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Maria Avati, la rossanese dimenticata che perse la vita nella strage della stazione di Bologna

8 minuti di lettura

CORIGLIANO-ROSSANO – 2 Agosto 1980, ore 10.25. Un orologio della stazione centrale di Bologna porta sempre la stessa ora, da 42 anni ormai. A Rossano gruppi di donne e bambini escono dalla Cattedrale dove è appena terminata la messa mattutina della quindicina dedicata all’Achiropita, in piazza Steri c’è già la bancarella dei mustaccioli, poco più sopra, in piazza Santi Anargiri, i bambini fanno la fila nella gelateria Tagliaferri per avere il loro cono gelato nelle mani. Nell’aria profumo di festa.

A Bologna, invece, è il momento della strage, dell’ultima grande strage al culmine della strategia del terrore degli anni di piombo. L’ultimo capitolo giudiziario scritto nel 2020 attorno a questa vicenda condita di depistaggi, complotti e misteri ha sancito che fu la mano violenta dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar), neofascisti, a compiere materialmente quell’attentato ordito, concepito e partito, però, nelle stanze del grande potere oscuro italiano e di cui non si verrà mai a capo. Morirono 85 persone, tra queste anche una donna rossanese.

Una storia a metà quella dell’attentato. Una storia vera, nitida, carica di emozioni e brividi, invece, quella che ancora oggi raccontano i superstiti di quegli attimi di un’Italia che conosceva bene valori e sapeva cogliere il tutto dal niente.

Come quella di Maria Idria Avati, 80 anni appena compiuti all’epoca dei fatti, che alle 10.25 di quella calda mattina bolognese si trovava nella sala d’attesa ovest della stazione centrale. Era da poco arrivata da Rossano ed era in viaggio con la sua valigia per raggiungere i suoi figli in Trentino e trascorrere con loro le ferie estive. Fu vittima di una coincidenza!

Negli ultimi giorni abbiamo cercato insistentemente di ripercorrere la storia di questa rossanese, di cui la comunità sembra aver perso colpevolmente memoria. Volevamo raccontarla per arricchire di sapere e conoscenza quel cammino di consapevolezza al quale la comunità di una grande città, oggi Corigliano-Rossano, è chiamato a fare per costruire il proprio futuro. Nelle ricerche abbiamo scoperto fatti, aneddoti, circostanze di Maria Idria Avati, ma soprattutto abbiamo trovato le pagine di un diario di quei momenti, scritte nell’ormai lontano 1999 dalla figlia, Giuditta Gurgo, sopravvissuta alla strage di Bologna.

Vi proponiamo integralmente quel ricordo. Prima però sentiamo il dovere civico di lanciare un appello alle istituzioni cittadine, affinché tornino ad onorare presto la memoria di questa signora, di una donna rossanese vittima e protagonista inconsapevole di una delle pagine più buie e misteriose della storia italiana, dedicando alla sua memoria un luogo simbolo della grande città di Corigliano-Rossano.

Queste parole che vi proponiamo sono una catapulta nel passato, nei sentimenti intimi di una figlia nell’attimo in cui perde una madre: l’immagine nitida di un passato che non è oggi.

tratto dal diario di Giuditta Gurgo

 

Dopo poco più di diciannove anni, sento il bisogno di raccontare, anche se ancora turbata al ricordo, la triste vicenda nella quale fui coinvolta, uscendone miracolosamente illesa. Mia madre, invece, perse la vita, allo scoppio della bomba nella stazione Centrale di Bologna. Aveva appena raggiunto l’ottantesimo anno di età.

Prima non mi era possibile soffermarmi su questo episodio, senza riprovarne l’orrore e il trauma che ancora oggi mi colpisce, se rivivo quei momenti.

Chi ha ideato e messo in atto la strage, sappia quanto male ha provocato! Mia madre aveva desiderato trascorrere una lieta vacanza nel Trentino, in compagnia di due dei suoi tre figli. Avrebbe voluto partire dalla Calabria, dove risiedeva, il giorno precedente, durante le ore del mattino, ma le fu proposto, suo malgrado, di prendere il treno della notte, l’indomani, sarebbe giunta a Bologna alle otto.

Ella si interessava e godeva, durante i suoi viaggi, alla vista dei paesaggi che si incontravano lungo l’itinerario. Aveva scritto in un promemoria l’orario di ogni tappa e quello della coincidenza con il treno che da Bologna sarebbe, poi, dovuto partire per Bolzano.

