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Toscano, il sacrificio del comandante calabrese nel Forte di Vigliena

7 minuti di lettura

Dopo la prima parte della biografia dedicata a "Antonio Toscano, il coriglianese Eroe di Vigliena", pubblicata la scorsa domenica e intitolata "Il Toscano negli scritti di G. Amato e L. Ripoli in una gloriosa pagina di storia", pubblichiamo di seguito la seconda parte.

Allo scopo di una maggiore chiarezza dell’intera vicenda, in questa seconda parte, mi piace anche condividere con i lettori gli elementi forniti dall’Autore coriglianese Francesco Pometti ricavati da un suo studio dal titolo: "Vigliena – contributo storico", nel quale l’Autore produce un’analisi approfondita proprio riguardante l’episodio accaduto nel corso della Rivoluzione Napoletana del 1799, al fine di dimostrare quale fosse il paese natio di Antonio Toscano ed anche chi realmente fu a dare fuoco alla polveri facendo esplodere il forte, visto che non mancano anche su questo elemento diverse interpretazioni che non fanno altro che generare ulteriori dubbi.  

Riguardo all’avvenimento di Vigliena, in particolare nella prima metà del XX secolo, si è compilato ora a favore, ora in opposizione, e non sono mancati coloro che hanno cercato in tutti i modi di adombrare quella che fu la verità storica screditandola e chi, invece, ritenne doveroso innalzare eccessivamente l’atto eroico del forte, a volte anche esasperandolo, facendo, di conseguenza, venire meno un’opinione trasparente sull’intera vicenda.

Detto ciò, credo che il lavoro del Pometti viene incontro proprio alla disfunzione costruttiva dell’intera vicenda portata avanti molto spesso senza prove e documenti, il che in qualche modo scagiona anche quanti hanno scritto sulla circostanza. Pertanto, mi limiterò a riportare solo gli elementi utili a completamento della mia indagine, finalizzata a conoscere se il Toscano Antonio fosse veramente di Corigliano e se fu veramente lui l’eroe di Vigliena, lasciando da parte l’analisi costruttiva che il Pometti conduce mettendo a confronto quanto scritto dai tanti autori, appartenenti alle due diverse correnti, che nel tempo si occuparono della vicenda tra cui i Repubblicani-Liberali come: Colletta, Rodinò, Coco, Ricciardi, Lomonaco, Pepe, Nardini e i Realisti-Borbonici come: Paulini, Cimbalo, Durante, Petromasi, Sacchinelli, Malaspina, Cacciatore, Del Pozzo.  

Ma, vediamo al riguardo quanto il Pometti, nella sua sostanza, scriveva sull’avvenimento: «[…] Il 13 giugno del 1799, il cardinale don Fabrizio Ruffo, sull’imbrunire, faceva assalire dalle truppe il Forte di Vigliena, sito presso Napoli, tra S. Giovanni Teduccio e il ponte della Dogana, sulla riva del mare. La resistenza dei calabresi, chiusi nel Forte, fu vivissima; ma, essendo le mura assai basse, le orde borboniche le superarono facilmente, e allora s’impegnò un combattimento ad armi corte. Gli assalitori erano in gran numero; gli assaliti, pochissimi; la lotta impari e senza speranza alcuna per i difensori. Fu qui che il comandante di costoro – certo Toscani, prete – perduta ogni speranza di salvezza, rinnovando eroismi di altri tempi, si trascinò presso la polveriera, vi appiccò fuoco, e il Forte saltò in aria. […] E poiché era di tanta importanza da non potersi facilmente occultare, – continua il Pometti – quasi tutti gli scrittori ligi al Borbone non poterono fare a meno di parlarne nei loro scritti, pubblicati in quel torno di tempo, come, ad esempio, il Cimbalo, il Paulini, il de Cesare ecc. Ma, o ne fecero un accenno passeggiero, gettando dubbi sulle circostanze dello scoppio e sulla persona che lo mandò ad effetto, sfrondandone la gloria; o se ne servirono per glorificare l’atrocità del Ruffo ed inneggiare alle armi del Borbone. Il fatto, così, restava avvolto nel suo glorioso mistero, e mostrava più lati vulnerabili all’attacco dei nemici denigratori; e, in tempi a noi vicini, porse materia di studio alla critica severa indagatrice. La moderna critica storica – spesso mancante di metodo ricercatore, spesso intransigente per sistema – trovò potenti ragioni per gettare i dubbi più impressionanti sull’episodio di Vigliena. Fin quasi il 1880, la versione classica del 13 giugno, la versione generalmente accettata, era quella del Colletta: ogni rigo metteva capo a quella fonte; ogni scrittore, tra il 1860 e il 1880, prendeva da quelle pagine. Vi è detto: il Forte saltò in aria uccidendo assaliti e assalitori […]»1.

