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ARIE E RECITATIVI - La distesa tensione d’un quadro: Barbara Neri

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Banale ma buono a ripetersi, se non ci fosse che l’Amorfo, non ci sarebbe né Io né Mondo. Forzarsi a pensare l’Amorfo significa investirlo di una precisa struttura cognitiva umana: il Tempo. Immobile, l’Amorfo sarebbe infatti Forma – benché non contemplata da alcun soggetto. Dovendo esso mutare istante per istante per poter seguitare a essere amorfo, dovrebbe l’Amorfo vibrare, e di suo, di quella Temporalità che, appunto, è solo nostra. A dirla chiara e spiccia, l’Amorfo sarebbe un frullato che si autofrullasse di continuo in quello che, chiamato Tempo, non si dà senza un ente cosciente. Detto frullato autofrullantesi è perciò pura impossibilità.

         Ho dato il via al discorso dall’inferno dell’impossibilità solo per ritornare a noi, a noi soggetti umani; a noi coscienza: di sé e di una fetta di mondo. L’Amorfo irrotto in un soggetto è la follia di quel soggetto, l’impossibile inferno in lui diventato realtà. Nulla è così salvifico quanto un oggetto. Un manufatto, intendo. Uno qualsiasi: la penna con cui scrivo, i fogli, il tavolo su cui sono posti. Per la sua ottusa lucente compattezza, una sfera d’acciaio mi pare in certi istanti la più piena vittoria dell’identità e della persistenza. In maniera più debole, ciò vale per ogni manufatto:  un cucchiaio d’argento è una porzione di quel metallo fluido raggelata in cucchiaio; una sedia di legno è legno nel suo darsi naturale, ritagliato e assemblato perché sia sedia e quella sedia.

         Ma pure il fatto d’arte è persistente identità. Raggela un flusso, lo ha bloccato in quel modo e non in un altro, è ciò che è come lo è: un sonetto è il pandemonio d’ogni significante verbale, fonico e grafico, ridotto a quella forma; un film che volesse dire il Caos, del Caos direbbe quella e non un’altra porzione… Come ogni oggetto d’uso, il fatto d’arte è là, dinanzi a una coscienza; a differenza dell’oggetto d’uso, il fatto d’arte contempla in sé lo scopo di risonare, potenzialmente, in ogni petto.

         Ora, vi sono fatti d’arte che all’amorfo (si noti la minuscola), al relativo amorfo che alle menti nostre è dato presentire o fingere, sono più prossimi di altri: non già per insipienza o insufficiente elaborazione (arte abortiva, quella), bensì perché serrano un fremito di amorfo più presente più vasto più intenso. Tali le realizzazioni di Barbara Neri. Le dita che hanno steso il colore sulla tela è come se avessero, con ansiosa sapienza anelante a sapienza più alta, penetrato i sacrari stessi della materia restandone macchiate dei suoi misteri e delle sue evidenze. Atto compiuto, certo, già da altri; si dà però giusto nome d’artista a chi, cullato in una tradizione come in una placenta, la rompe a modo suo, ed è di nuovo una prima volta. Non già figura, appunto, bensì corpo e colore si fa la materia violata dalle dita di Barbara. Riemergono, le dita, e il quadro è questo o quello.

         Diremo di due tempere. In Le musicien blessé. Blessure marine (ridondanza d’un titolo!) vedi un azzurro che dal basso all’alto si rischiara, quasi ingrigisce: senza però mai confondersi a un bianco rimasto a testimonio d’un vuoto prius che aneli ad essere riempito. Piena con prepotenza è invece una macchia sanguigna, vero centro, benché non geometrico, dell’opera. Vi puoi vedere un cuore, o quello che il cuore ti detta. È lì come un rovescio d’arroganza che sa del suo diritto a starci e a stare: un cuore, se lo è, che gocciola ferito e che urla all’ascolto, o forse uno spruzzo d’argilla ch’era stata mattone o desidera esserlo… L’azzurro e il rosso bagnano di sé due filamenti a croce, rettilinei. Il filamento verticale deborda oltre la tela, curvando oltre l’angolo alto di destra, disintrecciandosi nei suoi due componenti. È bagnato di rosso. Di rosso e d’azzurro sono invece bagnati i filamenti che insistono sulla tela. A quello verticale sono annodati altri filamenti: curvilinei, assai meno convinti di sé. C’è pure una didascalia, tra la macchia sanguigna e il bordo basso. Se ne dirà più tardi.

         Padrone incontrastato di Ego&Soul è il moto rotatorio. Dominanza d’azzurro, freddo, sì, ma soave, pare maternamente custodire un tourbillon dal nucleo grigio spruzzolato di polveri e dalla giallissima corona, cui fanno da satelliti colpi di rosso, di blu oltremare, e macchie bianche, e neri freghi lontani. La nebulosa primigenia o il primo istante coscienziale? Moto centripeto o centrifugo? Fuga che ti sparpaglia o implosione da panico? Fidente espandersi di gioie, o ricchezze che tornano al cuore di ogni ricchezza? Tutto ciò insieme, forse, e quant’altro sai leggervi. Per certo, è coesistenza di tensioni, misteriosa per arte sapiente.

         Non solo con le nominate polveri, bensì pure con carta, stoffa, foglia d’oro o d’argento, minuzzoli lignei o di plastica la Neri suole infondere altro corpo al corpo delle sue crome. Talora è il puro oggetto d’uso a diventare mezzo e cosa. In una sua creazione, su un cartoncino azzurro chiaro sovrapposto a un più vasto e più spesso cartoncino grigio, Barbara svolge e avvolge con subdola indolenza inanellate cordicelle di juta brune e nere, e filamenti di metallo. È un giacere e un rincorrersi, uno stare sul foglio giacché così Barbara volle – casta umiltà del piano azzurro e grigio, e monello profondersi del tricromo cordame, lieto d’essere corpo, e d’avvolgersi e svolgersi in quanto filiforme…  Sul cartoncino grigio, una didascalia anche qui: Le corde che tirano Ulisse verso il canto delle Sirene – noiosissimo resto, questa e quella di prima, di banchi di scuola e di divano di psicanalista che le dita di Barbara, inopinatamente timide, hanno deposto a prevenire domande da salotto e a incarcerare i simboli in un indicator di direzione del quale, Dieu merci, chi guarda può assai comodamente fare a meno. Chiudo perciò dando alla Neri l’umile adiratissimo consiglio di numerare quanto crea (Opera 1, Opera 2, eccetera) senza cartellinarlo mai.

Ettore Marino
Autore: Ettore Marino

Lettore, se ne hai curiosità, sappi che Ettore Marino, arbërèsh di Vaccarizzo Albanese, è nato a Cosenza nel 1966; che ha collaborato e collabora con varie gazzette cartacee e digitali; che per Donzelli Editore è uscita, nel 2018, la sua "Storia del popolo albanese. Dalle origini ai giorni nostri"; che nel 2021 è diventata libro, per le Edizioni "ilfilorosso", una sua raccolta di liriche intitolata "Patibolo"; che nell’Aprile del 2022 ha pubblicato, per Rubbettino Editore, "Un quadrifoglio, verde tra le spine. Traduzioni da poeti italoalbanesi"; che ha scritto molte altre cose di cui va talora chiedendosi se resteranno sempre inedite; che è arcilieto di collaborare con L’Eco dello Jonio; che il Covid, di cui pure ha patito, non gli ha fatto dismettere l’uso del tabacco; che ignora quando e come morirà.