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Lido Sant'Angelo e quella Banchina progettata dal figlio del Brigante Palma

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“Quando fu il giorno della Calabria, Dio si trovò in pugno 15 mila kmq di argilla verde con riflessi viola. Pensò che con quella creta si potesse modellare un paese per due milioni di abitanti al massimo. Era teso in un vigore creativo, il Signore, e promise a sé stesso di fare un capolavoro. Si mise all’opera, e la Calabria uscì dalle sue mani più bella della California e delle Hawaii, più bella della Costa Azzurra e degli arcipelaghi giapponesi”. -  Queste le parole scritte dal grande Leonida Rèpaci, con un sano orgoglio meridionale, a proposito della Calabria.

Citando l’elenco delle bellezze che il Creatore ha donato ad ogni territorio calabrese, Rèpaci si è lasciato coinvolgere orgogliosamente dall’aspetto senz’altro particolare di una regione a due passi dalla montagna ma circondata da mare.

Non tradisce questo aspetto neppure il nostro territorio della Sibaritide che da sempre ha un rapporto privilegiato con i monti che fanno da corona alla piana; il Pollino da una parte e la Sila greca dall’altra, ma particolarmente con il mare.

Fin dai tempi antichi il mare è stato portatore di ricchezze e di cultura.

Proprio sull’Eco dello Jonio nei giorni scorsi si è scritto che “Prima dell'arrivo dei Bizantini la "vera" Rossano era sulle spiagge: il porto di Thurii” e che i Bizantini in Calabria, per tutta la durata della loro presenza, dal VI all’XI secolo, si adoperarono per costruire fortilizi e fondare o rifondare città.

Nei nostri giorni il territorio vanta un porto di notevole importanza che però ospita solo la flotta peschereccia del posto, che sebbene la più grande del mediterraneo, dopo quella di Mazara del Vallo, potrebbe essere fonte turistica e lavorativa di ben altro spessore.

Ancora nei nostri giorni si parla di un porticciolo turistico per le barche da diporto a Rossano, mentre è attivo quello dei Laghi di Sibari.

Un rapporto privilegiato quindi tra territorio e mare che però non è stato esente da brutture e da sciagure; ancora oggi si piangono i dodici marinai che persero la vita in quel triste 31 dicembre del 1974. Questo anno ricorre il cinquantesimo anniversario di quel brutto giorno.

Restando a fatti che ricordano il rapporto del territorio con il mare non si può omettere di scrivere della cosiddetta “banchina” di Sant’Angelo.

Una struttura questa che resta nella memoria dei meno giovani. Serviva da attracco per le imbarcazioni di un tonnellaggio adeguato che ha funzionato fino agli anni ’40 del secolo scorso.

Francesco Strafaci

Attiva fin dal 1800, la “banchina” rossanese è stata utilizzata per il commercio di materie prime del territorio, ma anche per importare prodotti che non si trovavano facilmente ed è stata progettata da Francesco Strafaci, figlio del “brigante Palma”.

Nel 1868, il 26 marzo, il Consiglio comunale rossanese proponeva un consorzio tra i comuni confinanti per la realizzazione della “banchina”, che nel preventivo doveva costare ben venticinque mila lire, ma non se ne fece nulla.

Dopo quattordici anni, nel 1882, il Consiglio Comunale insisteva nella sua richiesta presso l’autorità e nel 1886 decide di addossarsi tutte le spese con la motivazione che “legni esteri e nazionali diffidano di venire qui per difficoltà di approdo”.

Dopo la costruzione della “banchina” in una delibera del Consiglio comunale dell’epoca, nel 1890, il presidente fa dare lettura di una nota dell’onorevole Francesco Sprovieri che comunica la concessione dell’approdo settimanale a Rossano dei vapori della linea Palermo – Brindisi da parte del ministro delle Poste e Telecomunicazioni.

Particolarmente commercializzato il legname che arrivava dalla Sila con la teleferica dei Fratelli Feltrinelli, ma anche granaglie, liquirizia, olio e vino. L’import – export in quegli anni è avvenuto solo grazie alla “banchina” rossanese.

Non va dimenticato che il trasporto via mare era il più sicuro ed il più veloce per collegare il territorio a Napoli; oggi la cosa fa un po’ ridere, ma si pensi al contesto, allo stato delle strade, al brigantaggio e tutto il resto.

Dopo gli anni ’40 della “banchina” non si hanno più notizie se non nella memoria dei meno giovani; spulciando tra vecchi giornali si trovano diverse notizie su di essa e diverse richieste di ripristino come quella dell’onorevole Dario Antoniozzi che si rivolge al ministro dei trasporti dell’epoca e chiede al governo centrale notizie su porticciolo turistico, strade e ferrovie, che restarono lettera morta, oppure all’interessamento del ministro ai lavori pubblici Giacomo Mancini.

Agli inizi del nuovo secolo, nel 2004, una mareggiata portò in vista i resti della “banchina”: materiale ferroso arrugginito, blocchi di cemento ed altro, prontamente segnalato e protetto dai vigili urbani per la loro pericolosità, ma ci ha pensato ancora il mare a nascondere di nuovo il tutto.

Si potrebbe provare a ricostruire quello che a tutti gli effetti è uno dei luoghi identitari della grande città jonica?

Non sarebbe un’idea sbagliata e forse neppure molto onerosa ma darebbe nuovo impulso al “mare nostrum”.

Gino Campana
Autore: Gino Campana

Ex sindacalista, giornalista, saggista e patrocinatore culturale. Nel 2006 viene eletto segretario generale regionale del Sindacato UIL che rappresenta i lavoratori Elettrici, della chimica, i gasisti, acquedottisti e tessili ed ha fatto parte dell’esecutivo nazionale. È stato presidente dell’ARCA territoriale, l’Associazione Culturale e sportiva dei lavoratori elettrici, vice presidente di quella regionale e membro dell’esecutivo nazionale. La sua carriera giornalistica inizia sin da ragazzo, dal giornalino parrocchiale: successivamente ha scritto per la Provincia Cosentina e per il periodico locale La Voce. Ha curato, inoltre, servizi di approfondimento e di carattere sociale per l’emittente locale Tele A 57 e ad oggi fa parte del Circolo della Stampa Pollino Sibaritide