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Mandatoriccio, la storia di Edoardo Carlino: internato militare e Medaglia d’Onore della Repubblica

7 minuti di lettura

MANDATORICCIO – Nato a Mandatoriccio nel 1923, Edoardo Carlino fu internato a Stettino dopo l’8 settembre 1943, rifiutò di collaborare con i nazisti e ricevette due Croci al Merito e la Medaglia d’Onore, consegnata alla famiglia nel 2023.

Edoardo Raffaele Carlino nacque a Mandatoriccio il 5 gennaio 1923, penultimo di nove figli, da genitori originari di Cinquefrondi, nel reggino, emigrati per motivi di lavoro. Crebbe in una famiglia numerosa, unita e laboriosa, in un contesto sociale segnato dalla fatica quotidiana, ma anche da un forte senso di solidarietà e appartenenza, valori che avrebbero accompagnato tutta la sua vita.

Il padre, Francesco Carlino, conosciuto come Zù Cicciu, era un uomo stimato e rispettato. Lavorava come persona di fiducia di una ditta impegnata nella lavorazione del ciocco, la radice dell’erica arborea destinata alla produzione degli abbozzi per pipe. In seguito divenne titolare della segheria di famiglia, una piccola realtà produttiva che rappresentava non solo una fonte di sostentamento, ma anche un luogo di formazione umana e civile. In essa lavoravano tutti i figli maschi – Luigi, Arturo, Egidio, Peppino ed Edoardo – e non mancava neppure il contributo femminile, come quello della figlia Franceschina, detta Dora. Le altre figlie, Mariateresa, Elena e Gina (Dina), partecipavano attivamente alla vita domestica, condividendo responsabilità e sacrifici.

La madre Marianna, conosciuta come Zá ‘Ngiulína, casalinga, era il fulcro affettivo della famiglia. Con discrezione e dedizione seppe garantire equilibrio e amore in anni difficili, compresi tra la Prima e la Seconda guerra mondiale, quando la povertà e l’incertezza segnavano profondamente la vita delle famiglie del Sud.

Edoardo frequentò le scuole elementari a Mandatoriccio. Le condizioni economiche e la necessità di contribuire al lavoro in segheria non gli consentirono di proseguire gli studi. Iniziò presto a lavorare, rimanendo in paese per sostenere la famiglia, dimostrando fin da giovane un forte senso di responsabilità. Il contatto diretto con il lavoro duro e con le difficoltà quotidiane delle persone contribuì a formare il suo carattere e a sviluppare uno sguardo attento e partecipe verso gli altri.

Durante l’adolescenza, accanto al lavoro, trovò anche nello sport un’importante occasione di crescita personale e di socialità. Fu uno dei calciatori della squadra di Mandatoriccio, tra la fine degli anni ’30 e i primi anni ’40, prima del conflitto mondiale, ricoprendo il ruolo di terzino sinistro. Era un giocatore generoso, disciplinato e determinato: da quanto si racconta, superarlo sulla fascia non era affatto semplice. In campo metteva lo stesso spirito che avrebbe poi mantenuto nella vita: senso del dovere, lealtà, capacità di sacrificio e attenzione al gioco di squadra. Il calcio fu per lui non solo una passione, ma anche una scuola di relazioni, rispetto delle regole e appartenenza alla comunità.

Era un uomo riflessivo, ma tutt’altro che chiuso. Amava il confronto, il dialogo, lo scambio di idee, anche acceso, purché sincero. Gli piaceva stare tra la gente, ascoltare gli altri, discutere, ragionare insieme, cercando di comprendere punti di vista diversi. La sua indole, spesso definita “ribelle e cavillosa”, non nasceva da spirito polemico o da insofferenza verso qualcuno, bensì dall’incapacità di accettare le ingiustizie, soprattutto quando colpivano i più deboli.

Fin da giovane maturò idee socialiste, condivise anche in ambito familiare, che interpretò sempre come impegno concreto per la dignità del lavoro, per l’equità sociale e per il rispetto delle persone. Non cercò mai visibilità né vantaggi personali: ciò che lo muoveva era il senso di giustizia e la responsabilità verso gli altri.

La Seconda guerra mondiale rappresentò una frattura profonda nella sua vita. Come molti giovani italiani, fu chiamato alle armi per una guerra che non sentiva come giusta. Dopo l’8 settembre 1943, con il crollo dello Stato e il disfacimento dell’esercito italiano, venne catturato dai tedeschi. Scelse di non collaborare con il regime nazista, pagando questa scelta con la prigionia.

