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Le peripezie che si affrontavano negli anni ’60 per fare un tuffo nello Jonio

8 minuti di lettura

MANDATORICCIO – Come ogni anno, il sopraggiungere dell’estate era portatrice di mattinate molto agitate per tutta la famiglia. Il pensiero di trascorrere quindici giorni al mare rendeva galvanizzati soprattutto noi bambini consapevoli di aver archiviato il nostro impegno scolastico e quindi sul punto di buttarci senza esitazioni, con entusiasmo e senza risparmio di energia nelle diverse attività ricreative, di gioco e passatempo praticate all’aria aperta e sull’arenile.

Era una consuetudine di famiglia passare alcuni giorni al mare, soprattutto perché secondo i nostri genitori, il mare era sinonimo di salute. Ricordo mio padre che diceva: “i guagliùni l’àmu purtàre àllu màre ca’ respìranu nà pòcu ‘e iòdiu e le fà bène” (I ragazzi li dobbiamo portare al mare perché respirano un po’ di iodio che fa bene). E comunque, in quel periodo, negli anni ’50-’60, questo concetto era opinione diffusa nella maggior parte delle persone adulte, per cui, con molti sacrifici, erano in tanti che praticavano il mare anche per le sabbiature perché non tutti avevano la possibilità di praticare le terme.

Se tutto ciò era meraviglioso per me e le mie sorelle (Marianna ed Elisabetta), infervorati dal pensiero di prendere il ‘postale’, per andare al mare, come soleva chiamarsi una volta il pullman o la corriera, meno rilassante doveva essere per mamma Francesca sulla quale gravava il peso dell’organizzazione dell’intera giornata e la responsabilità di accudire noi rendendoci la vacanza rilassante.

La giornata tipo aveva inizio come quella di una caserma e spesso non era proprio entusiasmante soprattutto dopo i primi giorni di mare quando gli effetti del sole iniziavano a farsi sentire sulla pelle arrossata. C’era da andare a prendere il postale (così appellato perché aveva il compito di trasportare anche la posta dalla stazione ferroviaria al paese), e bisognava alzarsi presto. La cosa non sempre era piacevole, tutto ciò costava sacrificio ed era anche stancante tanto che arrivavamo al mare tutti insonnoliti e qualche volta era da mettere in conto il possibile ritardo del pullman con tutti i problemi che questo comportava aumentando la nostra agitazione che qualche volta diventava scomposta per la nostra irrequietezza.

La sveglia era compito della mamma che alle 4,00 in punto, quando ancora era buio, ci richiamava tutti a scendere dal letto e prepararsi. Lei, intanto, aveva assolto a buona parte dei suoi compiti quali quelli di preparare la colazione da consumare dopo l’arrivo al mare ed il pranzo della giornata insieme a tutto l’occorrente da portare. Non era come oggi che si va al mare e si trova tutto pronto allo stabilimento balneare. Allora era necessario portarlo con sé ed era, vi assicuro, molto faticoso farlo.        

Alle 4,30, alle prime luci dell’alba eravamo pronti ad aspettare il postale in piazza, vicino casa. Cappellini, zaini a tracolla e bagagli vari rendevano emozionante l’inizio dell’avventura, influenzata dall’attrazione che il mare esercitava su di noi. Quella mattina, in perfetto orario, prendemmo posto sul postale mescolandoci agli operai del rimboschimento, che prendevano lo stesso e unico mezzo di trasporto per recarsi a lavoro nella vallata dell’Arso dove si stava realizzando una piantagione di eucalipto con la messa a dimora di numerose piante da destinare all’industria cartiera. All’andata questa promiscuità era del tutto normale, ma al ritorno a volte, questa risultava fastidiosa per via delle diverse esalazioni spesso nauseabonde derivanti dalla eccessiva sudorazione degli operai che rientravano dal lavoro e che rendevano l’ambiente non proprio gradevole. Tuttavia, col passare dei giorni, anche a questo si faceva abitudine, del resto non vi erano alternative o altre soluzioni.

Il postale incominciava a percorrere buona parte della tortuosa strada, che dal paese portava alla stazione ferroviaria, punto di arrivo e partenza di treni viaggianti, ancora oggi, sull’unico binario della tratta Reggio Calabria – Taranto,  prima di attraversare la meravigliosa e argillosa vallata dell’Arso, ricca di selvaggina in particolare lepri e volpi, e avvolta da un intenso profumo degli oli essenziali emanati nell’aria dagli di alberi di eucalipto, dagli arbusti di mirto e di lentisco, e dalle piante di rovo, nepitella, asfodelo e finocchio selvatico, molto presente sui bordi della carreggiata.    

