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Crati, la pioggia da sola non giustifica il disastro: occhi puntati sulla gestione della Diga di Tarsia

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CORIGLIANO-ROSSANO - La pioggia è stata eccezionale, nessuno lo nega. E la portata dell’ultimo ciclone che ha colpito violentemente Cosenza e l’intero bacino dell’alta Valle del Crati è stata straordinaria. Ma per capire davvero perché la Sibaritide è stata sommersa dalle acque nella notte scorsa, probabilmente non basta guardare solo il cielo. Bisogna guardare a monte — alle dighe — e poi tornare a valle, dove il fiume ha trovato argini deboli e cantieri fermi.

Nelle ore più critiche dell’emergenza, ieri pomeriggio, il Presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, in sopralluogo sugli argini del Crati aveva annunciato che alla diga di Tarsia erano stati trattenuti circa 8,5 milioni di metri cubi d’acqua, una manovra indicata come decisiva per ridurre la portata verso la piana. Eppure poche ore dopo è arrivata la piena più violenta: quella che ha rotto gli argini tra Thurio, Ministalla e Foggia e ha allagato la piana fino ai Laghi di Sibari.

Non è una contraddizione, ma un punto da chiarire. Il Piano di Emergenza della Diga di Tarsia, disponibile sul portale istituzionale della Regione Calabria, spiega che l’invaso non è una diga progettata per bloccare completamente le piene invernali. Nel periodo piovoso deve comunque far transitare grandi portate e il volume realmente disponibile per attenuare il colmo è limitato: l’esercizio autorizzato si attesta attorno ai 6,3 milioni di metri cubi.

Tradotto: la diga può ritardare l’onda, ma non impedirle di arrivare. Se il bacino si riempie, allora, l’acqua deve proseguire verso valle. E il fiume a valle può contenere portate relativamente contenute: intorno ai 150 metri cubi al secondo oltre i quali il rischio di esondazione cresce rapidamente, soprattutto se le difese non sono in piena efficienza.

Il Crati, inoltre, non scorre da solo. L’Esaro, l’altro grande bacino lungo l’Appennino costiero (anch’esso messo a dura prova dalle ultime piogge) confluisce nel Coscile e il Coscile entra nel Crati proprio alle porte della piana. Se le onde provenienti dalla valle di Cosenza, dall’invaso di Tarsia e dal sottobacino dell’Esaro arrivano nello stesso momento, la piena non si somma ma si amplifica all’inverosimile.

La dinamica dell’evento — allagamenti diffusi e non un singolo punto di rottura — suggerisce quindi proprio questo: una massa d’acqua arrivata tutta insieme su un territorio incapace di reggerla.

Ma è qui che entra la seconda metà della storia. Il fiume non ha trovato difese adeguate. Tra Contrada Thurio e Ministalla era previsto un intervento di consolidamento da 7,8 milioni di euro, consegnato mesi fa ma mai avviato. Un tratto di argine già indebolito dalle piene del 2018, 2019 e 2021, rimasto sostanzialmente nelle stesse condizioni.

Così la piena non ha dovuto “sfondare” un sistema ma ha semplicemente trovato il punto più debole. Non a caso la rottura si è verificata proprio dove da anni si segnala il rischio.

La catastrofe di oggi, quindi, nasce dall’incrocio di tre fattori: precipitazioni eccezionali, gestione inevitabilmente complessa degli invasi, vulnerabilità strutturale del tratto terminale del fiume.
 

La piena, insomma, probabilmente sarebbe arrivata comunque ma il disastro, forse, si sarebbe potuto evitare o, quantomeno, limitare. Questo è quello che suggerisce la logica e quello che suggeriscono gli squarci negli argini nei diversi punti di rottura.

Per questo ora serve chiarezza completa: livelli degli invasi ora per ora, portate scaricate, gestione coordinata del sistema Crati–Esaro–Coscile e, soprattutto, perché opere già finanziate non fossero state realizzate prima dell’evento.

Una cosa sembra certa e palese: la pioggia spiega l’emergenza; le condizioni del territorio, invece, spiegano i danni. Ed è in questo solco che si dovrà agire per la ricostruzione dei fatti.

Redazione Eco dello Jonio
Autore: Redazione Eco dello Jonio

Ecodellojonio.it è un giornale on-line calabrese con sede a Corigliano-Rossano (Cs) appartenente al Gruppo editoriale Jonico e diretto da Marco Lefosse. La testata trova la sua genesi nel 2014 e nasce come settimanale free press. Negli anni a seguire muta spirito e carattere. L’Eco diventa più dinamico, si attesta come web journal, rimanendo ad oggi il punto di riferimento per le notizie della Sibaritide-Pollino.