Fu internato nel campo di concentramento di Stettino, in Polonia, entrando così nella tragica vicenda degli Internati Militari Italiani. Subì fame, freddo, lavori forzati e umiliazioni, come milioni di uomini e donne privati della libertà e della dignità. In quelle condizioni estreme maturò una consapevolezza ancora più profonda del valore della libertà, della dignità umana e della responsabilità verso gli altri. Nonostante le condizioni disumane, Edoardo riuscì a mantenere viva la speranza, sorretto da una profonda forza interiore e dal desiderio di tornare alla propria terra.

Durante il periodo di internamento, oltre alle sofferenze e al lavoro forzato, trovò anche il modo di apprendere la lingua tedesca, che imparò direttamente sul campo, per necessità e per sopravvivenza. Una conoscenza maturata in condizioni estreme, che negli anni successivi si sarebbe rivelata preziosa non solo per lui, ma anche per gli altri.

Di quel periodo restano alcune lettere inviate alla famiglia, documenti semplici e intensi, nei quali emergono insieme la preoccupazione per i propri cari e il tentativo di rassicurarli. In una lettera scritta durante la prigionia, risalente al 15 febbraio 1944, dalla quale si recuperano alcuni stralci, così scriveva: «Carissimi Genitori, ripeto a scrivervi la terza lettera e da voi non ricevo nulla. Oltre alle lettere vi ho spedito due moduli per i pacchi e un altro ve lo spedisco questa sera. […] Andate dal prete e lui vi spiegherà tutto, perché i moduli sono scritti in francese. […] Io qui lavoro da falegname. […] State tranquilli per me. Non altro: tanti baci a sorelle, fratelli, cognati e cognate, nipoti; mi salutate gli amici, e a voi, Padre e Madre, infiniti bacioni. Vostro indimenticabile figlio che vi pensa sempre, Edoardo Carlino».

Dopo una lunga e durissima prigionia, trovò il coraggio di tentare la fuga. Affrontò il rischio estremo delle recinzioni elettrificate e del filo spinato. Riuscì a evadere dal campo e a salvarsi grazie anche al coraggio di alcune donne polacche che, mettendo a rischio la propria vita, lo accolsero e lo nascosero nelle loro abitazioni, permettendogli infine di rientrare in Italia. Un gesto di umanità che Edoardo non dimenticò mai e che rimase per lui un riferimento morale per tutta la vita.

Per la sua condizione di internato militare italiano in Germania e per la scelta di dignità compiuta fu insignito per ben due volte della Croce al Merito di Guerra e successivamente gli è stata conferita alla memoria la Medaglia d’Onore della Repubblica Italiana, riconoscimento della Presidenza del Consiglio dei Ministri. La Medaglia d’Onore è stata consegnata dal Prefetto di Cosenza nel 2023, in occasione della Festa della Repubblica del 2 giugno, al figlio Franco Emilio Carlino. Il Comando Militare Esercito “Calabria” – SM, Ufficio Onorificenze, gli concesse, inoltre, le Medaglie commemorative relative ai periodi bellici 1940-1943 e 1943-1945.

Al termine della guerra, Edoardo fece ritorno a Mandatoriccio tra l’emozione di una popolazione che lo credeva disperso o caduto. Il rientro non fu semplice: riprendere la vita quotidiana dopo l’esperienza della prigionia richiese tempo e determinazione. Tornò al lavoro nella segheria di famiglia, ormai guidata dal fratello Luigi, mentre tutti i fratelli erano ancora impegnati in guerre o nel servizio militare, ritrovando nella normalità del lavoro e negli affetti un nuovo equilibrio.

Sposò Francesca Parrotta, con la quale costruì una famiglia fondata su valori solidi, sul rispetto reciproco e sul senso del dovere. Dal matrimonio nacquero tre figli – Franco Emilio, Marianna ed Elisabetta – ai quali dedicò ogni energia, animato dal desiderio di offrire loro opportunità che a lui erano mancate garantendo loro un futuro migliore.

Dopo il matrimonio, Edoardo arricchì la propria esperienza professionale lavorando in diverse segherie industriali specializzate nella produzione degli abbozzi per pipe, tra cui una significativa esperienza, negli anni ’60, ad Ascoli Piceno, insieme al fratello Peppino. Questa fase rappresentò non solo un’occasione di crescita tecnica e professionale, ma anche la possibilità di confrontarsi con realtà produttive diverse, rafforzando il suo senso di responsabilità, la capacità di collaborazione e la dedizione al lavoro di squadra.

Negli stessi anni, la conoscenza del tedesco acquisita durante l’internamento divenne uno strumento concreto di aiuto per la sua comunità. Edoardo la mise a disposizione dei compaesani emigrati in Germania per lavoro, assistendoli come traduttore nei rapporti con le autorità, i datori di lavoro e nelle pratiche quotidiane, offrendo ancora una volta un sostegno silenzioso e disinteressato a chi si trovava in difficoltà.

