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Riscaldamento globale: anche i preti hanno bisogno di paramenti liturgici più leggeri

3 minuti di lettura

Tra le tante conseguenze del riscaldamento globale, sulle cui cause ancora si dibatte, si è inserita la vicenda della celebrazione a Crotone di una Messa per i giovani nelle onde del mare. Copro d'un velo caritatevole l'episodio e non giudico in alcun modo l'infelice scelta del mio confratello. 

Trovo invece necessaria  una riflessione. Certamente sarebbe meglio scrollarmi semplicemente le spalle frustrato dalla vicenda della Messa sul materassino invece di condividere questo pensiero che si presta ad essere frainteso.

Con il riscaldamento globale in atto che accelera si dovrebbe aprire una riflessione serena sul da farsi dal punto di vista liturgico. Sia ben chiaro, quelli che lavorano i campi sono i primi colpiti e ci sono tantissime altre categorie che devono affrontare il problema prima dei preti. Ma detto questo, tutti questi ingombranti paramenti ecclesiastici multistrato aspettano una versione leggera ed estiva, ufficiale ed ecumenica.

Non è solo una semplice osservazione cinica, oppure una sfumatura: le camicie si inzuppano davvero di sudore, i parati si sporcano; un mio amico medico mi ha fatto notare che soprattutto per gli officianti più anziani è concreto il rischio di disidratazione con gravi conseguenze per la salute.

Ho osservato con filiale preoccupazione le celebrazioni del Patriarca di Costantinopoli, avvolto di tanti strati previsti dai sontuosi paramenti sotto un sole soffocante, per citare soltanto il più autorevole esempio ortodosso. Non voglio tacere che i parametri liturgici hanno una loro storia, una loro dignità, una loro simbologia e funzione e reggono persino una teologia. Non si tratta di semplici indumenti.

La chiesa ha avuto cura sin dall'antichità che i servitori dell'altare si presentino davanti a Dio con vesti speciali, altre da quelle abituali. E per di più per mostrare il loro alto ruolo nella società essi sono tenuti di indossare anche nella vita di tutti i giorni la veste clericale, diversa da quella dei laici tanto nella forma che nel colore (cf.Can. 27 del  VI Concilio Ecumenico, Can. 16 del Concilio VII Ecumenico).

In più, i paramenti liturgici contribuiscono all'incremento della bellezza spirituale del culto religioso, ricchi come sono di significati simbolici. Secondo gli esperti dell'Oriente, ci sarebbe una continuità coi paramenti dell'Antico Testamento. I liturgisti occidentali hanno cercato nell'origine dei paramenti similitudini con i vestiti del mondo greco romano.

Comunque sia già San Paolo nella seconda epistola a Timoteo, 4,3 dice di aver dimenticato il suo "felonion". Nelle catacombe di Priscilla alcuni "orantes" indossavano una specie di asciugamano usato solo per la preghiera, secondo alcuni la stola che poi diventò specifica dei diaconi.

Dal secolo IV in poi, le testimonianze dei paramenti nel culto divino diventano numerose: da Eusebio di Cesarea a Gerolamo, a San Gregorio il Teologo. Nei primi tempi erano di colore bianco simboleggiando la purezza e la santità dei servitori di Dio.

Nel rito bizantino, come in quello latino i tre gradi del servizio sacerdotale, diaconato, sacerdozio ed episcopato prevedono paramenti specifici, ogni elemento con una storia e un significato particolare.

Tutto è necessario e indispensabile ma nello stesso tempo in certe circostanze, come lo furono i tempi della persecuzione della mia chiesa in Transilvania, i membri del clero in carcere per la loro fede celebravano la Messa quando riuscivano a rimediare un tozzo di pane e qualche goccia di vino nelle loro uniforme da carcerati.

Torniamo al caldo. Perché non si può prevedere, per esempio, che sopra i 27 gradi, per cause di forza maggiore, sia permesso di indossare solo una stola sopra un camice bianco di lino?

Una tale soluzione alternativa ci viene dall'Oriente. Secondo il teologo Ionut Blidar l'esperienza della chiesa orientale copta, che si è sempre confrontata con le alte temperature dell'Egitto può suggerire una tale soluzione. Loro hanno già adottato una tale semplificazione prevedendo un semplice camice bianco e la stola durante le celebrazioni estive. Vescovi e sacerdoti così vestiti conciliano le esigenze e il decoro voluto dal culto con il caldo. 

Certo, c'è anche una dimensione soggettiva. Alcuni semplicemente non soffrono il caldo. E poi sia ben chiaro, per noi è innanzitutto un'occasione di penitenza. Anche se questa dimensione redentrice è importante non sarebbe del tutto sbagliato evitare ai sacerdoti gli effetti di questo infernale riscaldamento globale che con le sue alte fiamme Celsius lambisce tutti indistintamente.

Elia Hagi
Autore: Elia Hagi

Studia a Roma filosofia e teologia e comunicazioni sociali e oggi svolge a Vaccarizzo Albanese il suo ministero sacerdotale. Diventato sommelier, segue con passione la rinascita del vino calabrese con un particolare interesse rivolto ai vini identitari Arbëreshë.