A Cariati il laboratorio didattico “E le cose raccontano…” per scoprire gli oggetti etnografici
Gli alunni partecipanti, con gioia e meraviglia, hanno imparato a frantumare grano e sale a pietra, a dipanare la matassa di filo con l’arcolaio, a simulare il lavaggio dei panni con “u stricatùru” e il sapone fatto in casa e tante altre cose

CARIATI - In un clima accogliente e gioioso si è svolto, presso il Civico Museo del Mare, dell’Agricoltura e delle Migrazioni di Cariati, il laboratorio didattico “E le cose raccontano…” con e sugli oggetti etnografici della tradizione contadina e marinara, rivolto agli alunni delle classi quarte delle primarie Di Napoli, Vittorio Emanuele e Faggiano del locale Istituto Comprensivo.
Il laboratorio, curato dalla Direttrice del Museo Assunta Scorpiniti e tenuto dalla stessa in vari turni, con la collaborazione degli operatori museali, e nel primo turno di Teresa Fortino, appassionata di antiche tradizioni, è stato realizzato in co-progettazione con le docenti delle classi interessate, impegnate nel progetto “Cariati delle meraviglie. Educazione al Patrimonio Culturale”; il laboratorio, inoltre, è parte integrante del programma museale 2024-2025 dedicato alle scuole, basato sulla comune funzione educativa e sul dialogo ormai consolidato con l’Istituto Comprensivo e il locale Istituto di Istruzione Superiore.
«Il museo - spiega la Direttrice Scorpiniti - ha tra le sue peculiarità quella di essere un luogo di apprendimento, inclusivo e di scoperta, dove vivere insieme esperienze stimolanti per la formazione e la crescita; in tale prospettiva, numerose e variegate sono state finora le attività laboratoriali proposte e condivise con le scuole (dal riciclo artistico, alle “storie di vita di mare”, alle fiabe… e poi su “reti e nodi marinareschi”, composizioni floreali sostenibili, arte vasaia, tessitura al telaio…)».
L’ultimo laboratorio sugli oggetti etnografici, che costituiscono il patrimonio materiale di un museo come quello di Cariati, ha avuto specifiche finalità formative, in quanto si tratta «di oggetti preziosi per il loro valore testimoniale, più che materiale; raccontano storie, sapienze, percorsi umani, pratiche di comunità». Dare ai ragazzi l’opportunità di conoscerli oltre l’esposizione, sperimentando la loro funzione d’uso vuol dire «farli rivivere con il mondo al quale sono appartenuti, quindi nel loro valore culturale e identitario».
Durante le mattinate al Museo, dopo la presentazione degli oggetti, sperimentare antichi gesti, abituali per bambini, ragazzi, uomini e donne del recente passato, ha fatto esplodere l’entusiasmo degli alunni partecipanti; con gioia e meraviglia hanno imparato a frantumare grano e sale a pietra, a dipanare la matassa di filo con l’arcolaio (“a nìmula”), a simulare il lavaggio dei panni con “u stricatùru” e il sapone fatto in casa, e poi a stirare con il ferro a carbone; a usare un antico macinino da caffè, a portare “u panàru” in equilibrio sulla testa con la “curunedda”, a piantumare i “vurvìni” col piantatoio in legno, a cucire le reti da pesca, ricostruire il passaggio per la fabbricazione dei piombi, a vedere accendere una lucerna a olio, e tante altre cose.
E hanno dimostrato ancora una volta, com’è accaduto per gli altri laboratori, che non sono solo gli oggetti tecnologici a interessarli, come comunemente si crede, ma anche gesti e oggetti antichi e semplici, quanto ricchi di significato.