Quello che ci aspettava dopo l’arrivo alla stazione era l’attraversamento dei binari, un’operazione molto delicata, spesso fatta sotto lo sguardo attento del responsabile della stazione. Allora i treni passavano di tanto in tanto e poiché non c’erano altre soluzioni per raggiungere l’arenile alcune cose erano consentite. Negli anni successivi queste difficoltà vennero superate scendendo dal pullman in prossimità di un passaggio a livello e tutto divenne più facile. A ridosso della ferrovia iniziava subito l’immensa distesa di terra argillosa, ma verdeggiante e profumata per la presenza abbondante della pianta selvatica di liquirizia che noi bambini sradicavamo dal terreno per succhiarne la radice, mentre in alcuni tratti risultava arsa e bruciacchiata per la calura del sole, con palesi fenditure che ne evidenziavano l’assenza dell’acqua. Attraversandola, lungo un viottolo ormai privo di vegetazione per via del continuo calpestio si raggiungeva la spiaggia dove ad attenderci c’erano i primi chiarori mattutini dell’alba e il sorgere del sole. Uno spettacolo ancora impresso nella mente difficile da scordare. Noi bambini rimanevamo incantati dai giochi di luce e dai colori cangianti. A quell’ora, ancora molto presto gli unici rumori percettibili erano quelli della brezza mattutina e del mare in alcune giornate abbastanza mosso.        

Giunti in prossimità dell’arenile si presentava a noi un bagnasciuga misto di sassolini e sabbia dove poi avevano inizio, freneticamente, le nostre giornate marinare. Tutt’intorno nei pressi della foce della fiumara dell’Arso, vastissime aree ricche di vegetazione mediterranea spontanea, selvaggia e colorata per la intensa presenza degli oleandri e delle tamerici attiravano la nostra attenzione, meta peraltro, nel corso della giornata, delle nostre passeggiate. Il mare faceva da contraltare in lontananza alla lussureggiante boscaglia della montagna e al borgo collocato sulla collina, mentre il profumo dei vicini aranceti suggellavano la vista di un panorama meraviglioso dominato dalla Torre dell’Arso presente sul vicino poggio prospicente il mare, imponente testimonianza di fattoria-fortezza, emergenza architettonica risalente al periodo normanno-svevo.   

Al nostro arrivo era frequente imbattersi in alcuni marinai, con le loro barche, pronti a tirare le reti, mentre altre volte li trovavamo già con il pescato sistemato e pronti a fare le prime degustazioni di pesce arrostito direttamente sul fuoco acceso sulla spiaggia dove erano soliti preparare una piccola fornace adoperando le pietre che una volta riscaldate ne permettevano la cottura. Sarde e alici normalmente appena pescate emanavano un profumo penetrante che si mescolava a quello del mare ancora deserto e non affollato di bagnanti. Un rito al quale si partecipava con grande spensieratezza e gioia spesso ascoltando anche storie di mare raccontate dagli stessi marinai.

Nelle prime ore dell’alba ed in attesa del bagno, che solitamente avveniva nelle ore più calde, si procedeva alla sistemazione del posto dove passare la giornata. Al riguardo, era consuetudine sistemare una sorta di capanno o baracca dove ripararsi. Era un cubo fatto di listelli di legno che mio padre Edoardo soleva andare a sistemare all’inizio della stagione balneare e che successivamente noi ogni mattina, giunti al mare, rivestivamo con una stoffa di cotone cucita su misura dalla mamma che alla fine fissavamo per terra coprendo la stessa con grossi quantitativi di sabbia in modo da resistere anche alle folate di vento. Alcune volte l’alternativa di un provvisorio ricovero erano alcune coperte utilizzate per l’antico letto a baldacchino chiamate in gergo ‘spruviari’, oppure un capanno fatto con le canne e le tamerice molto abbondanti alla foce della vicina fiumara.      

Consumare la colazione preparata dalla mamma era il secondo momento prima di iniziare il primo riposino in attesa di entrare in acqua per il bagno. Latte, biscotti, uovo sbattuto, pane con marmellata rigorosamente fatta in casa, miele, a volte crostate e frutta erano le delizie mattutine necessarie per affrontare la giornata che si prospettava impegnativa e all’insegna di un significativo consumo di energie. Tutto era regolato da una tempistica alla quale non si poteva sfuggire, pena la punizione di non fare il bagno o il rischio concreto di rinunciare alla vacanza. Terminata la colazione ci aspettava la sofficità della sabbia all’interno della spaziosa tenda per sdraiarci e conciliare un sonnellino prima della tanta attesa entrata in acqua.

Il mare cristallino verso le 10,30 diveniva invitante, la brezza mattutina scompariva e il sole cominciava a produrre i suoi effetti spesso negativi sulla nostra pelle. Tutti entravamo in acqua per il primo bagno della giornata sotto lo sguardo attento della mamma sempre molto apprensiva. Le giornate mantenevano sempre lo stesso ritmo. Dopo il bagno ci si stendeva al sole per asciugarsi su una spiaggia bellissima caratterizzata da sabbia e ghiaia e bagnata da spumeggianti e trasparenti acque dal colore smerando. Giusto il tempo di asciugarsi per poi sbizzarrirsi nei giochi praticati solitamente al mare, con frequenti entrate e uscite dall’acqua, la partitella al pallone o a pallavolo, la costruzione di forme realizzate con la sabbia.

