«Quando i cacciatori stavano nei boschi c’erano meno incendi»
La provocazione di un lettore apre una domanda più grande: chi presidia davvero oggi campagne e boschi?
CORIGLIANO-ROSSANO – «Mi spiegate perché quando la caccia apriva ad agosto e chiudeva a marzo non c’erano tutti questi incendi?». È la domanda, volutamente provocatoria, che un lettore ha affidato a L’Eco dello Jonio. E forse la parte più interessante non è stabilire se abbia ragione sulla caccia. Non abbiamo elementi per sostenere che i vecchi calendari venatori facessero diminuire gli incendi, né tantomeno per trasformare in una responsabilità degli ambientalisti l’accusa, ancora più forte, contenuta nel suo messaggio.
Ma se filtriamo la polemica resta una domanda molto interessante: chi sta più nei boschi?
Il nostro lettore dice che «il cacciatore, se si brucia un bosco, non può andare a caccia lì, quindi il vero guardiano è il cacciatore». Sorvolando sul termine “vero guardiano” il concetto del presidio umano del territorio, però, merita di essere preso sul serio. Perché un bosco frequentato da cacciatori, pastori, agricoltori, operai forestali, raccoglitori, escursionisti e residenti non è la stessa cosa di una montagna progressivamente abbandonata.
E soprattutto perché, prima ancora dei canadair, degli elicotteri, dei droni e dell’intelligenza artificiale, il fuoco si combatte togliendogli ciò che può bruciare.
Lo dice la stessa Regione Calabria. Il Piano AIB 2026 dedica un capitolo specifico alle operazioni di pulizia e manutenzione e stabilisce che, per aumentare la resistenza dei boschi al fuoco, occorre ridurre il materiale combustibile presente al suolo. Tra gli interventi prioritari vengono indicati l’eliminazione dell’erba secca lungo strade forestali e viali parafuoco, la riduzione di sottobosco, arbusti e cespugli, la potatura dei rami bassi e la manutenzione delle fasce tagliafuoco.
E il Piano Attuativo di Forestazione 2026 è ancora più esplicito: negli interventi destinati a mitigare il rischio incendi mette al primo posto la manutenzione del patrimonio boschivo esistente, con diminuzione del carico d’incendio e fasce parafuoco, prima ancora della difesa del suolo e della manutenzione della viabilità rurale e interpoderale. Lo stesso documento prevede la possibilità di accordi tra gli enti attuatori e i Comuni proprio per interventi di questo tipo.
È esattamente ciò che L’Eco dello Jonio denuncia da anni sulla Sila Greca.
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Nel solo territorio di Corigliano-Rossano abbiamo ricostruito un patrimonio boschivo di circa 8.991 ettari, quasi il 26% dell’intera superficie comunale. Nel 2025 abbiamo documentato tra l’area del Patire, Cozzo del Pesco e altri settori montani alberi abbattuti, rami spezzati, legname secco e vegetazione accumulata dopo le nevicate: materiale che, una volta essiccato, diventa carico combustibile.
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Ora, al netto dell'attività di bonifica dell'oasi naturale dei giganti di Cozzo del Pesco, sulla quale si è pure aperta una discussione tra ambientalisti o pseudotali, nei restanti boschi non è cambiato assolutamente nulla.
Non era una fotografia isolata allora e non lo è nemmeno oggi. I volontari della Protezione civile che operano in quelle montagne descrivevano già allora una situazione nella quale la sorveglianza continuava, ma la manutenzione risultava molto più complicata a causa di una frammentazione di competenze: boschi comunali, demanio regionale gestito attraverso Calabria Verde, Parco nazionale della Sila, Provincia e altri soggetti. E proprio questa sovrapposizione rende difficile costruire una strategia unitaria di pulizia e manutenzione.
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Quindi se da un lato sarebbe inesatto dire che “nessuno fa nulla” dall'altro manca un vero coordinamento per mettere a terra una strategia efficace, ma soprattutto per creare un coordinamento di responsabilità. Senza alibi! La Regione ha una macchina antincendio consistente: per la campagna AIB 2026 Calabria Verde ha messo in campo 387 unità operative, 56 postazioni, 27 autobotti, 44 pick-up, quattro elicotteri, 84 convenzioni con organizzazioni di Protezione civile e circa 2.500 operatori idraulico-forestali.
