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«Ormai non c'è più tempo. Il Paese ha bisogno di nuove chances»

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Se si considera lo scenario che la politica ci sta regalando in queste ultime settimane, non possiamo fare a meno di ammettere, che essa sta procedendo secondo ritmi e modelli che non hanno più alcun significato concreto per il cittadino. L’oggetto del contendere tra le varie forze politiche è diventato talmente indecifrabile da essersi completamente allontanato dai bisogni e dalle difficoltà con cui, ogni giorno, la gente è costretta a misurarsi.

Il ristagno e il degrado costituiscono due elementi che hanno fatto impantanare il dibattito tra le diverse forze politiche, al punto da renderle ormai prive di mordente, di slancio, e di capacità progettuali. C’è un ritornello di frasi e di slogan, che ruotano sempre attorno agli stessi temi, e che è diventato, in questi ultimi tempi, monotono e, addirittura, privo di significato.

E mentre il Paese vive una delle crisi più gravi dal dopoguerra in poi, e non solo per la pandemia, la politica sembra offrire, a parte le solite litanie, soluzioni che appartengono al mondo del “déjà vu”, del già visto, e quindi, relative ad un modo di fare e di interpretare se stessa, non più credibile, perché suggestionata dal bisogno, che hanno tutte le forze politiche, di guadagnare consenso o di mantenersi, a tutti i costi, a galla. Troppo poco per chi si propone alla guida di un Paese moderno, in un tempo in cui le sfide per un futuro migliore diventano ogni giorno più difficili, perché in concorrenza anche con gli altri stati della stessa Comunità Europea.

C’è bisogno, allora, di novità, non solo negli argomenti ma anche nel modo di far politica e di rapportarsi con i cittadini. La logica della diatriba e del muro contro muro non paga più e, soprattutto, non produce alcun guadagno a favore della collettività.

Occorre, perciò, che le forze politiche, nel loro insieme, comprendano che il loro ruolo non è la conquista o il mantenimento del potere, ma il perseguimento e la cura del bene comune. Una espressione che molti politici trascurano ritenendola obsoleta.

Occorre, perciò, coniare un nuovo linguaggio e un nuovo vocabolario della politica, che abbia la capacità di esprimere progetti, contenuti e non vaghezze. Occorre pensare a nuovi itinerari, a nuove formule, che tengano conto dell’esistente, e soprattutto, che esprimano un nuovo progetto di società nel quale, tutti, pur con i dovuti distinguo, e nel rispetto delle diverse identità, possano ritrovarsi.

La logica della contrapposizione a tutti i costi e della guerra senza quartiere non produce alcunché, anzi, distrugge quel che rimane della società italiana, e questo, il nostro Paese non se lo può più permettere, non c’è più tempo.

 

Salvatore Martino
Autore: Salvatore Martino

saggista, storico e appassionato ricercatore, ha scritto diversi articoli, contributi e saggi su temi meridionalistici e di attualità politico-sociale. Direttore del Centro Studi Vittorio Bachelet a Rossano (CS), ha come principale interesse la storia politica e istituzionale italiana del XIX e XX secolo. In questo contesto si inquadrano il volume di AA.VV. “Amintore Fanfani – l’uomo, lo statista e le sue radici” (2009) e i suoi due ultimi libri “Aldo Moro. Il seme amaro della speranza” (2012) e “La città inquieta” (2015), pubblicati con Ferrari Editore.