La notte, invece, non le avrebbe certamente dato l’opportunità di ammirare la natura come desiderava. Comunque, accettò di partire alle ventitré e trenta, da Rossano Calabro e riposò, tranquilla, in uno scompartimento, peraltro molto disturbato. Una bambina di tre anni che viaggiava con la mamma, le ricordava la sua nipotina lasciata a Rossano…

Prima di addormentarsi le avevo fatto leggere alcune preghiere in un libretto che io avevo con me. Si era soffermata su un salmo che terminava con queste parole, davvero profetiche: «Signore, che il tuo sguardo mi fissi e mi penetri fino a raggiungere il cuore; sorvegliami, ti prego, e guidami sempre sulle vie del cielo. (Salmo I)».

Verso le otto del mattino, non eravamo ancora arrivati alla stazione di Bologna, ma il treno era in ritardo di circa due ore. Mia madre preferì prepararsi in treno prima di scendere; io pensai di attendere l’arrivo per rinfrescarmi dopo la notte.

Questo particolare fu, per me determinante.

Alle dieci si giunse finalmente a Bologna. Scendemmo e chiedemmo aiuto ad un facchino (che, a quel tempo ancora esisteva) per trasportare le valige nella sala d’aspetto. Io decisi, allora, di allontanarmi di là, lasciando per un attimo mia madre sola e affidandole la mia borsa e le valige, depositate accanto al suo posto, che si trovava esattamente all’entrata della sala d’attesa, là dove ora, si vede lo squarcio sul vetro, a ricordo di quel momento.

Avevo voglia di fare due passi e decisi di non fermarmi accanto al bar d’angolo, dove si trovavano i servizi, ma di camminare, per circa venti, trenta metri fino a raggiungere servizi più lontani.

Mentre ero proprio là (vedo ancora il mio volto riflesso nello specchio sopra il lavabo) udii un boato fortissimo, che fece tremare ogni cosa intorno a noi. Uscii fuori sul marciapiede: vidi tanta gente che fuggiva e veniva verso il luogo dove ero io. Tra gli altri, barcollante, riconobbi il facchino che ci aveva aiutato; mi sembrava fosse ferito sul volto, aveva un occhio sfigurato dal sangue.

Non sapevo dove dovessi dirigermi perché non riconoscevo più né dove fosse la sala d’aspetto, né il bar. E dov’era mia madre? Nonostante la tragedia, m’accorsi di essere investita d’una forza incredibile per essere capace di agire. Girai attorno alle macerie per entrare dall’esterno, cioè dalla piazza antistante alla stazione. Entrando, dovevo calpestare il pavimento dissestato, che non esisteva più e dal quale emergeva mezzo busto di un giovane, il quale aveva le due gambe intrappolate. Visione dell’Inferno dantesco!

Un signore anziano, il padre del ragazzo, tentava di trarlo fuori dalle macerie. Di fronte, seduta ancora al suo posto, apparentemente illesa, vidi mia madre coperta di polvere, con la sua borsa stratte fra le mani. I bagagli e la mia borsa che conteneva tutto il mio stipendio di insegnante erano scomparsi sotto le macerie. Mia madre mi chiese cosa fosse accaduto. Le risposi: «Mamma… una bomba, ma tu sei miracolata!»

Cercai di farla alzare, ma non si reggeva in piedi. Qualcuno mi aiutò a trasportarla fuori dall’asfalto bollente; era un giorno afoso e torrido. Le chiesi come si sentisse e mi fece segno di guardare sotto la camicetta: vidi allora un osso che sporgeva sullo sterno, «Mi sento tutta storta» mi disse. Un dottore, passando in camice bianco, le tastò il polso dicendomi. «Il peggio è fatto»; non capivo e speravo ancora che al Rizzoli si sarebbe potuto fare qualcosa, ma un’autombulanza si fermò a raccoglierla insieme ad altri feriti e non mi fu permesso di salire. Non sapevo, quindi, dove avrei potuto cercarla.

Da allora iniziò il mio calvario di telefonate, appelli a Roma, in Calabria, ad amici, parenti, ai miei fratelli, uno dei quali ci avrebbe atteso a Bolzano alle quattordici e trenta.

Immediatamente dopo, presi un autobus, per l’ospedale Maggiore. Giungevano in massa i feriti e… i morti. Ma mi fu detto che fino a quel momento non era arrivata alcuna persona anziana che rispondesse ai miei dati. Ricordai, allora, di avere una amica a Bologna; telefonai anche a lei. La sua famiglia mi invitò a recarmi presso di loro. Un ragazzo, che accompagnava la fidanzata in macchina, mi vide disorientata e mi invitò a salire per condurmi dove volessi. Fu davvero cordiale e sensibile.

Non ero ancora del tutto consapevole della gravità della situazione. Pensavo di trovare mia madre viva in qualche altro ospedale.

La famiglia che mi ospitò fu quanto mai premurosa, e, dopo avermi dato abiti puliti, mi invitò a prendere con tutti loro un rapido pasto per tornare subito a cercare mia madre. Dalle loro parole compresi di dovermi aspettare anche che le cose stessero molto diversamente da come pensavo.

