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«Il problema dei problemi: il declino demografico. L’Italia ha bisogno di una vera politica per la famiglia»

8 minuti di lettura

Raccomando a coloro i quali si trovano in difficoltà con articoli che contengono numeri, di non leggere quest'articolo e di scappare. Raccomando a coloro i quali piace la fuffa di tanta stampa nazionale, di lasciar perdere quello che segue. Raccomando agli intellettuali che sono molto meno a loro agio con Pitagora e le tabelline che con Platone e infinite disquisizioni da salotto, senza azione, di fare zapping e dedicarsi a letture più amene.

Per gli altri, prego, ecco le mie considerazioni. E perdonatemi se vi paiono troppo dirette, e vi arrivano come un pugno nello stomaco, ma è la situazione che richiede tale franchezza.

L'Italia ha un grosso, grossissimo problema, di cui non si parla abbastanza. La relazione fra uomini e donne, fra padri e madri, fra nonni e nipoti, fra generazioni, è fondamentale. L'Italia ha un problema demografico. L'Italia ha bisogno di una vera politica per la famiglia.

L'Italia, come ogni altra nazione del mondo, è stata colpita dall’epidemia di Covid-19. Tuttavia, del punto di vista numerico e sistemico, il fenomeno più ampio del declino demografico è di gran lunga più significativo dell’epidemia. In altre parole, l’Italia soffre molto di più per via del fenomeno demografico, che per via del Covid, per quanto l’epidemia sia rilevante.

Il problema dei problemi: il declino demografico

In Italia esiste un conclamato problema di invecchiamento della popolazione. Tale problema ha tutta una serie di conseguenze, in termini di prospettive di prosperità, in termini di sostenibilità finanziaria, in termini di relazioni con altre nazioni, in Europa e nel mondo.

Ormai, in Italia muoiono circa 700.000 persone all’anno e ne nascono meno di 400.000. Ogni anno l’Italia perde 300.000 abitanti.

L’età media è 45 anni, mentre nel 1947 all’epoca del piano Marshall, era di 30 anni. Se nei primi anni ’80 i minori in Italia erano quasi 15 milioni, oggi sono meno di 10.

A ciò si aggiunge che il 50% degli italiani - e siamo nel 2021 - non ha un titolo di studio superiore alla licenza media. Qui non si tratta di mettere in proporzione discipline umanistiche e STEM (Science, Technology, Engineering, Math); qui si tratta di saper leggere un testo e capirlo.

Siamo grosso modo 60 milioni: 16 milioni di pensionati, a fronte di 22 milioni di occupati, 14 milioni di inattivi (tra 15 e 64 anni), e oltre 2 milioni di disoccupati. E 6 milioni di giovani di fanciulli e fanciulle. In altre parole, 22 milioni di italiani lavorano per i rimanenti 38 milioni.

Le pensioni però sono 23 milioni, contro 16 milioni di pensionati, perché alcuni ne percepiscono più di una. La spesa per le pensioni è un terzo del bilancio annuale dello Stato. L'altro capitolo di spesa importante è costituito dalla sanità, ed ovviamente si relaziona all'invecchiamento. E poi - lo sappiamo - ci sono gli interessi sul debito (e questi ad oggi - 2021 - si relazionano ai tassi di interesse, che sono oggetto di attenzione speciale da parte della Banca Centrale Europea). 

Tale problema di invecchiamento, che da solo è già acuto, è ancor più serio nelle cosiddette Aree Interne, che costituiscono la spina dorsale del nostro Paese. Il massimo della gravità è poi nel Meridione d’Italia.

La scarsa natalità

Non si tratta solo di allungamento della speranza di vita. Si tratta di scarsa natalità. La scarsa natalità caratterizza i comuni italiani già da decenni, ed in particolare dalla fine del ‘Baby Boom’, ovvero dal 1962 in poi. Per un Sindaco di un borgo di un’Area Interna del Meridione d’Italia, questo è il Problema dei Problemi. Contrastare lo svuotamento demografico è la sfida più ardua.

Il discorso dominante sui media mainstream pare non colga la rilevanza del problema.

La prossima generazione è in questo momento sotto una minaccia: quella di doversi occupare di un’Italia anziana e fragile. Fra vent'anni, in Italia la fascia di popolazione sotto i cinque anni potrebbe costituire solo 1% della popolazione. Sembra che ci si una rassegnazione a "congedarsi dalla storia".

Un caso emblematico: la Basilicata e il suo tessuto territoriale

La Basilicata è un territorio in saldo demografico negativo: ogni anno i nuovi nati sono in numero inferiore ai deceduti. Esiste anche un fenomeno rilevante ed endemico di emigrazione.

