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Carlo Perciavalle, dieci anni dopo. Una traccia che continua a camminare

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CORIGLIANO-ROSSANO – Ho impiegato dieci anni per riuscire a scrivere di Carlo Perciavalle. Non perché mancassero le parole. Forse perché ce n’erano troppe. E perché raccontare una persona che è stata un pezzo importante del proprio cammino significa accettare, almeno per il tempo di una pagina, che quel cammino a un certo punto si sia interrotto.

Non per sua scelta. Non per sua volontà. La vita fa anche questo: prima ti seduce, ti riempie di persone, di strade, di affetti. E poi… qualche volta, ti strappa qualcuno senza preavviso. A Carlo – a noi - è successo dieci anni fa.

Dire di Carlo. La vita la amava profondamente. Amava lo scoutismo e la sua essenza del servizio. Amava soprattutto quella straordinaria capacità di trovare qualcosa di grande nelle cose apparentemente piccole.

Tra me e Carlo c’erano sei anni di differenza. Non erano molti, ma quando sei ragazzo sei anni possono sembrare una generazione. Lui aveva però qualcosa che riduceva immediatamente quella distanza. Era capace di essere guida senza mettersi davanti agli altri. Un primus inter pares, davvero. Quello al quale finivi per affidare una responsabilità perché sapevi che se la sarebbe caricata sulle spalle senza farla pesare a nessuno.

Carlo aveva questo: il coraggio della responsabilità. Aveva una maturità quasi naturale nell’essere adulto tra i suoi coetanei, ma senza trasformarsi mai nel primo della classe. Non giudicava dall’alto. Cercava il buono nelle persone. E soprattutto era convinto che quel buono ci fosse. Sempre.

Sembra una diottria scontata. Ma è pura verità. La sua vita – brevissima – è stata modello. E lo è stata davvero. Del resto, questa è una delle cose più difficili dello scoutismo: non recitare la Legge, ma farla diventare vita. Fidarsi dell’altro, servire senza aspettarsi una medaglia, essere affidabili quando nessuno ti guarda.

E per Carlo non era teoria.

E di lui potrei raccontare centinaia di immagini, decine di aneddoti, una sequela di momenti vissuti intensamente insieme. Gli anni dell’università a Cosenza, quando ospitava a casa sua noi ragazzi del Clan del Rossano 1. Serate senza alcuna pretesa, mangiando pasta e Philadelphia, che oggi possono sembrare niente e invece, nella memoria, diventano pezzi enormi di vita.

Poi le route. La strada vera, quella con lo zaino sulle spalle. La route di servizio a Lourdes. Quella esperienziale sulle Dolomiti, in Trentino. Chilometri fatti “pe’ cozz’ e vaddun”, su e giù senza cercare scorciatoie. Con la stanchezza nelle gambe e Carlo che riusciva comunque ad avere il sorriso di chi sapeva perfettamente perché era lì.

Lo scoutismo gli aveva insegnato che la strada non è soltanto lo spazio tra una partenza e un arrivo. È quello che succede mentre cammini. È il peso che decidi di portare. È aspettare chi rimane indietro. È condividere l’acqua. È arrivare insieme. Carlo questa cosa l’aveva capita prima di tutti noi.

Per oltre vent’anni Carlo Perciavalle - che avrebbe potuto giocarsi la carta semplice dell’essere ragazzo dello Scalo, di famiglia per bene - ha voluto confrontarsi con la rudezza della realtà. È stato educatore scout nel centro storico di Rossano, dove il pregiudizio era più marcato che mai. E questo lo ha portato a lavorare anche nelle situazioni più difficili, ai margini di quella società che troppo spesso sa guardare solo dall’altra parte.

Era un capo vero, puro, straordinario, dolce e paterno. Uno di quelli capaci di prendere per mano un ragazzo senza sostituirsi a lui. Anche grazie al suo impegno, quel gruppo scout del centro storico, il più vecchio della città ed il secondo gruppo scout nato in Calabria nel dopoguerra, nel 1948, è ritornato a vivere, a mostrarsi, a mettersi a servizio della comunità. Da quel fazzolettone rossoblu, da quella fiamma che rimane alta da quasi 80 anni, sono passate generazioni di ragazzi. Molti, magari, non avranno mai compreso fino in fondo quanto di ciò che hanno imparato venisse anche dalla testardaggine buona di Carlo.

Baden-Powell lasciò agli scout una consegna semplice e terribile nella sua concretezza: lasciare questo mondo un po’ migliore di come lo avete trovato.

Carlo non ha avuto bisogno di sentirselo ripetere. L’ha presa sul serio.

Domani, 29 settembre alle 18, la moglie Elda, la figlia Teresa, la famiglia e la comunità scout torneranno a ricordarlo con una Messa nella Cattedrale di Rossano, nel centro storico.

In semplicità. Come sicuramente sarebbe piaciuto a lui.

Gli scout del Rossano 1 hanno fatto una cosa bellissima. Hanno legato per sempre il suo nome al gruppo, che oggi si chiama “San Nilo – Carlo Perciavalle”. È un gesto bellissimo perché consegna Carlo alle generazioni che arriveranno dopo di lui.

Ma penso che questa grande comunità cittadina possa fare ancora qualcosa. Perché Corigliano-Rossano, questa città nuova che prova faticosamente a costruire un futuro comune, non può dimenticare i suoi figli migliori.

E Carlo è stato uno di loro. Senza ombra di dubbio. La sua memoria merita una strada, un corso, una piazza, uno spazio sociale importante. Non per riempire una targa. Non per aggiungere un’intitolazione alle tante che ogni città possiede e poi dimentica.

Ma perché i nomi che scegliamo di mettere sulle nostre strade dicono ai nostri figli chi siamo e chi vorremmo essere.

Carlo è stato un faro per molti della mia generazione. Un educatore quando educare significava ancora assumersi una responsabilità. Un cittadino quando essere cittadino voleva dire occuparsi degli altri. Uno scout che non ha mai smesso di esserlo una volta tolta l’uniforme. Una persona che ha saputo tracciare strade e pensieri per domani...

Dieci anni dopo riesco finalmente a scriverlo ma solo perché il dolore della perdita materiale sta lasciando spazio alla memoria del capo, dell'uomo, dell'amico che è imperitura e immorale. Carlo non ha avuto il tempo di invecchiare con noi. Ma ha avuto abbastanza tempo per lasciare una traccia. E adesso tocca a noi non lasciarla scomparire.

Buona strada, Carlo.

 

Marco Lefosse
Autore: Marco Lefosse

Classe 1982, è schietto, Idealista e padre innamorato. Giornalista pubblicista dal 2011. Appena diciottenne scrive alcuni contributi sulla giovane destra calabrese per Linea e per i settimanali il Borghese e lo Stato. A gennaio del 2004 inizia a muovere i passi nei quotidiani regionali. Collabora con il Quotidiano della Calabria. Nel 2006 accoglie con entusiasmo l’invito dell’allora direttore de La Provincia, Genevieve Makaping, ad entrare nella squadra della redazione ionica. Nel 2008 scrive per Calabria Ora. Nell’aprile 2018 entra a far parte della redazione di LaC come corrispondente per i territori dell’alto Jonio calabrese. Dall’1 giugno del 2020, accoglie con piacere ed entusiasmo l’invito dell’editore di guidare l’Eco Dello Jonio, prestigioso canale di informazione della Sibaritide, con una sfida: rigenerare con nuova linfa ed entusiasmo un prodotto editoriale già di per sé alto e importante, continuando a raccontare il territorio senza filtri e sempre dalla parte della gente.