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VERBA VOLANT - La retorica del successo

2 minuti di lettura

La parola del Verba Volant di oggi, in un modo un po' indiretto, l'ha scelta Alessandro Borghese.
Parliamo di successo, seguendo le parole dello chef, che non trovando personale punta il dito contro i giovani. 

Avvertenze per la lettura: il politically correct non vale per questo pezzo; troverete anche qualche parola fuori dalle righe del galateo, però si sa, i giovani sono fatti così; se non siete d'accordo con quello che scrivo, siete leggitimati a pensare che "non mi sono spaccato abbastanza la schiena" e che devo capire ancora come va il mondo, tanto la gavetta non finirà mai. 

Ok, partiamo. 

Lo dico subito: L'Italia è il posto peggiore dove lavorare. 

Partiamo dall'idea che non puoi essere riconosciuto semplicemente come un professionista che svolge un lavoro. In Italia o sei un ragazzino che deve imparare, se sei fortunato ed hai talento diventi il ragazzino che deve dimostrare di essere bavo, oppure quando arrivi ai capelli bianchi e la barba canuca, diventi il maestro saggio. Nel mezzo c'è l'altalena. 

La cosa divertente è che su questa altalena, noi costruiamo una narrazione del successo completamente diversa dalla realtà. Ci convinciamo che il successo si basi sulla fatica, sulla capacità di sopportazione dell'ingiustizia fino al momento del cambiamento. Per noi ha successo chi lavora più degli altri. Chi è sempre disponibile. Chi non dice mai no. 

Praticamente per avere successo, seguendo questo tipo di narrazione, devi essere o ricco o paraculo. O entrambe le cose.

La narrazione del successo meritocratico, impostata sul "chi è arrivato in vetta lo ha fatto perchè si è spaccato la schiena", non tiene assolutamente conto di tutti i limiti e gli sbarramenti sociali che esistono nella realtà. Esistono barriere economiche, logistiche, difficoltà nei trasporti, selezioni meritocratiche fasulle. 

Alessandro Borghese ha dichiarato che il probema che riscontrano in tanti, lui compreso, cioè quello di non trovare personale, sia aumentato dopo la pandemia, perchè proprio durante in lockdown le persone hanno compreso che esistono anche altre cose oltre al lavoro. 

Se seguiamo questo ragionamento, il vero problema è che serva una condizione straordinaria per ricordarsi del valore del proprio tempo, della bellezza delle proprie passioni, dell'importanza dell'affermazione dell'identità personale che non coincide sempre e comunque con l'identità professionale. 

Il nostro sistema è impostato per creare lavoratori infelici, insoddisfatti, che non ricordano le cose che amano, perchè così è più facile che producano le cose commissionate e magari un giorno si innamoreranno di quel processo. 

La contraddizione che più mi colpisce però, è che mentre noi puntiamo il dito contro i giovani, in Svezia lavorano con la settimana corta, cioè dal lunedì al giovedì e non sembrano così vagabondi. 

Oggi l'impresa si preoccupa del fatturato e da un certo punto di vista non potrebbe essere diversamente, io mi chiedo però quali sarebbero le conseguenze sul fatturato se l'impresa si ponesse l'obiettivo di costruire luoghi dove aver voglia di lavorare senza dover dimenticare se stessi. Perchè nelle mission aziendali non rimettiamo al centro il nostro tempo, ponendo come obiettivo anche quello di costruire un futuro desiderabile, per cui abbia senso impegnarsi. Perchè non costruiamo modelli in cui in azienda si scopre il proprio talento anche perchè si ha il tempo di farlo?

Sia chiaro, non punto il dito sugli imprenditori adesso, perchè sennò farei lo stesso errore di Borghese. 

Il nocciolo della questione è che non ha più senso puntare il dito. I giovani non sono tutti vagabondi, che non vogliono spaccarsi la schiena e gli imprenditori non sono tutti schiavisti che spremono soldi dal lavoro altrui. 

Molto spesso usiamo il nostro lavoro come base per sorreggere la nostra dignità, perchè il lavoro è il posto del mondo in cui abbiamo deciso di investire la nostra sapienza. Non è semplicemente un sillogismo in cui dal lavoro si arriva al mantenimento economico.

Io credo che nel successo ci sia abbastanza spazio per far vivere comodamente l'uomo e non solo il lavoratore. 

 

 

 

Andrea Costantino Levote
Autore: Andrea Costantino Levote

Andrea Costantino Levote nasce come giornalista sportivo. Frequenta il corso di Reporting alla Scuola Holden, ma si imbuca anche alle lezioni di Cinema e di digital marketing. Vince il Premio Phoebe di Scuola Holden con il teaser Democracia. Racconta i ritratti dei giornalisti sportivi che lo hanno ispirato nel podcast "I Cantastorie", all'interno del programma Eutropia su Spotify. Diventa CEO di Jugaad Produzioni e con il cortometraggio FAME vince diversi premi internazionali, oltre a una menzione speciale al festival Ermanno Olmi. Oggi è CEO e founder di DIEZ- CREATIVE AGENCY, agenzia di comunicazione con la quale racconta il talento, occupandosi del digital marketing di start-up e di imprese.