Sui fattori causali di declino demografico e di emigrazione si può discutere a lungo. I rimedi non vanno cercati solo a livello di politica nazionale, a livello aggregato: la dimensione locale è altrettanto importante. I dati demografici ed economici territoriali sono rilevanti.

Prendiamola dunque, ad esempio, la Basilicata. È costituita da 131 comuni. Con 560000 abitanti, sottratti i comuni di Potenza e Matera, la popolazione della Regione Basilicata è dispersa in municipalità che mediamente hanno 3000 residenti. È Raffaele Vitulli, di Basilicata Creativa, che ce lo rammenta: si passa da Craco, Carbone e Cersosimo (meno di 800 abitanti) a Castronuovo Sant’Andrea, San Giorgio Lucano, Accettura, Grottole, Salandra, Acerenza, Corleto Perticara e Filiano (tra 1.000 e 3.000 abitanti circa), fino ad arrivare a Tolve, Irsina, Tursi, Lagonegro, Francavilla in Sinni, Moliterno, Sant’Arcangelo, Senise e Montalbano Ionico (tra 3.000 e 7.500 abitanti). Solo Avigliano supera di poco i 10.000 abitanti.

Questo dato ci dice che esiste una distribuzione di centri urbani e una forma specifica di organizzazione territoriale. Una forma che era legata all'orografia e alle risorse del territorio. Ogni borgo distava 40 minuti - a dorso d'asino - dal successivo. Questa forma organizzativa deve essere rispettata, assecondata, e nutrita, non aggredita. Oggi la tecnologia consente misure che possono ribaltare la situazione, e sostenere un sistema urbano distribuito.

Per avere economia di scala nei servizi, serve fare rete. Serve utilizzare i punti di forza, e mitigare gli svantaggi dei punti di debolezza. Tutti questi comuni hanno problemi simili. Necessitano soluzioni concrete al fenomeno ormai dilagante dello spopolamento, che porta con sé diverse conseguenze difficili da affrontare.

È così. Chi ha la responsabilità di governare queste comunità, lo fa sapendo che nei prossimi 10 anni si gioca una partita fondamentale: trovare il modo per contrastare la forza apparentemente inarrestabile che sta portando la Basilicata a essere una delle regioni d’Europa con il più alto tasso di spopolamento.

Gli indicatori e la problematica

La Basilicata ha un indice di vecchiaia (rapporto tra popolazione oltre i 65 anni e quella tra 0 e 14 anni) pari al 200%, di molto superiore alla media nazionale. Ha inoltre un tasso di crescita dei cittadini residenti con il segno meno (-9,8%). Secondo l’Istat, entro il 2025 la Basilicata rischia di perdere circa 25.000 abitanti. Nel 2020, la Basilicata ha perso 5000 residenti. La Basilicata evapora.

Chi protesta contro questo o quel politico, contro questo o quell’ amministratore pubblico, abbaia in genere alla luna. I termini del problema non sono posti in maniera sufficientemente chiara. A chi abbaia alla luna, chiederei: "Ma tu, negli ultimi tre anni, hai seguito un corso di formazione? Hai imparato una nuova lingua straniera? Hai fatto impresa? Hai provato a fare squadra? Hai messo al mondo un figlio o una figlia?"

I giovani tendono a scappare, ad emigrare, via da questi contesti molto invecchiati, in cui le possibilità economiche e sociali risultano più scarse. Prima di essere quella della povertà economica, la caratteristica del territorio è quella della povertà di opportunità. In questi territori non si comprende l’importanza dell’innovazione, della formazione, dell’internazionalizzazione, dell’iniziativa individuale e familiare, del merito, dell’aggregazione sociale e costruttiva dei giovani, della forza del fare Sistema e della Rete. Non esiste una proposta culturale degna di nota. Non esiste un sogno affascinante che appartenga al territorio stesso, che stia accanto al rimpianto degli anziani. Non c’è dunque da meravigliarsi se siamo un popolo che gestisce un’emergenza dopo l’altra, e gestisce il presente come una perenne crisi, piuttosto che guardare avanti e investire sul futuro.

Accanto al problema della povertà di opportunità, esiste l’approccio culturale delle donne e degli uomini alla genitorialità. Le politiche paiono andare verso la disgregazione della famiglia, e il sostegno all’individualismo.

La metà delle donne hanno passato la menopausa. L'altra metà è convinta che l'emancipazione sia non avere figli. Parlarne è 'sessista', 'patriarcale', 'retrogrado'. Aggiungiamo poi che se un uomo divorzia, perde sovente casa e - nonostante si parli di affido condiviso - accesso ai figli. È dunque una sorpresa che gli uomini non vogliano sposarsi e fare figli? Quando cominceremo a parlarne seriamente? Non lo dobbiamo, forse, ai nostri giovani?

E la soluzione? Un esempio

La politica della famiglia è una necessità centrale per il nostro Paese. Ma quali misure dovrebbero essere adottate?

