Deposito dei bilanci, i commercialisti di Calabria e Basilicata contro l’estensione ai consulenti del lavoro
La Federazione, che riunisce 13 Ordini territoriali e oltre 4mila professionisti, sostiene la posizione del Consiglio nazionale sulla norma contenuta nel Ddl Concorrenza. Ventura: «Non è un semplice adempimento telematico»
COSENZA - I commercialisti di Calabria e Basilicata si schierano a sostegno del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili sulla questione del deposito dei bilanci societari. Al centro del confronto c’è una disposizione del Ddl Concorrenza che, secondo quanto riferisce la Federazione interregionale, punta a estendere anche ai Consulenti del lavoro la facoltà di depositare i bilanci al Registro delle imprese e attestarne la conformità agli originali.
Una modifica sulla quale la Federazione dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Calabria e Basilicata, rappresentativa di 13 Ordini e oltre 4mila iscritti, esprime contrarietà.
Secondo la Federazione, il deposito non può essere considerato una mera trasmissione telematica, poiché comporta anche responsabilità sulla conformità della documentazione presentata.
Ventura: «Servono competenze chiare»
«La questione non riguarda la dignità di una professione rispetto a un’altra», precisa il presidente della Federazione Eustachio Ventura, secondo il quale le funzioni attribuite ai professionisti dovrebbero essere coerenti con competenze, formazione, esame di Stato e aggiornamento richiesti dall’ordinamento.
La Federazione sostiene che le competenze economico-aziendali, societarie e contabili previste nel percorso dei commercialisti siano direttamente connesse a questa funzione, mentre evidenzia le differenze rispetto al percorso professionale dei Consulenti del lavoro.
Nel documento viene inoltre ricordato che analoghe proposte di modifica sarebbero già emerse nel 2022 e nel 2023, senza determinare cambiamenti della disciplina.
I commercialisti di Calabria e Basilicata annunciano quindi il proprio sostegno alle iniziative del Consiglio nazionale affinché la disposizione venga riesaminata durante l’iter parlamentare.
«Non difendiamo un privilegio di categoria – conclude Ventura –. Difendiamo un principio: il cittadino e l’impresa devono sapere chi è abilitato a fare cosa e quali competenze l’ordinamento garantisce dietro quella abilitazione».