19 ore fa:Don Chisciotte arriva al Metropol: sul grande schermo anche il talento di Giuseppe Pallone
18 ore fa:Tre anni dopo l'approvazione dello Statuto, a Corigliano-Rossano il decentramento resta sulla carta
10 ore fa:Corigliano-Rossano si prepara a celebrare i Fuochi di San Marco tra memoria, fede e tradizione
9 ore fa:Asd Corigliano in rimonta: 2-1 al Fuscaldo tra carattere e qualità
16 ore fa: Torre di Milone, tra criticità e rilancio: il punto della maggioranza di Cassano
11 ore fa:Nevaio del Pollino, nel 2026 segnali di ritorno alla normalità
16 ore fa:Incendio al lido Storie di Mare, il sindaco Iacobini: «Comunità scossa, vicini a titolari e lavoratori»
14 ore fa:“Caro Novecento”, la lezione che attraversa il tempo: Mercogliano riporta al centro il secolo delle contraddizioni
10 ore fa:Rossanese ko in casa: lo Stilo Monasterace passa 4-2 allo “Stefano Rizzo”
15 ore fa:Pallavolo Rossano domina Cutro 3-0: semifinale playoff Serie C, un passo verso la finale

Una via per le icone: Angela Marchianò

4 minuti di lettura

Se è vero che il Linguaggio ci precede sì che ne siamo creature e vittime, vi son parole che molto più di altre chiudono in sé il germe dolce e violento di tenebra e di luce lungo le quali corrono le ore dell’uomo. ‘Icona’ è tra esse. Eikóneikónos, con tutte le sue varianti morfologiche, voleva dire per gli antichi Elleni: figura di dipinto; statua; immagine di un dio; idolo; fantasma; immagine mentale; archetipo; confronto. Ancora oggi vuol dire troppe cose. Ci fermiamo perciò all’accezione di immagine sacra che, dipinta su tavoletta lignea o lastra di metallo, è propria della tradizione cristiana orientale. Se iconismo e aniconismo hanno lottato e lottano nel campo delle arti figurative in genere, grava sulle tre religioni monoteistiche il divieto (Esodo XX 4) di fabbricare simulacri e adorarli. Aniconici saranno l’Ebraismo e l’Islam, iconico il Cristianesimo. L’Oriente (brutalizziamo per far presto) contemplerà solo immagini dipinte, l’Occidente anche quelle tridimensionali. Dal terremoto iconoclasta che squassò Costantinopoli e l’Impero l’icona uscirà vincente e rafforzata. Il secondo Concilio di Nicea (787) decreterà che l’icona del Cristo rappresenta l’unione, senza miscuglio o confusione, della doppia natura di Lui, nella Sua perfezione divino-umana. Da qui, giustificate anche le icone di Maria, degli angeli, dei santi. Il Cristianesimo occidentale sarà anticonico solo presso alcuni protestanti: Calvino, Zwingli, Karlstadt; più duttile Lutero, e più sfumate le sue posizioni. In seno all’ortodossia cattolica, vi saranno sparute benché intense posizioni aniconiche o addirittura anticoniche: su tutte, quella di San Bernardo di Chiaravalle.

         Giacché vo riassumendo secoli e mondi, torno a chiedere scusa dei colpi d’ascia che sono costretto a vibrare anche quando sarebbe più opportuno il bisturi o un buon coltello da cucina. In Occidente l’artista si è andato configurando come colui che esprime sé nell’opera. Si è così giunti, e non soltanto nella chiacchiera mondana, a cercare la verità dell’opera tra i giorni e tra i dirimpettai dell’autore. Al di là di una tale stortura, la personalità dell’artista è presso noi vissuta, da lui stesso e dal gruppo, come centrale. Pei cristiani d’Oriente, l’immagine sacra è ubiqua compagna della fede e dell’atto liturgico: scorcio quasi irruttivo dell’assoluto, “l’onore che le si tributa passa al suo archetipo” (san Basilio il Grande). Ne consegue non già una (impossibile) sparizione della personalità dell’autore, sibbene un suo eclissarsi, un suo casto e silente ritrarsi, perché l’imago aeternitatis tenga con più pienezza il campo. Se per le Chiese d’Oriente l’icona ha una funzione, nulla vieta, tra noi, di intenderla e fruirne come puro fatto d’arte.

