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Di moderni Cyrano e della lotta contro l’ignava indifferenza

3 minuti di lettura

Io non lo so cosa posso fare.

È questo il pensiero più ricorrente, il senso di impotenza che ha dominato l’animo in questi giorni di inutile afasia e inazione.

Dolori distanti e vicini hanno inspessito l’aria di questo impaurito scorcio agostano che viene consumando i suoi giorni al ritmo di eliche gialle e veli sempre più neri, che scendono sempre più bassi. Opprimenti. Fumo grigio sugli occhi.  In ogni senso.

L’inconcepibile diviene ordinario.

Gli eroi si rivelano carnefici.

Gli alleati armano i nemici.

I soccorritori tradiscono sempre più palesemente complicità e connivenze.

E la mente fa fatica a  riordinare, mettere in fila, accettare sistemi che solo il più consumato cinismo riesce a guardare con assuefatto realismo.

E tu che un eroe non sei, che non maneggi accette o tubi idrofori, che non sei oltre un filo spinato ad aprire le braccia a bambini lanciati verso l’ultima speranza, che non sei un diplomatico, un missionario e neanche un pompiere, come sognava Grisù, resti inebetito a chiederti “cosa posso fare”.

So bene che sembra il canto di un cigno ignavo e avverto forte, per prima, il fastidio di inutili e occasionali retoriche.

Il dolore richiede rispetto e il rispetto deve vestirsi di sobrietà e parlare poco e senza orpelli.

Ma l’interrogativo è forte e, pur senza essere una scrittrice, una poetessa né presumere di considerarmi un’intellettuale,  ho ascoltato risuonare dentro me più volte in questi giorni le parole di Montale, di Ungaretti; ho riaccarezzato sulla pelle tante riflessioni di Oriana Fallaci; ho risfogliato i romanzi di Hosseini: nei momenti storici che, in epoche e contesti diversi, scuotono le coscienze per quanto superano i confini dell’umano, quando la cronaca d’attualità restituisce solo dolore e strazianti urla di aiuto, soccorso, intervento, cosa può fare la cultura?

Quella cultura che, lontana da ogni stantìa erudizione, è e vuole essere nutrimento e faro; quella che parla alle coscienze, che sorregge i giovani, che avvia i bambini ad essere persone, che rende le scuole templi di umanità e speranza e i libri e le penne vere arme e strumenti di lotta e libertà, come ci ricorda Malala, oggi quanto mai attuale… questa cultura può e deve fare tanto.

Dante sentiva già ai suoi tempi che ciò che macchia maggiormente la coscienza d’ogni uomo, potente o comune che sia, è l’ignavia, quell’atteggiamento di disinteresse, incuria… la vergognosa viltade di quanti vedono e non dicono, possono e non fanno, attraversando i secoli con quell’indifferenza che (a torto o ragione) porta il nome di Pilato e rende ogni essere ingiustamente punito, oltraggiato, vilipeso, offeso, ucciso, represso, oppresso Cristo in persona.

Uomo, bambino o donna. Persona singola o comunità. Popolo o individuo. Creature viventi tutte, ad iniziare dai monumenti naturali eredi del primigenio giardino dell’Eden, affidati alle cure dell’uomo, non a lui sottomessi. Cristo in terra.

Allora, senza esitazioni, credo che la cultura e l’educazione che essa nutre debbano servire, oggi più che mai, a guarire da questo rischio dilagante dell’ignavia, dell’incuria, del pensare che tocchi ad altri, dell’assuefarci a scenari e racconti che, distanti o vicini, ci appartengono sempre e comunque.

Non so come, non ho ricette e mentre  lo scrivo continuo a sentirmi impotente e mancante.

Ma so per certo che nei miei figli e nei ragazzi che reincontrerò da settembre nelle aule proverò, sempre di più, ad accendere dentro la speranza nel cambiamento, la fiducia nell’azione del singolo, il valore della testimonianza (per tornare a Montale), la convinzione che possiamo sempre fare qualcosa, che nulla ci può essere distante dal cuore e che questo mondo merita di essere migliore di quello che è.

Non so come, non so se nel mio piccolo in parte riuscirò, ma so che questo è quello che io posso fare. E ci proverò. Certo non spegnerà l’incendio di domani e non aiuterà la compagna afghana oggi. Ma ogni giardino va seminato e coltivato perché fiorisca. E ogni stagione avrà bisogno dei suoi fiori.

Senza rinunciare al realismo, noi adulti, noi educatori, non dobbiamo vergognarci di vestire i panni di Cyrano e di impugnare la spada contro il cinismo, l’incuria e la comoda rassegnazione all’impotenza. Contro l’ignava indifferenza di ogni tempo.      

Alessandra Mazzei
Autore: Alessandra Mazzei

Diploma classico, laurea in Lettere classiche a La Sapienza, Master in Pedagogia, insegue una non facile conciliazione tra bios theoretikos e practikos, dimensione riflessiva e solitaria, e progettualità concreta e socialmente condivisa. Docente di Italiano e Latino, già Assessore alla Cultura e Turismo di Rossano, impegnata in diverse associazioni socio-culturali, ma, prima e più di ogni altra cosa, mamma, felice, di Chiara Stella, Gabriele e Sara Genise. Ha grande fiducia nelle capacità dei giovani, degli studenti, di quelli che poi restano e di quelli che vanno pensando un giorno di tornare. Spera di poter contribuire, insieme a loro e ad amici ottimisti, alla valorizzazione di questa terra di cui sente da sempre la forza delle radici, accanto al bisogno di paesaggi culturali ampi e aperti. Ama la scrittura, che vive, al pari dell’insegnamento, come itinerario di ricerca e crescita personale, da coltivare in forme individuali e collettive.