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«All'interno delle mura di Gaza il tiro al bersaglio sugli uomini che provano a rivendicare libertà»

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Sono ancora a Mirto di Crosia, in piazza Guido Rossa, insieme a Vincenzo Fullone, il mistico, il viaggiatore, u’guagnun i Crusia in una calda notte d’ottobre (la prima parte l'ho raccontata qui). Le nostre birre, quelle che avevo portato, sono a metà nella loro bottiglia e sono ormai calde. Si parla, si discute dell’attualità, di un momento storico paradossale che continua a raccontare di una guerra lunga secoli e alla quale nessuno è stato capace di porre un freno. Di dire stop.

Eravamo rimasti alla storia di Vincenzo “il palestinese” che un giorno di maggio di 10 anni fa se ne andò a Gaza per vivere la sua esperienza ai confini stretti dell’inferno. Lui, omosessuale, in una società antica, con la mente ancorata ai principi di una religione che non permette compromessi, che non vuole sconti. Eppure, «A Gaza sono stato accolto con tanta umanità e familiarità». E allora gli chiedo se quella è davvero una società arroccata sui propri principi o vive serenamente la diversità. «La questione religiosa a Gaza, come ce la presentano, come ce la stanno presentando o come i media mainstream ci fanno vedere…a Gaza la religione è l’unica cosa che hanno; non hanno nient’altro. Sono stati abbandonati da tutti. Per loro credere in Allah è avere speranza. È l’unica cosa a cui si possono affidare. Vivono in un carcere a cielo aperto: è un campo di concentramento. Io ho vissuto là». È difficile per chi è abituato agli agi della quotidianità immedesimarsi in questa esperienza. È davvero uno sforzo cerebrale immane. E più Vincenzo va avanti nel suo racconto, vissuto (e sopravvissuto) nella striscia di Gaza, più diventa disgregante nel quadro preconfezionato di noi che viviamo al di qua della barricata.

Scudi umani

«Là manca tutto. Là non c’è niente. E pure questa gente continua tutti i giorni a creare una vitalità, a creare una vita quasi normale, che somigli alla normalità. A parte che non lo sanno qual è la normalità fuori, perché sono nati là dentro la maggior parte». Un po’ come il mito della Caverna di platonica memoria dove nessuno conosce cosa c’è fuori dalla spelonca fino a quando non mette il naso fuori da essa. E nel buio di una caverna, qual è l’unica speranza universale? La Fede  «A Gaza – racconta Vincenzo per quella che è stata la sua esperienza in quel recinto - la religione non è qualcosa che limita la gente. Tutt’altro è qualcosa che gli dà speranza, qualcosa che gli permette di sopravvivere tutti i giorni, che gli dà la possibilità di essere curiosi».

«Io ho vissuto lì e posso testimoniare il modo di ragionare di quella gente, di evolversi, di andare oltre. È qualcosa di unico. Io lì mi sono sentito libero».

Mentre parla della sua sensazione di libertà che esce dagli occhi, Vincenzo tira fuori lo smartphone e apre la galleria delle foto. E inizia a farmi vedere alcune immagini di quella sua esperienza. Mi colpisce una in particolare. Un fotogramma molto emblematico di lui che cammina nelle strade polverose di Gaza con indosso un giubbino fluorescente, con sopra la scritta My name is Vincenzo Fullone – I’am disarmed – Like my palestinian brothers. Che significa? È il momento di una delle tante manifestazioni di piazza? La risposta a questa domanda, che riporto, così e per intero, è uno spaccato di storia non convenzionale, non raccontato, fuori dalla narrazione ufficiale. Non ho altre fonti per verificarlo. Mi fido delle parole di chi ha vissuto, con i suoi limiti, le sue debolezze, le sue idee, all’interno di quel “recinto” che è la Striscia di Gaza. «In questa foto mi trovo al confine, in quel confine dove oggi, a Nord di Gaza, si sta combattendo. Un confine che, con quel muro, con quella barriera, rimane un monito fortissimo per Gaza: “noi vi controlliamo, noi decidiamo se dovete uscire o se dovete entrare; noi decidiamo tutto della vostra vita”. E a quel confine, a quel muro altissimo che è una cosa incredibile e fa davvero paura, nessuno si era mai avvicinato perché non ci si può avvicinare perché anche quello è inavvicinabile. I soldati sono là sopra. I cecchini sono là sopra. Ammazzano quando vogliono. Giocano a fare proprio il Safari perché per loro i palestinesi sono animali e lo hanno dichiarato più volte. Il Ministro degli Esteri, il Ministro della Difesa ha definito i palestinesi animali, più di una volta. Ma loro questo lo pensano. Questo lo pensano, perché li ho sentiti io pensare e dire queste parole quando sono stato sul confine di Allenby, il confine tra la Giordania e Israele… I palestinesi venivano trattati come bestie e più volte hanno detto “sono animali”. Loro lo credono davvero. Lì ero andato sul confine. Ero andato sul confine e avevo un giubbino giallo per fare interposizione. Perché è questo che facciamo noi internazionali, quando andiamo a Gaza».