Il tempo trascorreva velocemente e tra una cosa e l’altra si arrivava all’ora di pranzo che spesso diveniva comunitario insieme ad altri amici e familiari presenti sulla spiaggia. Un momento di sano divertimento durante il quale ognuno partecipava anche con racconti curiosi, divertenti, ricreativi, ma significativi circa l’aspetto moralistico per noi più piccoli. Dopo una mattinata intensa e la pausa pranzo le giornate trascorse al mare potevano ritenersi concluse, poiché alle ore 16,00 bisognava riprendere il postale per ritornare a casa. Rimaneva giusto il tempo per qualche gioco. Il bagno era impossibile farlo nuovamente per due motivi. Il primo perché si rischiava di rimanere bagnati ed il secondo perché dopo il pranzo, secondo la regola, dovevano passare le tre ore canoniche prima di poter entrare nuovamente in acqua.

Ogni tanto quando era giorno di festa con noi veniva al mare anche mio padre. La sua presenza era anche motivo di unione completa della famiglia, visto che gli altri giorni era impossibile per il suo lavoro, ma era anche motivo di gioia perché l’occasione ci permetteva di pranzare insieme nella vecchia trattoria dei Boccuti, posta sulla strada nazionale parallela alla ferrovia, dove potevamo assaggiare alcune prelibatezze che a casa solitamente non erano contemplate nel menù giornaliero casalingo. I proprietari del luogo erano gentilissimi e ci accoglievano con grande ospitalità, allontanando come per magia, tutta la fatica provocata dal mare, dal sole, dal gioco.

Le giornate si alternavano con la stessa routine e si concludevano con il ritorno a casa e tanta stanchezza, ma soddisfatti di averle trascorse meravigliosamente nella serenità e nella spensieratezza. Il postale, puntuale alle 16,00 iniziava il suo ritorno verso casa percorrendo in senso inverso la tortuosa strada fatta al mattino che conduceva in paese. Lungo il percorso una fermata obbligatoria consentiva agli operai della forestale di ritornare a casa dopo una giornata di duro lavoro sotto il sole, mentre noi bambini in attesa di giungere in paese al vecchio Girone e poi in piazza dove era prevista la fermata del pullman, attraverso il finestrino rimanevamo incantati dalla varietà di colori, dal rosa al bianco degli oleandri fino al giallo delle ginestre fiorite, e inebriati da un’infinità di profumi. Guardando fuori ci sembrava di andare incontro al sole pronto come ogni giorno a prepararsi a un tramonto spettacolare, mentre venivamo assaliti da una normale fiacca che induceva ad una momentanea sonnolenza, dovuta principalmente all’alzataccia fatta nella mattina, ma che nascondeva la voglia di ritrovarsi il giorno successivo per una nuova avventura e una nuova giornata al mare alla ricerca di nuove amicizie.

Scesi in piazza e appagati per la bella giornata trascorsa il contesto non cambiava, il breve tratto di strada che conduceva alla nostra casa ci consentiva in lontananza di scrutare un panorama mozzafiato e spaziare con lo sguardo l’azzurro di quel mare Ionio ricco di storia e a noi tanto caro, dove la mattina successiva saremmo ritornati. 

(Questo racconto, dal titolo “Alcuni giorni al mare…”, ha vinto il “Concorso letterario Racconti di viaggio 2022” ed è risultato meritevole di pubblicazione da Historica edizioni. Per saperne di più clicca qui)

Franco Emilio Carlino
Autore: Franco Emilio Carlino

Nasce nel 1950 a Mandatoriccio. Storico e documentarista è componente dell’Università Popolare di Rossano, socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria e socio corrispondente Accademia Cosentina. Numerosi i saggi dedicati a Mandatoriccio e a Rossano. Docente di Ed. Tecnica nella Scuola Media si impegna negli OO. CC. della Scuola ricoprendo la carica di Presidente del Distretto Scolastico n° 26 di Rossano e di componente nella Giunta Esecutiva. del Cons. Scol. Provinciale di Cosenza. Iscritto all’UCIIM svolge la funzione di Presidente della Sez. di Mirto-Rossano e di Presidente Provinciale di Cosenza, fondando le Sezioni di: Cassano, S.Marco Argentano e Lungro. Collabora con numerose testate, locali e nazionali occupandosi di temi legati alla scuola. Oggi in quiescenza coltiva la passione della ricerca storica e genealogica e si dedica allo studio delle tradizioni facendo ricorso anche alla terminologia dialettale, ulteriore fonte per la ricerca demologica e linguistica