         Vive a quaranta passi da casa mia, e mi è ottima amica da sempre, un’ottima pittrice: Angela Marchianò. Come sia giunta a dipingere icone, nonché come le viva e veda, è stato oggetto di lunghi conversari. Ne spremo il succo, lasciandole talora la parola.

         Occidentale è la formazione pittorica di Angela (studi e diploma all’Accademia delle Belle Arti), occidentale è il suo modo di guardare di pensare di essere. Vermeer, il Caravaggio, Shakespeare, Virginia Woolf, i romanzi polizieschi, Roma come città e in quanto sede del papato sono le stelle che la guidano; volume e prospettiva, due cardini del suo dipingere. Mi sorprese, perciò, scoprirla un giorno autrice di icone. Vi è una bizantinità reale, oltre che retoricamente ottativa, in Arbëria; l’albanità, però, mai fu né nelle corde né tra i desideri della Marchianò. Perché, dunque, le icone?

         “Le icone” mi risponde “erano intorno a me, però non le vedevo. Mi dovetti forzare a guardarle, e accadde soltanto perché un’amica mi chiese di dipingergliene una. Mi dovetti impegnare. Dovetti studiare. Fu difficile entrare in quel mondo, né credo di esserci entrata appieno. La mia formazione data da quando i maestri toscani del Duecento ci hanno affrancati dall’immobilità bizantina introducendo una forma, intuitiva ma molto efficace, di prospettiva. Non solo: il clero orientale è separato dal popolo dei fedeli, e la stessa separatezza avverto nelle icone. Rappresentano la pura divinità, il puro trascendente. Ciò è sublime, è grandioso, ma non mi scalda il cuore. In Occidente il Cristo crocifisso è Dio ma è soprattutto uomo che soffre, e Maria col Bambino è divina ma è soprattutto madre. In ciò mi riconosco. Il mio dipingere icone è stato una sfida, un recupero. Anche i colori vi sono codificati. Io ho abbondato nell’oro molto di più che nell’azzurro poiché lo sento più vivo, più mio. Non posso giudicare del risultato.”

Amo le icone, e amo le icone della Marchianò – se di giudizio vi fosse bisogno. Anche se non sapessi del tormentato e perciò stimolante percorso dell’autrice, vi avvertirei, giacché conosco il resto della sua produzione, il suo tratto, il suo io: quell’io di cui, s’è detto, ci riguarda soltanto divenuto opera; quell’io, s’è detto pure, che può bensì eclissarsi ma negarsi non può. Da questa sua inquieta immersione in una inquietudine più vasta; da questo suo umanissimo spaurirsi, e taccio della tecnica e del mestiere che mai le fecero difetto, sono per paradosso germinate opere insieme d’arte e di devozione. L’esito fu più ricco dell’intento, e se un’icona è pienamente tale solo quando un fedele le si accosta e prega, in non poche case e nella chiesa stessa del nostro leggiadro villaggio dal nome sgraziato (Vaccarizzo Albanese) qualcuno si accosta in devota preghiera alle icone di Angela, soavemente e santamente ignaro dei dubbiosi travagli di chi le dipinse.

Ettore Marino
Autore: Ettore Marino

Lettore, se ne hai curiosità, sappi che Ettore Marino, arbërèsh di Vaccarizzo Albanese, è nato a Cosenza nel 1966; che ha collaborato e collabora con varie gazzette cartacee e digitali; che per Donzelli Editore è uscita, nel 2018, la sua "Storia del popolo albanese. Dalle origini ai giorni nostri"; che nel 2021 è diventata libro, per le Edizioni "ilfilorosso", una sua raccolta di liriche intitolata "Patibolo"; che nell’Aprile del 2022 ha pubblicato, per Rubbettino Editore, "Un quadrifoglio, verde tra le spine. Traduzioni da poeti italoalbanesi"; che ha scritto molte altre cose di cui va talora chiedendosi se resteranno sempre inedite; che è arcilieto di collaborare con L’Eco dello Jonio; che il Covid, di cui pure ha patito, non gli ha fatto dismettere l’uso del tabacco; che ignora quando e come morirà.