1 ora fa:“Chiara e Francesco”, amore e libertà sul palco: il musical torna il 12 giugno a Corigliano
5 ore fa:Il Parco Nazionale della Sila ospita il secondo meeting del progetto Natures
3 ore fa:Les jeux sont faits, chiuse le urne e c'è già una notizia: più gente al voto
39 minuti fa:Comunali, Rimoli regna e Chiarello cade. Castrovillari verso il ballottaggio
5 ore fa:“Oltre”, moda e inclusione nel carcere di Castrovillari nel nome di Jole Santelli
1 ora fa:Taekwondo Draghi Rossano, otto medaglie al torneo regionale dei più piccoli
24 minuti fa:Turismo sportivo, Tavernise apre il confronto: «I tornei facciano vivere la città, non solo gli impianti»
6 ore fa:Successo per i Campionati Junior di Matematica all’I.C. 2 Rossano
2 ore fa:Morano Calabro pronta ad ospitare la 21^ Festa della Bandiera il 29 e 30 maggio
2 ore fa: Period Poverty e dignità mestruale: dall’Alto Ionio una mobilitazione per i diritti e l’inclusione

L'inutile chiusura: arriva la conferma che la scuola non aumenta i contagi

1 minuti di lettura

CORIGLIANO-ROSSANO - C’è un dubbio che sta attanagliando le famiglie italiane: si tornerà, o meno, alle lezioni in presenza dal prossimo 7 gennaio? Se ancora non vi è una risposta certa, colpa anche della mancanza di una visione univoca e dagli infiniti ping pong tra Governo ed enti amministrativi locali, a venire in soccorso a chi brancola nel buio ci ha pensato un accurato studio dell’Università di Bologna, pubblicato sulle colonne del Corriere della Sera. 

La domanda - che tutti si fanno  - è se la riapertura della scuole ha contribuito alla diffusione del Covid-19. Il giornale milanese ritiene che, dopo gli sforzi della scorsa estate del ministero, dei dirigenti e del  personale scolastico, la scuola non è più rischiosa rispetto ad altri ambienti che sono tutt’ora attivi. Il grande dubbio riguarderebbe il contorno di contatti e la mobilità.

«Escludendo gli universitari – scrive il Corriere della Sera - gli alunni di tutte le scuole pubbliche (dagli asili alle superiori) sono poco meno di 7,8 milioni, quasi il 13% della popolazione italiana. Dunque una massa di persone (più l’indotto) potenzialmente capace di creare effetti molto importanti sulla diffusione virale. Ma se guardiamo ai numeri, nulla di tutto questo sembra emergere. La “prova”, per quanto grossolana, viene da un semplice confronto».

Il confronto viene fuori dall’incidenza degli studenti sulla popolazione delle varie regioni, prendendo la quota dei positivi al Coronavirus del periodo di metà settembre-metà novembre: «Dove più studenti ritornano a scuola si dovrebbero vedere, nell’arco di qualche settimana, più contagiati a casa o in ospedale. Quello che si vede è tutt’altro. La relazione tra queste due grandezze è molto debole e semmai contraria rispetto a quella immaginata: con l’eccezione della Valle d’Aosta, quota di studenti e diffusione virale tendono a essere correlate negativamente».

Insomma, secondo i numeri accertati, i dati sembrano dirci che non è nella scuola il driver della seconda ondata. La domanda sorge spontanea, allora perché continuare ad incaponirsi su una scelta di chiusura che metterebbe sul lastrico il futuro didattico di intere generazioni?

Josef Platarota
Autore: Josef Platarota

Nasce nel 1988 a Cariati. Metà calovetese e metà rossanese, consegue la laurea in Storia e Scienze Storiche all’Università della Calabria. Entra nel mondo del giornalismo nel 2010 seguendo la Rossanese e ha un sogno: scrivere della sua promozione in Serie C. Malgrado tutto, ci crede ancora. Ha scritto per Calabria Ora, Il Garantista, Cronache delle Calabrie, Inter-News, Il Gazzettino della Calabria e Il Meridione si è occupato anche di Cronaca e Attualità. Insegna Lettere negli istituti della provincia di Cosenza. Le sue passioni sono la lettura, la storia, la filosofia, il calcio, gli animali e l’Inter. Ha tre idoli: Sankara, Riquelme e Michael Jordan.