Dalle quattordici girammo in tutti gli ospedali; ero accompagnata dalla sorella della mia amica, che, essendo medico, poteva accedere più facilmente nei vari reparti. Ma dovunque andassimo, non si trovava chi cercavamo. Tornammo all’ospedale Maggiore dove il portiere ci invitò a salire al secondo piano, indicandoci perfino il numero del letto dove mia madre sarebbe stata. Ma il letto era vuoto! Una dottoressa, in corridoio, alla quale chiesi informazioni, mi fece capire di aver tentato tutto per quella signora che aveva appena fatto in tempo a dirle il suo nome. Infatti, ai piedi del letto c’era un biglietto sul quale era scritto: Maria Avati.

Mi feci forza, ma pensavo di cedere da un momento all’altro. E dovetti spingere il mio coraggio fino ad entrare in obitorio, dove ottantacinque morti erano allineati su altrettante barelle e coperti da lenzuola bianche. Come riconoscere mia madre? Fra quei morti c’era la bambina di tre anni conosciuta in treno, accanto a sua madre. Venivano dalla Sardegna. Vidi cose atroci: gambe, braccia insanguinate e tanti giovani… Un portantino trasportò fuori una barella: era l’unica signora anziana che avesse visto. Ma non era mia madre, anche se quell’uomo voleva convincermi che i morti cambiano aspetto. Cercò ancora e quando portò in corridoio un’altra barella, alzai il lenzuolo e riconobbi i tratti familiari, in un’espressione serena, di persona che dorme.

Non sto a descrivere l’incontro prima con l’uno e poi con l’altro dei miei fratelli. Il maggiore di essi, Francesco, non si era ancora reso conto. Per lui, che viveva in casa con la mamma, la tragedia fu vissuta in modo quasi drammatico.

Chiedemmo di poter trasportare la mamma in una piccola camera ardente e la vegliammo tutta la sera. Arrivavano un po’ alla volta i parenti delle altre vittime, sconvolti, terrorizzati. Venivano dall’Austria, dalla Svizzera e da ogni parte d’Italia.

Sapemmo che nostra madre, a causa dello spostamento d’aria, causato dallo scoppio della bomba, aveva riportato la fuoruscita del polmone e del cuore.

Il giorno seguente ritrovammo, in una stanza della stazione, tutti i bagagli intatti nel loro contenuto anche se danneggiati esteriormente, trovai anche la mia borsa nella quale non era stato toccato nulla, persino l’intero stipendio.

Dopo due giorni doveva esserci il funerale di Stato e già si preparavano diverse manifestazioni nelle strade della città. Ma non avevamo che un desiderio: riportare la mamma in Calabria perché tutto si svolgesse tra noi, privatamente.

Quello che ricordo con grande riconoscenza è la disponibilità, la gentilezza, l’onestà, la premura efficiente e sollecita di tutta la cittadinanza che, se potessi, vorrei ancora ringraziare, dal personale degli alberghi e dei posti di ristoro, dove fummo ospitati, ai rappresentanti del Comune di Bologna, al Sindaco, che certamente ebbe molta parte nei numerosi gesti di umanità calda e accogliente.

Ecco, dopo quasi vent’anni, tutto mi è ancora nella mente come i fotogrammi di un terribile film.

Ancora adesso un rumore un po’ più forte sulle strade, mi fa fremere come se subissi una scossa elettrica.

La mia vita è stata segnata per sempre da questo episodio. Io fui risparmiata dal massacro, trasportata lontano, chissà perché!...

Marco Lefosse
Autore: Marco Lefosse

Classe 1982, è schietto, Idealista e padre innamorato. Giornalista pubblicista dal 2011. Appena diciottenne scrive alcuni contributi sulla giovane destra calabrese per Linea e per i settimanali il Borghese e lo Stato. A gennaio del 2004 inizia a muovere i passi nei quotidiani regionali. Collabora con il Quotidiano della Calabria. Nel 2006 accoglie con entusiasmo l’invito dell’allora direttore de La Provincia, Genevieve Makaping, ad entrare nella squadra della redazione ionica. Nel 2008 scrive per Calabria Ora. Nell’aprile 2018 entra a far parte della redazione di LaC come corrispondente per i territori dell’alto Jonio calabrese. Dall’1 giugno del 2020, accoglie con piacere ed entusiasmo l’invito dell’editore di guidare l’Eco Dello Jonio, prestigioso canale di informazione della Sibaritide, con una sfida: rigenerare con nuova linfa ed entusiasmo un prodotto editoriale già di per sé alto e importante, continuando a raccontare il territorio senza filtri e sempre dalla parte della gente.