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Nuove sale operatorie e tecnologia d'avanguardia: ma c'è chi punta il dito sullo spoke di Castrovillari

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CASTROVILLARI – Occhi puntati sull’ospedale spoke di Castrovillari. Le nuove 4 sale operatorie, con relativo taglio del nastro alla presenza di Roberto Occhiuto, oltre a mettere il nosocomio al centro delle cronache locali hanno aumentato le aspettative degli utenti. Proprio dei semplici cittadini avrebbero approfittato della presenza del presidente della Regione per chiedere l’adeguamento delle unità operative, ancor più necessario adesso che la struttura è dotata di queste nuove sale.

In poche parole l’aumento delle attività chirurgiche deve trovare riscontro in un corpo personale numericamente adeguato e nell’utilizzo di tecnologie all’avanguardia. Ma qual è effettivamente la situazione allo spoke di Castrovillari? Lo abbiamo chiesto al direttore sanitario Gianfranco Greco.

Qualcuno lancia l’accusa di aver fatto il passo più lungo della gamba. Insomma, di avere messo in funzione 4 nuove sale operatorie senza avere un pronto soccorso capace di reggere la mole degli accessi. E’ così?

«Beh, innanzitutto va detto che il numero degli accessi non è automaticamente connesso a quello delle sale operatorie. Poi la questione dell’affollamento dei pronti soccorso purtroppo riguarda tutto il territorio. L’ospedale è visto come l’unico luogo in cui comunque vada troverò qualcuno che mi assista. Così al primo malore o alla prima avvisaglia che qualcosa non quadra anziché rivolgersi agli attori della sanità territoriale, i cittadini sono abituati a correre in ospedale. Non è un caso che la maggior parte dei codici che troviamo in pronto soccorso sono bianchi o verdi».

Si dice anche che le degenze in reparto di urgenza possono sfiorare i dieci giorni. Vero?

«Smentisco categoricamente. Non abbiamo un’unità di osservazione breve intensiva (obi, ndr), dunque non ci sono sufficienti posti letto per poterci permettere di trattenere così tanto i pazienti in pronto soccorso in attesa di dimissioni o di spostamenti in reparto. In struttura ci prendiamo il tempo necessario per accertamenti ed esami dopodiché si decide se dimettere, ricoverare oppure – quando non abbiamo il reparto di pertinenza – di far trasferire in altri ospedali. Degenze che arrivano anche fino a dieci giorni non mi risultano».

Lei ha toccato un nodo cruciale: quello dei reparti…

«Manca neurologia e anche ortopedia e traumatologia. In questi casi siamo costretti a far trasferire il paziente. Tuttavia va sottolineato che siamo uno spoke territoriale in cui vengono assicurate le funzioni ospedaliere di base e l'integrazione con i servizi distrettuali».

Cosa ne pensa del fatto che alcuni cittadini avrebbero approfittato dell’inaugurazione delle sale operatorie per chiedere a Occhiuto l’adeguamento delle unità operative?

«Non mi stupisce. Tutti vorremmo una Sanità che funzionasse al massimo dei giri. Anche a noi che ci lavoriamo e che domani potremmo diventare pazienti delle stesse strutture che oggi dirigiamo».

Bene le 4 sale operatorie. Ma ci sono altre novità per lo spoke all’orizzonte?

«Certamente sì. Tac di ultima generazione ed apparecchiature diagnostiche all’avanguardia. Abbiamo investito in strumenti e macchinari. E sono da poco arrivati nuovi apparecchi ecografici che abbiamo distribuito in vari reparti».

E il personale?

«Indubbiamente se avessimo più medici e anestesisti potremmo aumentare il numero di sedute operatorie a settimana. In ogni caso non abbiamo lunghe liste di attesa. Intanto sono stati banditi dei concorsi per ginecologia, chirurgia e tra gli oculisti».

«Certo – conclude il direttore Greco – rispetto al gap tecnologico che ho trovato al momento del mio insediamento a luglio dello scorso anno, siamo ancora indietro. Ma quella dello spoke di castrovillari è senza dubbio una bella realtà che può contare su una buona struttura e un’ottima squadra».

 

Valentina Beli
Autore: Valentina Beli

“Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare” diceva con ironia Luigi Barzini. E in effetti aveva ragione. Per chi fa questo mestiere il giornalismo non è un lavoro: è un’esigenza, una passione. Giornalista professionista dal 2011, ho avuto l’opportunità di scrivere per diversi quotidiani e di misurarmi con uno strumento affascinante come la radio. Ora si è presentata l’occasione di raccontare le cronache e le storie di un territorio che da qualche anno mi ha accolta facendomi sentire come a casa. Ed io sono entusiasta di poterlo fare