Dopo quanto riportato nel suddetto commento appare evidente l’arduo lavoro del Pometti per arrivare agli obiettivi dal lui stesso avanzati. Pertanto, estrapolandoli, mi soffermerò su quelli utili che riguardano la ricerca ossia: «- dimostrare, colle stesse testimonianze citate del Turiello nella 1a edizione, che lo scoppio delle polveri fu volontario; e che l’Autore ne fu il Toscani, non “probabilmente” ma certamente; - dimostrare inutili le citazioni del Conforti dinanzi ai dubbi del Turiello; e che il documento da lui riportato sul paese nativo del Toscani è, se non altro, inesatto»2. 

La risposta, al primo quesito della sua analisi, il Pometti la compila come in appresso riportato: «Riassumendo, posso dire che, l’esame critico dei vari scrittori surriferiti, conduce al primitivo stato della questione, cioè che lo scoppio del Forte avvenne per proposito deliberato, e che Antonio Toscano ne fu l’Autore. La qual cosa dimostra, che, se la critica scrupolosa e paziente, che mi sono ingegnato di fare, riesce all’istesso risultato della versione comune e popolare, è segno evidente che in questa c’era buona dose di vero. […] Sull’eroismo dello scoppio i repubblicani è naturale che siano concordi; ed è anche naturale che il dubbio sorga dal partito opposto. Pure, l’esame cronologico degli scrittori regii dà un risultato conforme a quello dei repubblicani, ed i borbonici finiscono col riconoscere essere stato atto eroico il movente dello scoppio. E d’altra parte, salendo alle sorgenti prime, donde prende le mosse il racconto dei liberali, abbiamo visto che fu il Toscani a compiere l’eroismo»3.  

Relativamente al secondo quesito, utile alla presente indagine, il Pometti nella seconda Parte del libro risponde all’interrogativo principale: Chi era Antonio Toscani? Domanda, sulla quale così articolava:
«[…] Sulla paternità del Toscani e sul suo paese natio, i pareri furon varii, le dispute lunghe, le ricerche confuse. Da Mariano D’Ayala al Turiello, al Conforti, la verità si è fatta strada, ma non appare intera; anzi, proprio sul punto di rifulgere nella sua interezza, s’offusca col Conforti. […] – Il Pometti dopo ampia e articolata analisi, che per motivi di spazio non riporto, rimandando alla lettura integrale del libro dell’Autore, perviene alla seguente conclusione –: Ora, su questa base di ricerche, non resta che ad innalzare la figura di Antonio… Ma, io non mi dissimulo che, a questo punto, qualche poco benigno lettore dovrà sorridere di me, compassionando. Dirà: passi che i Toscani di Cosenza sieno emigrati in Corigliano; siamo d’accordo a ritener veritiero quanto è riferito sugli stessi nel libro dei testatici; non abbiamo ragioni in contrario, per non ritenere la presente casa Lettieri per l’antica casa Toscani…ma come si dimostrerà che era proprio di Corigliano l’eroe di Vigliena? La Dio mercè, questa lunga interrogazione trova una ben degna risposta. Vero è che nessun certificato, di qualsiasi natura, ci narra e ci assicura che, chi fece saltare in aria il Forte di Vigliena, era nato in Corigliano; ma mi sia lecito domandare, alla mia volta, come e da chi avrebbe dovuto essere compilato un documento siffatto. –Da parenti dell’estinto? –No, di certo; perché il male minore era di perder vita e sostanze. –Allora, dalla Polizia borbonica? –Non pare, per la ragione che i borbonici negarono, fino al 1850 (Cacciatore), ogni eroismo nello scoppio di Vigliena. Non resta che appellarsi al giudizio dei presenti al fatto; e il Pepe disse, informatone dal Fabiani, che fu un giovine prete di Cosenza. Sicché, aggirandoci per questo meandro tormentoso, la via d’uscita non la si trova. Non la si trova, se si resta chiusi in queste sole notizie, ma chi si fosse recato in Corigliano Calabro, non molti anni or sono, avrebbe inteso certi nobili vecchi – ignari di questa discussione – parlare di Antonio Toscani e della sua famiglia, come di persone conosciute da vicino ed intimamente. Talché io non poggerò – in quanto andrò narrando – su argomentazioni più o meno felici; ma su testimonianze di contemporanei. […]»4.

