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NUGAE - Nell’ora che penso ai miei cari…

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Nell’ora che penso ai miei cari riguardo la casa. La nostra.

Una pianta ad U, e dal lungo soggiorno, oltre il terrazzo del mare, il balcone del tuo studio. Fredda, allora, quell’ala, di rado riscaldata dalla fiamma del primo originario camino. Ma altri i costumi: pesanti, quelli da indossare; rigorosi quelli di vita, tesi a sfrondare confort moderni come ogni cosa non necessaria. Tra queste il tepore. Il rigore, un po’ austero, anche nell’ordine, intoccabile, delle tue carte: fogli protocollo a quadretti allungati, sempre più ingialliti, e di un tipo che non vedo più in uso, solcati da una scrittura a mano piccola, obliqua verso destra, fluente, con un tratto ai miei occhi elegantissimo, come di cosa che unisca precisione costante e affidabile, alla bellezza profonda di una sobrietà senza orpelli. Si dice che nella grafia si riversi l’essere e credo sia per questo che nel tempo ho ringraziato ogni tuo foglio vergato a mano; interrogato, interpretato, accarezzato. Un archivio di folder cartonati, di diversi colori, posti in piedi, negli scaffali, in un equilibrio un po’ precario. A reggerli, per contrasto, una statuina bronzea, una pietra porosa a semicilindro e il peso specifico della passione che li ha impregnati, di quelle che impegna la mente e il cuore; che stanca il cuore. E il cuore si stancò.

Nella libreria alle spalle dello scrittoio con il ripiano in pelle, libri poco variopinti, per lo più di bianco e di nero; solo più tardi ne scoprii, apprezzai il valore: senza più il conforto della tua voce, poco più che maggiorenne, i reportage da Grand Tour, e Batiffol, Lenormant, Dumas, con altri, mi aprirono alla scoperta, all’amore di questa nostra Calabria, quand’essa fu Magna Grecia, quando fu Bisanzio, quando, in parte, fu seconda Albania, quando fu luminose Accademie e quando, invece, fu solo, o in gran parte, irrisolta Questione della Nazione unita. Ieri. Oggi di più.

Ma quella tua Calabria era anche arte, teatro, narrazione e, non meno, era i versi ironici, tutti umani dei bozzetti del De Marco, alias Ciardullo, che ti dilettavi a recitare, inseguendo, divertito, gli accenti presilani della gatta ‘e sia Vicenza, di Jennaru con la pumpusìa frunuta del rito del maiale, o, con più amara rassegnazione, dell’andante Statti tranquillu… nun cce pensare che salva sempre i signorotti della casta, lasciando lacrime e sofferenze ai poveri senza patroni.  

Al di qua del terrazzo, il nostro soggiorno, il ritrovo di tutti: il grosso camino sempre acceso, la fiamma calda e spesso il fumo che si accucciava per giorni in abiti e quaderni; disordine, passaggi, movimento, canzoni, scaramucce, confusione e rumore di vite veloci che si rincorrevano nella beata inconsapevolezza. Forse fu proprio l’idea di questa casa dalla duplice identità, dalle due anime, unite e separate dal terrazzo delle stelle e delle chitarre, che, dopo, mi fece guardare a quel balcone al di là come alla finestra dell’altra dimensione da cui continuavi a guardarci. Dove continuare a cercarti, a volte con l’incubo di averti lasciato lì. A luce spenta. Sarà stata la suggestione prodotta dalle parole, amate, di Henry Scott Holland: Sono solamente passato dall’altra parte: è come fossi nascosto nella stanza accanto. Ecco, quella stanza accanto nella mia mente è sempre stata reale, al di là del suo essere metafora.

Nell’ora che penso ai miei cari, poi, c’è un treno da qualche anno.