My name is Vincenzo Fullone

Cos’è l’interposizione, Vincenzo? «Siamo degli scudi umani e speriamo che mettendo il nostro corpo fra il muro, quindi fra i cecchini, e i palestinesi dietro di noi, possa in qualche maniera fermare gli israeliani a colpire. E invece no: i cecchini ammazzano lo stesso. Hanno ammazzato il mio più caro, fraterno amico, Yasser, un giornalista, un giornalista che era accreditato. Il cecchino l’ha puntato…A parte che loro cercano le persone. Loro sanno chi sei, loro ti aspettano, loro ti fanno fuori. Ti fanno fuori! È incredibile pensare! Sono davvero in campo di concentramento, in attesa di esecuzione! Questo è Gaza: un campo di concentramento in attesa di esecuzione. E io sono andato là dicendo e dichiarando “sono disarmato” perché i palestinesi sono disarmati… I Palestinesi a Gaza vivono come dei prendi un cagnolini chiusi in una scatola buio (perché a Gaza la gente la tengono al buio: decidono anche quante ore di elettricità devono avere), poi sbatti questa scatola più e più volte, più e più volte! Il cagnolino sai cosa fa? Il cagnolino comincia a scavare. Comincia a scavare! Perché non ne può più. Non ne può più». È una racconto drammatico che sembra fuori dallo spazio ma soprattutto fuori dal tempo, soprattutto in una società che ha vissuto gli orrori della shoa.

Allora inizio a chiedere a Vincenzo di quello che pensa lui della guerra israelo-palestinese. Mi blocca. Mi ferma subito. «Intanto io non lo chiamerei conflitto israelo-palestinese perché qua non ci sono due paesi che si confrontano. Uno è un paese e ha (sorride sarcastico) un esercito regolare. È un paese sovrano. La Palestina non è un paese sovrano e non ha un esercito regolare. Non mi sembra che questo conflitto sia antico. Che ci siano dei conflitti nell’area? Certo che ci sono. Sono millenni che ci sono conflitti. Portati sempre da chi? Da noi occidentali. Non lo dimentichiamo mai questo: le crociate, non dimentichiamo tutto quello che è stato nella storia, la guerra all’Iraq. Non dimentichiamo tutto quello che è stato in questi ultimi decenni. Il popolo palestinese rivendica solo la sua autodeterminazione di popolo! Ma i palestinesi hanno sempre convissuto con gli ebrei arabi. Il punto fondamentale è che la Palestina ha diritto a esistere perché da quando Israele è stata fondata, nel ’48, i palestinesi sono stati portati via dai propri villaggi. I loro villaggi sono stati totalmente distrutti. La gente… - qui Vincenzo scoppia a piangere, si ferma; gli dico dai ci fermiamo. Ma proprio in quel momento riprende a parlarmi con tono deciso, duro: «La gente è stata presa con la forza. Sono stati presi con la forza! Come gli Ebrei sono stati presi con la forza. Sono stati presi con la forza, di notte, di giorno, e portati via! Portati via! Cacciati dalle loro terre! Io non sto qui ora a fare un’analisi se è giusto che Israele debba esistere o non debba esistere. Il punto fondamentale è che la Palestina ha diritto di esistere. Questo per me è il punto fondamentale. E il fatto che esista la Palestina, non significa che altri paesi non debbano esistere. Non è scritto da nessuna parte. È come fanno ora con questa storia, che se tu non supporti Israele sei antisemita. Ma perché, i palestinesi non sono pure loro semiti?» Vincenzo, allora, rievoca le parole di Illan Pappè, un docente universitario ebreo, e del suo libro La pulizia etnica della Palestina che racconta le pagine buie di una guerra nascosta che ha prodotto fino ad oggi milioni di morti.

Marco Lefosse
Autore: Marco Lefosse

Classe 1982, è schietto, Idealista e padre innamorato. Giornalista pubblicista dal 2011. Appena diciottenne scrive alcuni contributi sulla giovane destra calabrese per Linea e per i settimanali il Borghese e lo Stato. A gennaio del 2004 inizia a muovere i passi nei quotidiani regionali. Collabora con il Quotidiano della Calabria. Nel 2006 accoglie con entusiasmo l’invito dell’allora direttore de La Provincia, Genevieve Makaping, ad entrare nella squadra della redazione ionica. Nel 2008 scrive per Calabria Ora. Nell’aprile 2018 entra a far parte della redazione di LaC come corrispondente per i territori dell’alto Jonio calabrese. Dall’1 giugno del 2020, accoglie con piacere ed entusiasmo l’invito dell’editore di guidare l’Eco Dello Jonio, prestigioso canale di informazione della Sibaritide, con una sfida: rigenerare con nuova linfa ed entusiasmo un prodotto editoriale già di per sé alto e importante, continuando a raccontare il territorio senza filtri e sempre dalla parte della gente.