1 ora fa:Cresce la popolazione straniera: a Corigliano-Rossano pesa il 12% e si discute la Consulta
4 ore fa:Saracena, San Leone si celebra a Santa Maria del Gamio: accessi regolati e strade chiuse dalle 16
10 minuti fa:Laino Borgo, torna la “Corajisima” nelle sette contrade: la tradizione quaresimale che coinvolge la comunità
1 ora fa:«Montuoro come il peggior kamikaze». Conferimento rifiuti, Stasi: «Non dica bugie, abbiamo gli screenshot!»
5 ore fa:Corigliano-Rossano, scontro politico sul Crati dopo l’esondazione: accuse al sindaco Stasi sulla gestione dei lavori
2 ore fa:Calabria, sci di fondo al Centro Sud in difficoltà: incontro alla Camera per chiedere più infrastrutture
3 ore fa:Ryanair estate 2026: più rotte, più passeggeri e turismo in crescita
2 ore fa:Corigliano-Rossano, pesca in crisi dopo il maltempo: richiesta di stato di crisi e piano straordinario
5 ore fa:Castrovillari, moto da cross senza documenti sequestrata nel Parco del Pollino: sanzionato motociclista
3 ore fa:La Diocesi di Rossano-Cariati è pronta ad accogliere le reliquie di San Francesco

Non chiamatelo Dialetto... L’arbëreshë è una lingua

1 minuti di lettura

CORIGLIANO-ROSSANO - La Giornata Nazionale del Dialetto e delle Lingue Locali, che ricorre domani 17 gennaio, ci ricorda che è utilissimo avere una lingua che tutti parlano e comprendono, ma preservare i dialetti o le minoranze linguistiche, come l’arbëreshë, che - attenzione! - non è un dialetto ma una vera e propria lingua, è un atto necessario di difesa di idiomi antichissimi, specchi di un mondo tanto lontano quanto vicino. Patrimoni immateriali che rischiano di essere dimenticati.

I dialetti, come le lingue, hanno loro regole e loro parole. Entrambi espressioni di un linguaggio utilizzato per comunicare concetti, idee, desideri ed emozioni, «un sistema – come precisa il linguista Ferdinand de Saussure - di segni, dove per segno si intende la corrispondenza tra significato e significante», oggetti naturali, componenti della mente umana prodotti volontariamente.

E allora dove sta la differenza, se davvero c’è una differenza, tra lingua e dialetto nell’uso che ne viene fatto quotidianamente, perché, a detta dello stesso linguista Bloomfield, la distinzione tra questi due concetti è «di natura puramente relativa», dettata da «praticità».

Il dialetto si circoscrive a gruppi ristretti di una specifica area geografica, non lo si usa in contesti ufficiali ed appare poco codificato. Vive un rapporto di subalternità nei confronti della lingua “nazionale”, quella prestigiosa, eppure anche l’italiano è nato come dialetto, era il fiorentino di Dante, Boccaccio e Petrarca.

Questo rapporto di subalternità verso l’italiano è un po’ come quello che vivono anche le minoranze linguistiche, spesso confuse, erroneamente, come dialetti, e che rendono linguisticamente ancor più variegato il nostro Paese. E per fare un esempio non c’è bisogno di andare così lontani. L’arbrëreshë, la lingua parlata dalla popolazione italo-albanese, di cui la Calabria può vantare la comunità più numerosa. Appartenente al ramo linguistico tosco (tosk), parlato nell’Albania meridionale, ogni gruppo alloglotta, fuggiti verso il sud Italia a partire dal XV secolo, ha poi dato vita a diverse varietà, tante quante sono le comunità albanofone.

Il fatto di essere geograficamente circoscritta, di non avere un uso istituzionalizzato e di presentarsi “diversa”, cioè incomprensibile alle nostre orecchie, non ci deve far cadere nell’errore di ritenere l’arbëreshë un dialetto. È una lingua, la lingua madre degli italo-albanesi «è come la mamma per un figlio: ognuno deve amarla e non sostituirla con un’altra in maniera artificiosa» (Claudio Marazzini, linguista).

Luigia Marra
Autore: Luigia Marra

Mi sono diplomata al Liceo Classico San Nilo di Rossano, conseguo la laurea in Lettere e Beni Culturali e successivamente la magistrale in Filologia Moderna presso Università della Calabria. Amo ascoltare ed osservare attentamente la realtà di tutti i giorni. Molto caotica e confusionaria, ma ricca di storie, avvenimenti e notizie che meritano di essere raccontate.