Uno di quelli veloci , modernissimi, lanciati in un viaggio appassionante verso mete sempre nuove, coinvolgenti. Tu sorridi e scherzi, mentre studi mille mappe, culture, tradizioni e innovazioni… con la curiosità di un Ulisse mai appagato. Ama la sua Itaca, Ulisse, la serba nel cuore nel posto delle cose importanti. È le radici. L’identità robusta. Ma la vuole vedere fiorire con rami sempre freschi la sua Itaca, e vuole portare il mondo da lei e lei nel mondo. E poi non ci crede alle Colonne d’Ercole Ulisse, non vede limiti nel suo orizzonte, e perciò è sempre ottimista ed entusiasta; è forte, burla e sprona i compagni con cui sempre ama viaggiare: a che scoraggiarsi? Meglio guardare oltre l’ostacolo, oltre il limite, oltre la stanchezza, oltre l’acquisito,  oltre i primi tentativi, oltre l’ordinario… Finché l’oltre si innamorò di lui -forse lo era sempre stato?- e lo portò con sé, rapendo Ulisse, col buio, da quel naviglio, che nella mia mente è sempre stato un treno in piena corsa, da cui quell’Oltre, senza aspettare una stazione, senza rallentare per i saluti, senza dare un come e un perché, lo ha preso per averlo con sé, a portare allegria e coraggio dove forse serviva di più.

Nell’ora che pensi ai tuoi cari non lasciare chiuse le porte, non scacciare le falene notturne, non trascurare la lumaca sul davanzale…

Per ognuno c’è un’ora in cui pensa ai suoi cari e forse, anche se Thanatos fa paura e, quasi tabù, a volte il silenzio si stende, nelle case, nella società, a porre il velo su ciò che è stato, su chi è stato, invece, forse, può far bene superare la reticenza e raccontare dei nostri cari: gente comune, vite ordinarie, probabilmente, ma tracce indelebili di percorsi unici, irripetibili, che compongono l’anima di quello che siamo individualmente, di quello che è il nostro oggi, la nostra comunità, le nostre vite. Ogni racconto è un frammento, ogni ricordo solo un minimo di ciò che è stato; spesso, come qui, appena delle sensazioni riposte nell’animo, che bussavano per venire a galla. E sia. A quella voce interna che da sempre frena accenti troppo intimi di private memorie, oggi le mie dita -che ancora cercano sulla tastiera queste ultime parole incerte- rispondono che forse potranno fare bene a qualcuno; fosse anche ad uno. Certo a me, che in questi giorni in cui penso ancor di più ai miei cari avevo il bisogno di riportarli qui. Senza retorica, senza pretesa. Solo qui, dove è giusto che ognuno di noi li lasci abitare, in un presente carico e, grazie a loro, più vivo, perché, con Pessoa, se ascolto, sento i tuoi passi/ esistere come io esisto./ La terra è fatta di cielo./ Non ha nido la menzogna./ Mai nessuno s’è smarrito./ Tutto è verità e passaggio.

Alessandra Mazzei
Autore: Alessandra Mazzei

Diploma classico, laurea in Lettere classiche a La Sapienza, Master in Pedagogia, insegue una non facile conciliazione tra bios theoretikos e practikos, dimensione riflessiva e solitaria, e progettualità concreta e socialmente condivisa. Docente di Italiano e Latino, già Assessore alla Cultura e Turismo di Rossano, impegnata in diverse associazioni socio-culturali, ma, prima e più di ogni altra cosa, mamma, felice, di Chiara Stella, Gabriele e Sara Genise. Ha grande fiducia nelle capacità dei giovani, degli studenti, di quelli che poi restano e di quelli che vanno pensando un giorno di tornare. Spera di poter contribuire, insieme a loro e ad amici ottimisti, alla valorizzazione di questa terra di cui sente da sempre la forza delle radici, accanto al bisogno di paesaggi culturali ampi e aperti. Ama la scrittura, che vive, al pari dell’insegnamento, come itinerario di ricerca e crescita personale, da coltivare in forme individuali e collettive.