Accanto al lavoro, coltivò una profonda passione per la terra. Amava la vite, l’ulivo e l’orto, che curava con pazienza e dedizione. Acquistò un terreno poco distante dal paese, inizialmente in stato di abbandono, che trasformò con pazienza e con il solo lavoro delle proprie mani in un luogo rigoglioso e produttivo. Quella proprietà divenne anche uno spazio di relazione: vi mantenne contatti e collaborazioni con numerosi operai e lavoratori, che periodicamente lo affiancavano nei lavori agricoli, condividendo con loro fatica, dialogo e solidarietà.

Amava profondamente la compagnia. La sua casa era sempre aperta, frequentata da parenti, amici e conoscenti. Per Edoardo la convivialità era una forma naturale di relazione umana: una tavola condivisa, una conversazione, un consiglio dato senza riserve. Non si è mai risparmiato nei rapporti umani né nell’attenzione verso chi si trovava in difficoltà, mettendo spesso gli altri prima di sé con generosità spontanea e sincera.

Un capitolo significativo del suo impegno civile fu, alla fine degli anni ’50, la collaborazione esterna e fiduciaria con la lista del Partito Comunista Italiano nell’amministrazione comunale di Mandatoriccio, guidata dal sindaco Emilio Parrotta, in particolare nel settore dei lavori pubblici. Pur non ricoprendo incarichi politici formali, offrì il proprio contributo con competenza, onestà e spirito di servizio, mettendo a disposizione esperienza pratica, senso di responsabilità e attenzione al bene collettivo. Era una figura di riferimento, capace di coniugare idealità e concretezza, sempre orientato a garantire correttezza, trasparenza e rispetto delle persone.

Un altro capitolo importante della sua vita fu l’impegno come messo comunale e messo conciliatore. Svolse questo ruolo con grande senso di responsabilità, correttezza e profonda umanità. Non si limitava a notificare atti o a svolgere mansioni formali: cercava di comprendere le situazioni, di spiegare, di mediare, di evitare conflitti inutili. In un’epoca segnata da difficoltà economiche e sociali, rappresentò per molti un punto di equilibrio e di ascolto, esercitando la funzione pubblica con rispetto, discrezione e giustizia.

Negli anni Settanta, per motivi di salute, lasciò il lavoro in segheria e intraprese l’attività di agente assicuratore di zona con l’Agenzia Generali di Rossano. Anche in questo ruolo si distinse per precisione, puntualità e serietà professionale. Non concepiva il lavoro assicurativo come una semplice vendita, ma come un servizio alle persone e alle famiglie. Era scrupoloso, affidabile, attento alle esigenze dei clienti, qualità che gli valsero stima diffusa e fiducia duratura.

La sua vita si interruppe prematuramente il 10 agosto 1997, all’età di 74 anni. Il nipote Davide lo ricordava come una presenza capace di “riempire una stanza”, non solo fisicamente ma umanamente: un uomo che amava il confronto, il dialogo, lo stare insieme. Un uomo di cultura costruita sul campo, che insegnava soprattutto attraverso l’esempio e la relazione con gli altri. Amava ripetere: «Non smettere mai di imparare». Un insegnamento che resta vivo, insieme al ricordo di una vita spesa senza risparmio, nel lavoro, nella dignità, nella giustizia e nell’attenzione agli altri.

Franco Emilio Carlino
Autore: Franco Emilio Carlino

Nasce nel 1950 a Mandatoriccio. Storico e documentarista è componente dell’Università Popolare di Rossano, socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria e socio corrispondente Accademia Cosentina. Numerosi i saggi dedicati a Mandatoriccio e a Rossano. Docente di Ed. Tecnica nella Scuola Media si impegna negli OO. CC. della Scuola ricoprendo la carica di Presidente del Distretto Scolastico n° 26 di Rossano e di componente nella Giunta Esecutiva. del Cons. Scol. Provinciale di Cosenza. Iscritto all’UCIIM svolge la funzione di Presidente della Sez. di Mirto-Rossano e di Presidente Provinciale di Cosenza, fondando le Sezioni di: Cassano, S.Marco Argentano e Lungro. Collabora con numerose testate, locali e nazionali occupandosi di temi legati alla scuola. Oggi in quiescenza coltiva la passione della ricerca storica e genealogica e si dedica allo studio delle tradizioni facendo ricorso anche alla terminologia dialettale, ulteriore fonte per la ricerca demologica e linguistica