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Caporalato e povertà: il prezzo umano del lavoro nei campi nella Sibaritide

3 minuti di lettura

CORIGLIANO-ROSSANO - Lo sfruttamento della manodopera agricola rappresenta una delle piaghe più profonde che segnano il nostro paese e, in particolare, il Sud Italia. Territori a vocazione agricola come il nostro diventano spesso teatro di sfruttamento e disuguaglianze difficili da tracciare e, soprattutto, da sradicare. Dietro a queste filiere produttive si nascondono condizioni di lavoro disumane, fatte di salari da fame e assenza di diritti.

Il caporalato, cioè il sistema illecito di reclutamento e gestione dei braccianti da parte di intermediari senza scrupoli, è il fenomeno che alimenta questa ingiustizia e che è alla base dello sfruttamento in questo settore. I lavoratori – spesso migranti in condizioni di forte vulnerabilità e bisogno – vengono trasportati, sorvegliati e pagati pochi euro l’ora dai cosiddetti “caporali, senza contratti né tutele (60% è il dato del lavoro irregolare nel settore agricolo rilevato nei controlli del 2022 e 2023, INL 2023). A ciò si aggiungono condizioni di vita indegne che spingono molti lavoratori a radunarsi in baraccopoli, la mancanza di acceso all’acqua potabile e ai servizi sanitari.

E il nostro territorio queste dinamiche e questi fenomeni li conosce bene. Secondo i dati Istat aggiornati al 2023 e diffusi nel rapporto sulla povertà 2025 della Caritas Diocesana, sono circa 10.000 i lavoratori migranti impiegati ogni anno nella raccolta agricola della Sibaritide.

Un numero elevato che si traduce nel bisogno concreto di una rete strutturata di accoglienza che riduca al minimo le condizioni di disagio legate alla precarietà abitativa. Una sfida che la Caritas ha accolto mettendo in campo progetti per l’inserimento dignitoso nel mondo del lavoro attraverso la collaborazione con aziende agricole (una anche a Corigliano-Rossano) che hanno inteso abbracciare un modello di produzione etico e sostenibile.

Sempre secondo il Rapporto Caritas, lo studio condotto da Medici per i Diritti Umani sui sommersi dell’accoglienza e sulle condizioni dei braccianti stranieri in Calabria ha documentato una considerevole presenza, nella nostra area, di lavoratori invisibili, spesso non contrattualizzati, soggetti ad intermediazione irregolare del lavoro (caporalato), con orari prolungati, paghe sotto la soglia minima e condizioni igienico-sanitarie inadeguate.

Per questo motivo l’azione investigativa delle Forze dell’ordine ha portato, in questi anni, a 7 operazioni tra Corigliano-Rossano, Cassano, Sibari e Tarsia per sfruttamento della manodopera straniera (Ministero dell’Interno 2022-2024).

Tra le misure adottate per contrastare il fenomeno, l’attivazione di servizi navetta “anticaporalato” in 3 aree rurali calabresi, tra cui la Piana di Sibari, da parte di associazioni locali e la promozioni di progetti di accoglienza e inclusione.

I numeri della popolazione migrante nel nostro territorio

I dati aggiornati al 2024 segnalano la presenza di 9.815 cittadini stranieri residenti e distribuiti in maniera disomogenea nei vari comuni. I numeri più significativi si registrano a Corigliano-Rossano (6.652) e Crosia (1.108), ma anche in centri più piccoli come Cariati (588), Spezzano Albanese (374) e Terranova da Sibari (238)

«Questa popolazione migrante – osservano nel Rapporto sulla Povertà 2025 - non è più da considerare "di passaggio", ma rappresenta una componente stabile e strutturale della realtà locale, con presenza di nuclei familiari, minori iscritti a scuola, seconde generazioni e lavoratori integrati nel tessuto produttivo agricolo e nei servizi».

Dal punto di vista della composizione, accanto ai flussi "storici" provenienti dalla Romania, dalla Bulgaria e dall'Albania, si sono affiancati. negli ultimi dieci anni, migranti originari di Marocco, Nigeria, Pakistan, Senegal, Costa d'Avorio, Bangladesh, nonché minoranze dal Medio Oriente (in particolare Siria e Palestina). Dopo il 2022, si registra inoltre la presenza crescente di sfollati ucraini, in particolare donne e bambini in fuga dalla guerra.

Ecco perché adottare politiche che guardino alla presenza stabile dei migranti - e non più al contenimento temporaneo delle emergenze - può essere una delle soluzioni al problema della gestione dei flussi migratori.

I migranti come risorsa

La maggior parte dei migranti, come dicevamo, è impiegato nel settore agricolo ma continua ad essere un lavoratore invisibile.

In un settore che genera enormi profitti e che viene promosso come simbolo di eccellenza italiana, il perdurare di questo stato di cose risulta ancor più inaccettabile. I bassi costi della grande distribuzione e la pressione del mercato finiscono per ricadere sempre sull’ultimo anello della catena: il bracciante agricolo.

Urge un cambiamento di prospettiva. I migranti non sono una manodopera da consumare, ma una risorsa sociale, culturale ed economica da valorizzare. Riconoscere i loro diritti, garantire loro contratti regolari, offrire sicurezza e formazione significa, sì, rispettare la dignità del lavoratore e, al contempo, offrire la possibilità al settore agricolo di diventare più sostenibile ed equo.

fonte foto: Openpolis.it

Rita Rizzuti
Autore: Rita Rizzuti

Nata nel 1994, laureata in Scienze Filosofiche, ho studiato Editoria e Marketing Digitale. Amo leggere e tutto ciò che riguarda la parola e il linguaggio. Le profonde questioni umane mi affascinano e mi tormentano. Difendo sempre le mie idee.