Ma proprio qui nasce il paradosso. Perché una cosa è spegnere e sorvegliare durante l’emergenza, altra cosa è avere abbastanza uomini per curare per mesi migliaia di ettari di montagna.
Nel marzo scorso la questione è arrivata anche in Consiglio regionale con un’interrogazione sul turnover di Calabria Verde. Nell’atto si parla di un «progressivo svuotamento della pianta organica dovuto al pensionamento di migliaia di operai idraulico-forestali» e si sostiene che la carenza di personale operativo rischi di incidere proprio sulla manutenzione forestale, sulla prevenzione del dissesto e sulla lotta agli incendi.
A giugno Cisl e Fai Cisl Calabria hanno posto lo stesso problema: secondo i sindacati il numero degli addetti è in forte diminuzione, la maggioranza ha superato i sessant'anni e senza ricambio generazionale diventa sempre più difficile garantire quella presenza quotidiana che serve alla prevenzione. «Non si può costruire - scrivevano i sindacati - un modello di forestazione multifunzionale basato sulle tre P – prevenzione, protezione e produzione – senza una forza lavoro qualificata e presente sul territorio».
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E proprio mentre il sistema lamenta la progressiva riduzione della forza lavoro, resta aperto un altro paradosso che L’Eco dello Jonio ha raccontato nelle scorse settimane: operatori idraulico-forestali formati con risorse pubbliche e ancora in attesa di trasformare quella qualificazione in occupazione.
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E allora forse la lettera del nostro lettore, depurata dalla contrapposizione tra cacciatori e ambientalisti, centra una questione che continuiamo a scansare.
Abbiamo sostituito il presidio del territorio con il presidio dell’emergenza?
Perché il drone può vedere l’incendio. L’intelligenza artificiale può prevedere le condizioni di rischio. L’elicottero può arrivare sulle fiamme. Il canadair può scaricare migliaia di litri d’acqua. E sono tutti strumenti indispensabili.
Ma nessun drone rimuove un tronco secco, ripulisce un viale tagliafuoco, sfalcia una scarpata, apre un sentiero forestale o elimina il sottobosco che trasforma una scintilla in un fronte di fuoco.
È significativo che lo stesso assessore regionale alla Forestazione Gianluca Gallo, presentando il Piano AIB 2026, abbia sintetizzato la filosofia del programma così: «Gli incendi si combattono prima che inizino». Il Piano punta molto sulle nuove tecnologie, ma richiama contemporaneamente cura del territorio, prevenzione strutturale e coordinamento tra gli enti.
Il problema diventa ancora più evidente nella Calabria del nord-est. Proprio analizzando il Piano AIB 2026 avevamo evidenziato come la Sila Greca non sia necessariamente il luogo dove brucia di più, ma uno dei territori dove un incendio può diventare più difficile da governare per la combinazione tra viabilità interna, tempi di percorrenza delle squadre, superfici boscate, terreni incolti e centri abitati.
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Significa che qui ogni metro di sottobosco ripulito prima, ogni strada forestale accessibile e ogni fascia parafuoco mantenuta possono pesare molto più di quanto appaia quando il bosco è ancora verde.
Ecco, allora, non sappiamo se “quando la caccia apriva ad agosto” ci fossero meno incendi per quella ragione. E sarebbe scorretto sostenerlo.
Sappiamo invece che un bosco senza manutenzione brucia meglio di un bosco curato. Lo scrive il Piano regionale. Sappiamo che il numero degli idraulico-forestali è diventato un problema politico e sindacale. Sappiamo che nella Sila Greca abbiamo documentato per anni aree cariche di legname secco e sottobosco. E sappiamo che, quando arriva luglio, torniamo puntualmente a contare elicotteri, canadair e ettari bruciati.
Forse la domanda da rivolgere a Regione, Calabria Verde e Comuni non è soltanto quanti mezzi abbiamo pronti quando scoppia un incendio, bensì quanti uomini abbiamo mandato nei boschi prima che quell’incendio scoppiasse!