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Casacche e amori

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Quand’ero assai piccino, alcune ragazzette che mi tenevan buono mi avevano fatto tifoso della Juventus. Dalla loro custodia di soavi e certe sostitute d’una madre oberata di cento domestici affanni, il tempo mi condusse alla sempre più paritaria appartenenza al gruppo dei maschietti e, tra zuffe e giuramenti d’amicizia eterna, non fui più bimbo, ma rude uomo di sette o otto anni d’età. Pjetri e Jenari, depositari di mille e più segreti e ineguagliabili maestri d’arte pedatoria, erano milanisti. Fui milanista anch’io. Il Calcio era il più serio dei pensieri, il più intenso tra i moti dell’anima. Giocavo in porta. M’infuriavo a ogni gol che subissi. Mi laceravo gomiti e ginocchi su acciottolati aspri com’è la vita quando è priva di sogni, purché vittoria fosse. Lo era solo a volte, e accettarlo era amaro. In quel torno di tempo, la porta rossonera era difesa da William Vecchi. Di me più grandi, Jenari e Pjetri parlavano sovente, con aria di magia, di Fabio Cudicini, di quella porta custode invalicabile quando io, ignaro di Calcio e della Verità, tifavo Juve. Vecchi era assai simpatico. Il mio portiere preferito era però il nervoso Luciano Castellini, che difendeva i legni del Toro. Ma ero milanista. Lo ero in ogni fibra. Lucio, compagno mio di banco; Lucio, saggio e fraterno – Lucio tifava nerazzurro. Colmai la crepa come segue. Mio padre si diceva tifoso del Napoli. Di Calcio, invero, sapeva quasi nulla, e aveva in cuore il Napoli come si ha in cuore un nudo nome. Sincero però il suo stupore che io amassi una squadra del Nord. La divisa del Napoli, azzurra e con i bordi e i calzoncini bianchi, era quella che più mi piaceva. Attraversai la tempesta del dubbio, convinsi Lucio ad abbracciare insieme la fede nuova perché ombra non macchiasse l’amicizia nostra, e fummo entrambi fans del biancazzurro Ciuccio. L’Inter e il Milan, squadre sempre in trionfo; il Napoli, un ansimare sempre vano. Lucio tornò interista. Io, impercettibilmente, m’allontanai dal Calcio. Lo riscoprii ai tempi del Mondiale d’Argentina, l’estate ’78. Ero sempre tifoso biancazzurro. Più che grata sorpresa, Luciano Castellini passò in quei giorni al Napoli. Quell’anno il Milan s’aggiudicò la stella, emblema del decimo scudetto. Io ero in Terza Media, essendo andato a scuola con un anno di anticipo. Tempo di pace e di passione, quel 1978-79. Un docente che, per cause note solo a lui, ci aveva aduggiati per i due anni precedenti, passò all’altra sezione, e fummo liberi. Il professore di Francese, un attempato uomo di mondo che amava narrare i petits riens e le storie più vaste, ci parlò un giorno de I promessi sposi. Fu come un incantesimo. Presi in mano il romanzo. Vi amai perfino ciò che non capivo. Nelle sere d’autunno e d’inverno, seguivamo Happy Days, e sognavamo moto e macchine, e amori con ragazze dalle scarpe di tela e l’ampia gonna a ruota. In primavera mi rapì uno sceneggiato. S’intitolava La commediante veneziana. Venezia, la sua lingua, e la grazia del suo decadere, presero ad abitarmi. Giocavamo a pallone ogni giorno. Squadra del cuore il Napoli, Castellini mio eroe, mentre il Milan s’arrampica, a lento passo, in cielo. Lo guida Liedholm, tutto pace e saggezza. In porta, Ricky Albertosi, ignaro di tramonto. Franco Baresi, ragazzino, mostra già il suo futuro. Albertino Bigon fa gol a grappoli, e ne fa molti anche Maldera. Acciaccato, Rivera salta molti incontri. Quasi sempre vincente, il Diavolo patisce tre sconfitte. Una gli è inflitta dal mio Napoli. Il Perugia, che chiuderà imbattuto l’intero torneo, lo minaccia da presso. Il Milan prende a flettere. Ventiduesima giornata. C’è Inter – Milan. Altobelli fallisce un rigore. Poi l’Inter fa due gol: col sempiterno Oriali e con un Altobelli bramoso di riscatto. Nei minuti finali, Walter De Vecchi, con due tiracci da lontano, salva l’incontro e la speranza. Il Milan flette però ancora. Ventisettesima giornata. Il Milan ospita quello stesso Verona che qualche anno prima gli aveva negato la gioia della stella. I veronesi segnano, con l’ex Calloni, mentre il Perugia è in vantaggio d’un gol a Catanzaro. Poi Rivera, tornato in campo dopo quattro mesi, e Walter Novellino, ribaltano le cose, e il Catanzaro riafferra il pareggio. Scudetto e stella sono a un passo, che il Milan compie sette giorni dopo.

