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“I social hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli… e creato una generazione di haters e fakettari”

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C’erano un tempo, sui muretti che cingevano le nostre piazze, gruppi di ragazzi che trascorrevano ore e ore delle loro giornate a guardarsi negli occhi a confrontarsi e scontrarsi, a discutere – forse anche senza volerlo, anzi, sicuramente senza volerlo – di ideali, valori, passioni. Un’etica “alta” immersa e dispersa nella normalità di tutti i giorni. C’erano ideali, valori e passioni quando si parlava di calcio, quando si parlava di problemi e necessità quotidiane, persino quando si parlava di sesso. Non bisogna andare molto in là nel tempo e nemmeno troppo lontano da noi.

Chi come me, nato all’inizio degli anni ’80, ha vividi nella memoria gli assembramenti (per usare un termine che tanto piace e va di moda di questi tempi) nell’area retrostante la piazzetta (piazza Le Fosse) dove la meglio gioventù rossanese parlava e scriveva sui muri. C’erano confronti e scontri. C’era vita. C’era il senso delle cose e ognuna al proprio posto dava voce a chi aveva qualità e aveva soprattutto il valore verace del pensiero.

Era il tempo dei paninari. Sì, i paninari e le sfitinzie, quelli che giravano con i pantaloni a vita alta, i calzini a quadrettoni, indossavano le Timberland, la felpa Best Company e ascoltavano David Bowie. Pensavamo che fosse quello il trash assoluto, eppure in quei ragazzi anni ’80 e ’90 c’erano valori, delle aspirazioni, dei principi. Si ispiravano al sogno dell’America e al raeganismo…cioè, guardandoci alle spalle sembra sia trascorsa un’era geologica in appena trent’anni.

E ti acchiappa forte la nostalgia, se pensi che all’epoca nelle sezioni politiche, perfino in quelle di periferia, c’erano ragazzi che, a prescindere dal colore e dall’estrazione destrorsa, sinistrorsa o anarchica, erano lì a parlare e ad incazzarsi, a fare cazzate. Ci credevano! Era bello. Era vero.

Eravamo un po’ tutti come I ragazzi del Muretto, una generazione di fenomeni scanzonati e vivi più che mai. Dove, magari, i passi della Divina Commedia diventavano frasi da testi per la musica, però c’erano; e anche in quel piccolo universo si faceva scuola. Ci si innamorava ed emozionava e le pulsazioni sessuali passavano attraverso un filo del telefono o per una scollatura un po’ più osata.

Nostalgia che si trasforma subito in malinconia se vedi in che condizioni ci siamo ridotti oggi. Il brainstorming per costruire la società di oggi c’è stato ma è stata una tormenta di cervelli che, purtroppo, ha prodotto una pletora di stolti. Siamo tutti stolti? Per fortuna no, però… c’è un “però” allarmante: continuando di questo passo il baratro è vicino.

“I social hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli” appena sei anni fa era quello che diceva Umberto Eco. Una frase che fece scalpore in quel meta-mondo che è l’Italia dove il politicamente corretto viene prima di qualsiasi altra cosa. Ma probabilmente in quella frase c’è tutto il senso della società che viviamo. Quelle parole rimbombano come uno sparo di cannone in una camera vuota: ti fanno venire l’acufene a vita! Altro che cinture Charro e pantaloni a vita alta, altro che sane scazzottate e cinghiate dietro ai muri della Caffetteria.

I social hanno dato parola a legioni di imbecilli e aperto la stagione dei troll, dei fakettari di professione. Altro che Paninari. Il dileggio, il pettegolezzo e la menzogna spinta sono l’unico strumento che la generazione “sopraffatta”, come l’avrebbe definita quel geniaccio di Paolo Villaggio, oggi ha in mano per confrontarsi con la vita. Non c’è differenza tra gli uomini. Ognuno ha pari dignità. Ma il diritto di parola deve essere proporzionato alla capacità di ragione. I social, però, sovvertono questo metro che ha retto sempre il mondo.

Oggi – è paradossale ma vero – possono bastare quattro profili social (contati), quattro profili troll, quattro haters (odiatori seriali), forti del loro anonimato, per creare un personaggio politico, dileggiare un uomo o creare le fantasie più assurde e le congetture più grottesche. Non c’è più rispetto della dignità umana. E tutto questo, purtroppo, avviene nel mare dell’ignoranza che, oggi, tutto muove e spinge. Non piace scriverlo, ma è così.

Di chi è la colpa? Di tutti, di quella società frustrata e “sopraffatta” che scarica la propria rabbia e insoddisfazione sui social, nascosta dietro alla tastiera del proprio dispositivo.

Anche se il dato sociale più allarmante, e non voglio fare il sociologo o il Raffaele Morelli della situazione, è che mentre i giovani millennials e post millennials si riducono a messaggi vuoti nei contenuti e per lo più tesi ad esaltare la propria immagine, la vera deriva parte proprio dagli adulti (genitori e nonni di questa prole). Quelli ai quali il “potere” di internet e dei social è evidentemente sfuggito di mano. Quelli che probabilmente all'epoca di paninari e punk sarebbero stati Fantozzi, Fracchia o Filini (emblema dell’uomo medio) e che tali sarebbero rimasti senza il potere dei social. Invece no, il pensiero unico si è uniformato al ribasso: tutti dicono tutto (perché è consentito) e nessuno dice nulla!

È democrazia”, potrebbe obiettare qualcuno. Probabile! A mio avviso è libertinaggio. Perché quando sui social si mettono in piedi anonime campagne d’odio, prive di qualsiasi possibile verità, è uno sfregio alla morale pubblica.

Dunque, in una società vuota e priva di valori emerge chi valori non ne possiede, chi è privo di contenuti e riesce a proiettare la propria immagine sul muro delle ombre. E nella nebbia fitta dell'ignoranza ecco avanzare i venditori di fumo.

Ecco, allora, la forza della Scuola, intesa nel senso più nobile, che mai come oggi è essenziale ed efficace per creare una società consapevole e carica di valori. Perché se c’è tutta questa giusta e condivisibile voglia di esprimere la propria opinione, di creare una vera consapevolezza sociale, è altrettanto giusto che si arrivi a questo attraverso la strada della formazione e dell’educazione. Perché non si può essere docenti di lingue se non i conosce l’ABC della grammatica. È assurdo e paradossale ma purtroppo reale. E fa paura.

Immagine di copertina: I Ragazzi del Muretto (serie Tv asnni '90)

 

Marco Lefosse
Autore: Marco Lefosse

Classe 1982, è schietto, Idealista e padre innamorato. Giornalista pubblicista dal 2011. Appena diciottenne scrive alcuni contributi sulla giovane destra calabrese per Linea e per i settimanali il Borghese e lo Stato. A gennaio del 2004 inizia a muovere i passi nei quotidiani regionali. Collabora con il Quotidiano della Calabria. Nel 2006 accoglie con entusiasmo l’invito dell’allora direttore de La Provincia, Genevieve Makaping, ad entrare nella squadra della redazione ionica. Nel 2008 scrive per Calabria Ora. Nell’aprile 2018 entra a far parte della redazione di LaC come corrispondente per i territori dell’alto Jonio calabrese. Dall’1 giugno del 2020, accoglie con piacere ed entusiasmo l’invito dell’editore di guidare l’Eco Dello Jonio, prestigioso canale di informazione della Sibaritide, con una sfida: rigenerare con nuova linfa ed entusiasmo un prodotto editoriale già di per sé alto e importante, continuando a raccontare il territorio senza filtri e sempre dalla parte della gente.