentemente. Così, non si può non riscontrare come in nome di una falsa uguaglianza (dei diritti e non dei doveri) si prospetti l’assimilazione di altre culture sottintendendo che sia queste culture sia la nostra rinuncino ad ogni specifica differenza che le caratterizza. È nel nome dei diritti dell’uomo (che tali sono solo su carta) che si rinnegano i reali diritti degli uomini e dei popoli a vivere secondo i precetti delle proprie tradizioni. È nel nome di una universale teoria dei bisogni che si immagina e si progetta un’unica economia mondiale a danno delle singole politiche economiche che puntano sui prodotti territoriali.
“LA DESTRA E LO STATO” rappresenta l’ultima opera del Prof. Spartaco Pupo: un’opera che riveste la qualifica di opera omnia dei suoi studi e del suo pensiero.
Spartaco Pupo, attraverso uno studio rigoroso, compiuto con metodologia da vero e colto ricercatore, affronta forse in maniera risolutiva la delicata tematica dell’idea statuale all’interno della “destra”, pur con tutta la difficoltà di utilizzare il singolare per una categoria politica piena di eterogeneità.
Perché l’idea statuale è ancora in grado di fornire quelle giuste soluzioni consensuali da cui dipendono la vita e la libertà di una società che devono la propria stabilità all’identità nazionale.
Complicato individuare il cuore di tale notevole lavoro, data la complessità di tutta la materia trattata, ma a mio modesto parere, indirizzato dalla mia personale forma mentis e visione del mondo, non si può prescindere da quanto il Professore afferma con forza circa la comune matrice di marxismo e liberalismo: figlie entrambe del materialismo illuminista che, infatti, ha ben dotato entrambe tali dottrine economiche (perché tali sono prima di ogni altro riverbero) di un individualismo astratto.
Esse risultano incapaci di giungere ad una visione organicistica della vita, in cui particolare e universale possano convivere dialetticamente: l’uno, il liberalismo, esaltando il mero individualismo così inteso tout court; l’altro, il marxismo, esaltando il rozzo collettivismo.
Leggere, anzi studiare, questa opera appare difficile se non si è costruito con pazienza, nel tempo, un solido retroterra culturale basato su filosofi e scienziati della politica, irregolari rispetto alla matrice illuminista prima menzionata.
Si viaggia, in tal modo, dall’elitarismo spirituale di Julius Evola (già trattato dall’autore di questo articolo sulle pagine della rivista), al grascismo di destra di Alain de Benoist, con il suo progetto di Nouvelle Droite in Francia; ripresa dal nostro Marco Tarchi qui in Italia; ancora dall’eresia economica di Ezra Pound (anche egli già trattato su queste pagine), all’intellettualismo tradizionale ma aperto ai tempi, del contemporaneo Marcello veneziani.
Un viaggio culturale pieno di risvolti, dunque, che il professor Spartaco Pupo dosa con sapiente sagacia tracciando le fila di un percorso lungo decenni ma pronto a rinnovarsi con rinvigorita energia.
Un testo di parte? Certo che sì Viva Dio! Un saggio scientifico nel senso etimologico del metodo di ricerca che ne costituisce fondamento e substrato; un lavoro immane compiuto da uno studioso serio e rigoroso che non accetta di nascondersi dietro ad un dito ma accetta la sfida, che si rinnova continuamente, di tracciare una strada per chi ha ancora voglia di non vergognarsi della propria “scomoda” identità culturale.
E’ opinione di chi scrive che, con questo saggio, il Professor Spartaco Pupo iscrive, a pieno merito, il proprio nome tra quegli intellettuali di destra che sono riusciti ad essere contestualmente critici e propositivi verso la propria area di appartenenza. Nomi illustri quali Marco Tarchi, Marcello Veneziani, Franco Cardini, Pietrangelo Buttafuoco, solo per fare qualche esempio, che mal sono stati compresi nel proprio ambiente di riferimento, o per meglio dire dalla parte impettita ed autoreferenziale di quel mondo, ma continuano ad essere fonte d’innesco di gioiosa ispirazione culturale per tanti menti libere che rifiutano l’omologazione al pensiero unico dominante ed alla pseudo cultura woke ormai imperante.
Compito nostro, se vogliamo ancora avere l’ardire di definirci menti libere, quello di far tesoro degli sforzi che hanno portato a tale opera; metabolizzarne l’essenza, magari criticarne anche il contenuto se d’accordo non siamo, ma sempre nella convinzione che senza dibattito, senza scambio di idee, nessuna lettura potrà mai assolvere il compito che si prefigge.
Ho citato prima Marcello Veneziani; ricordo una sua citazione: “la cultura è culto e coltivazione”. Mai nessuno ha formulato una definizione più appropriata e più consona soprattutto oggi, nella nefasta era della cosiddetta cancel-culture: quella della storia riscritta a posteriori o delle battaglie di pseudo civiltà che hanno come punto focale la cancellazione della vocale finale dai sostantivi per depauperarli del genere di riferimento.
Ecco perché sono particolarmente grato al Professor Spartaco Pupo; egli ci ha rammentato che la cultura la fa chi soffre e sa che questo rappresenta il modo più sincero di poter affermare le idee alle quali appartiene. di Francesco Russo