         Io però tifo Napoli, e vivrò gioia e pena nel Campionato 1980-81. Frequento la Quinta Ginnasiale, a San Demetrio Corone, che raggiungiamo ogni mattina con un bus sgangherato, per una via che è una continua sorpresa di curve e controcurve, di baratri e impennate. Dei compagni di Elementari e Medie, mi son rimasti solo Cecilia e Lucio. Gli altri, tutti nuovi. Bravi però tutte e tutti, e amicizia ci lega. Il docente di Lettere, uomo di spirito e cuore sotto apparenza tenebrosa, ci conduce sicuro alla scoperta del greco e del latino. Con lui leggiamo in classe il romanzo di Manzoni. Torno ad amarlo comprendendolo tutto. Gli aspri giardini di Baudelaire e di Rimbaud ci sono schiusi, con sapida passione, da un assai giovane docente di Francese. Ogni sera d’autunno, Totò irrompe nelle nostre case. Si ride. Si torna a ridere a scuola, l’indomani, imitandolo. Sono un bravo studente. Forse assai bravo. Mi dà però ira sorda il sentirmelo dire. L’amore per la parola e pel concetto esploderanno veri da lì a non molto. Il Napoli ha acquistato Ruud Krol, difensore olandese coniugante eleganza e saggezza, dominio della palla e visione puntuale dell’incontro. Gioca da libero. Esce dall’area a testa alta dribblando gli avversari quasi fossero manichini di stoppa, raggiunge il centrocampo, detta passaggi lunghi, che non fallano mai. Luciano Castellini è sempre in porta; coriacei difensori, Bruscolotti e Ferrario, mentre sulla sinistra Luciano Marangon si produce in discese veloci e fantastiche. Il centrocampo è solido, Oscar Damiani vivacizza l’attacco, fare gol tocca al piccolo Musella e al longilineo Pellegrini. Dopo un inizio incerto, i biancazzurri inabissano la Roma, favorita comunque insieme alla Juventus. Torino e Inter, piano piano, prendono a scivolare giù dai posti alti, Roma e Juve duellano in testa, ma il Napoli le affianca. Ha trionfato a Torino sui granata e ha vinto a Brescia, dove ha segnato pure Krol. Aveva innescato polemiche la juventina rimonta sul Perugia consumata negli ultimi minuti grazie a un rigore molto dubbio (per me non c’era). La Juve poi aveva vinto. Lo zolfo prenderà fuoco quando, a tre turni dal termine, i bianconeri ospitano la Roma, seconda a un punto, e il gol capitolino (fu Maurizio Turone a segnarlo) venne annullato. Chi sa che fu complotto, lo provi o taccia! Come che sia, a cinque giornate dal termine, Roma, Napoli e Juve erano in testa a pari punti. È favorito il Napoli, che ha da ospitare un Perugia di già retrocesso. Il coriaceo Moreno Ferrario manda la sfera nella propria porta. La partita è iniziata da poco. Recuperare è agevole, però i minuti vanno, lenti e rapidi assieme, e il Napoli è sconfitto. Poco varrà vincere a Como. Sarà campione la Juventus. Soltanto terzo il Napoli.

Fu mia passione, il Calcio, fino agli inizi degli Anni Novanta. Pian piano mi scivolò dal cuore – e che importa indagarne il perché? Oggi mi è estraneo. Ho seguito l’incontro finale dei trascorsi Europei: al bar, tra grato strepito di bimbi e amici in festa. Ho anch’io gioito della vittoria azzurra. Guardando la partita m’avvedevo però di pensare a luoghi amati, a musiche, a stizzose incombenze, a libri letti, a una fanciulla che scordò il mio nome, a parole da scrivere, a ninfe presenti e vive e troppo sagge per farsi eco ai taciti languori d’un satiro ingrigito, mentre i viali della decadenza spalancano le fauci, e il lampo che precede il buio senza fine si va annunziando per balenìi sempre più fitti e più prossimi.

Ettore Marino
Autore: Ettore Marino

Giacché dei giorni e dei dirimpettai dell’autore nulla ha da importare a chi legge, chi legge si contenti di sapere: che Ettore Marino, arbërèsh di Vaccarizzo Albanese, è nato a Cosenza nel 1966; che ha collaborato e collabora con varie gazzette cartacee e digitali; che nel 2014 si è da sé pubblicato Un giovane trifoglio tra le spine. Meditazione sull’albanesità, traduzioni da poeti italoalbanesi; che per Donzelli Editore è uscita, nel 2018, la sua Storia del popolo albanese. Dalle origini ai giorni nostri; che nel Febbraio del 2021 è diventata libro, per le Edizioni ilfilorosso, una sua raccolta di liriche intitolata Patibolo; che ha scritto molte altre cose di cui va talora chiedendosi se resteranno sempre inedite; che è arcilieto di collaborare con L’Eco dello Jonio; che ignora quando e come morirà.