Su questo ultimo punto, il Pometti, sostanzialmente conclude la sua analisi affidandosi alle testimonianze, come lui stesso afferma, di contemporanei tra cui il signor Gennaro Morgia ed il fratello di questi Carlo appartenenti a un famoso e insigne casato coriglianese, che aveva conosciuto Antonio Toscani.    

Dimostrazioni che, come già in precedenza abbiamo fatto cenno, utilizzarono l’Amato, e il dr. Tommaso Otranto che raccontava come il padre suo gli parlava spesso della famiglia Toscani, a cui era legato da intima amicizia. 

In effetti se pure con alcune divergenze soprattutto relative alla bontà dei documenti messi in campo, mi pare che la versione finale del Pometti non fa altro che riconfermare quanto portato avanti dall’Amato, ma indirettamente conferma anche quanto riportato dall’originale documento di Casa Toscano. 

Ulteriori notizie su Antonio Toscano che confermano come la sua patria fosse Corigliano e come lo stesso fu l’eroe di Vigliena, sono presenti nella Collana: "Le città della Calabria della Banca Popolare di Crotone", curata da Fulvio Mazza nel cui volume dedicato a Rossano così si riporta: «[…] Non è improbabile che Raffaele Romano sia stato allievo e amico dell’abate Antonio Jerocades di Parghelia e socio forse dell’accademia di Scienze e Lettere fondata nel 1791 dallo stesso intellettuale calabrese; della singolare adunanza faceva parte il coriglianese Antonio Toscano, futuro eroe di Vigliena. La presenza in Corigliano di Luigi Rossi di Montepaone, nipote del famoso Saverio Mattei […] scienziato e giureconsulto di fama europea, dette certamente una valida spinta al movimento massonico della zona. Il Rossi fu istitutore del piccolo Filippo Saluzzo tra il 1793 ed il 1796, triennio in cui con il Toscano fondarono il club massonico-giacobino “Sala di Zaleuco” […]»5.  

BIBLIOGRAFIA
  F. POMETTI, Vigliena – Contributo storico alla Rivoluzione Napoletana del 1799, pp. 2-4, Guido Editore, Rossano 1992.  
2 Ivi 
3 Ivi 
4 Ivi
5 V. CALABRETTA, F. JOELE PACE, I secoli XV-XVIII Autonomie e infeudazioni, 8. La «repubblica» rossanese, in Rossano. Storia, cultura, economia. 
 

Franco Emilio Carlino
Autore: Franco Emilio Carlino

Nasce nel 1950 a Mandatoriccio. Storico e documentarista è componente dell’Università Popolare di Rossano, socio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria e socio corrispondente Accademia Cosentina. Numerosi i saggi dedicati a Mandatoriccio e a Rossano. Docente di Ed. Tecnica nella Scuola Media si impegna negli OO. CC. della Scuola ricoprendo la carica di Presidente del Distretto Scolastico n° 26 di Rossano e di componente nella Giunta Esecutiva. del Cons. Scol. Provinciale di Cosenza. Iscritto all’UCIIM svolge la funzione di Presidente della Sez. di Mirto-Rossano e di Presidente Provinciale di Cosenza, fondando le Sezioni di: Cassano, S.Marco Argentano e Lungro. Collabora con numerose testate, locali e nazionali occupandosi di temi legati alla scuola. Oggi in quiescenza coltiva la passione della ricerca storica e genealogica e si dedica allo studio delle tradizioni facendo ricorso anche alla terminologia dialettale, ulteriore fonte per la ricerca demologica e linguistica