La soluzione, se esiste, è quella di una strategia integrata con le radici sul territorio. Io credo che non esistano soluzioni 'one size, fits all'. Io penso che ogni territorio debba impostare la propria strategia e trovare la propria soluzione. Strategia e soluzione devono trovare sostegno a livello nazionale.

Mi è stato chiesto di formulare una strategia per Castelluccio Inferiore, che è un centro dell'Appennino lucano meridionale, compreso nel Parco Nazionale del Pollino. L'ho fatto. Sono onorato di aver ricevuto tale richiesta. Il Sindaco Paolo Campanella e la Giunta Comunale hanno deliberato e adottato tale strategia, con un Intento Strategico. Castelluccio Inferiore ha ora cinque obiettivi strategici:

• contrastare lo svuotamento demografico del borgo.

• proteggere, valorizzare, e accrescere la bellezza del territorio.

• governare il territorio in conformità con le migliori metodologie.

• incrementare la competitività dei prodotti e dei servizi della nostra area.

• attivare e mantenere uno scambio di persone e conoscenze a livello internazionale.

Si evince dunque che esiste una strategia integrata, e che l’obiettivo principale Strategia di Castelluccio Inferiore è proprio contrastare lo spopolamento. Gli obiettivi 2, 3, 4, 5 sostengono il conseguimento dell’obiettivo 1.

Le due leve: ridurre i costi per le famiglie e aumentarne il reddito

Semplificando, i residenti abbandonano il comune prima di diventare poveri, non quando lo sono già. Cercano opportunità. La povertà è prima di tutto una povertà di opportunità, prima di essere una povertà economica. Il primo tema è dunque quello della povertà di opportunità. Anche di lavoro, ma non solo.

In secondo luogo, esiste la necessità di aumentare la qualità dei servizi e ridurne il costo. Serve stendere un tappeto rosso dinanzi alle famiglie, affinché arrivino alla conclusione che è meglio la vita nel borgo, che in una grande città, magari del Nord Europa.

● Fermare l’emorragia, l’esodo, è il primo passo.

● Far tornare le famiglie che si sono allontanate, il secondo.

● Attrarre giovani di qualità il terzo.

L’accentramento dei servizi in alcuni centri urbani riduce i costi, ma svuota I borghi. Il tema del costo dei servizi, della messa in rete delle risorse di borghi confinanti, è un tema cruciale.

Casa, scuola, trasporti, sanità, vita culturale e sociale: il nuovo welfare. Di questo dobbiamo parlare. Innovare in questo campo.

Serve intervenire sui fattori che concorrono alla decisione di mettere al mondo figli, e di accudirli, in età adeguata, dunque sugli incentivi e gli impedimenti. Serve intervenire sui fattori che concorrono alla decisione di andare a vivere a Castelluccio Inferiore, invece di un altro territorio. Questa è una dimensione competitiva. Puntiamo ad attrarre giovani ad alto potenziale, e facendo questo siamo in competizione con altri territori del mondo, per esempio in Europa il Randstad o la Baviera, e negli Usa Silicon Valley. Il comune di Castelluccio deve essere proposto come luogo da vivere oltre che da visitare. Serve aumentare la produttività, in maniera sana. Servono attività ad altro valore aggiunto. 

Funzionerà?

È una scommessa. L'alternativa sarebbe - come scritto su un quotidiano - evaporare, congedarsi dalla storia.

Io non ci sto.


Il Corsivo è curato dalla reggenza dell'Eco dello Jonio con la preziosa collaborazione della prof.ssa Alessandra Mazzei che ogni settimana offre agli utenti la lettura in forma esclusiva di contributi autentici, attuali e originali firmati da personalità del mondo della cultura, della politica e della società civile di fama nazionale e internazionale

Leo Giannotti
Autore: Leo Giannotti

Italiano, con oltre trent'anni di esperienza sul campo in Europa e in Asia, in una gran varietà di ruoli e una moltitudine di progetti, in coalizione con molteplici organizzazioni internazionali, governi, colossi aziendali, organizzazioni non governative, scuole di business, centri di ricerca avanzata, e organizzazioni di ogni tipo, Leo Giannotti padroneggia l'arsenale di strumenti e metodi del management strategico, in sintonia quotidiana con gli alti e bassi dell'economia mondiale. In tal modo rafforza i suoi interlocutori nel formulare e raggiungere obiettivi concreti. Con una cultura filosofica e umanistica, una laurea in ingegneria, una specializzazione in proprietà intellettuale, e l'esperienza in strategia, esprime una sintesi di geopolitica, economia, sociologia, e tecnologia non fine a se stessa, ma utilizzabile in maniera concreta, operativa e progettuale. http://www.strategistsunited.org