10 ore fa:Montegiordano si prepara a vivere la serata conclusiva di Cinemadamare
11 ore fa:Corigliano-Rossano, a Thurio messa in sicurezza l’intersezione tra la SP 253 e la SP 173
9 ore fa:Corigliano Volley dà il via alla stagione 2025-2026: sport, crescita e nuove sfide
14 ore fa:Numeri record al Pronto Soccorso dell’ospedale Chidichimo
9 ore fa:Gianni ed i suoi cani, la dignità semplice di un uomo che non ha mai smesso di sorridere
12 ore fa:«Sanità e colpi di mano ferragostani»: la denuncia di Laghi
13 ore fa:Odissea 2000, ancora qualche giorno di relax e divertimento al Parco Acquatico dei record
11 ore fa:Co-Ro, incidente alla rotatoria di Toscano: 3km di coda e traffico rallentato
15 ore fa:Schiavonea, al via la messa in sicurezza del cavalcavia sulla SS 106
10 ore fa:Caporalato e povertà: il prezzo umano del lavoro nei campi nella Sibaritide

Si rinnova il rito delle "Congreghe" accompagnate dal suono delle "tocte"

2 minuti di lettura

di Martino Rizzo

In una teca del Museo di Arte Sacra Beato Angelico di Vicchio, paese natale di Giotto nel Mugello, è possibile ammirare una “tocchita” del XIX secolo recuperata in una chiesina dei dintorni.

La tocchita chiamata in italiano raganella oppure crotalo, crepitacolo o nei vari dialetti tricchetracche, battola, cantarana, troccole e in tanti altri modi, era uno strumento liturgico in legno che veniva usato nelle funzioni religiose della Settimana Santa in luogo delle campane e dei campanelli. Infatti durante la Settimana Santa, dal giovedì al sabato, le campane dovevano tacere, addirittura venivano legate affinché non suonassero e questo vincolo aveva un grande significato. Innanzitutto religioso per il lutto che viveva la Chiesa in quei giorni, ma anche sociale in un’epoca in cui le campane erano anche una voce importante di una comunità che scandiva e ricordava i momenti significativi della vita cittadina. E così al posto delle campane venivano usate le raganelle, di vario formato, con diverse strutture e meccanismi, ma assolutamente costruite in legno. Insomma metallo, ferro, no, legno sì e a tal proposito in provincia di Enna si dice che nel giorno del Venerdì Santo «è di lignu la campana».

Angelo Frigerio, conduttore radiofonico della Svizzera italiana raccontava che nel Ticino «la Pasqua per noi ragazzi costituiva anzitutto un'occasione privilegiata per radunarsi in gruppo e gioiosamente percorrere le stradette del nucleo muniti di solide raganelle costruite artigianalmente, poiché in quei giorni, ricordando la passione di Cristo, le campane rimanevano mute». E aggiungeva che le raganelle erano «costruite con legno di castagno e con gli ingranaggi, o rotelle, e le linguette ricavate dal legno di corniolo o di bossolo».

Il professor Agostino Vendramin, già assessore alla cultura del comune di Istrana, in provincia di Treviso, riferisce della raganella quale «strumento di legno, che faceva un gran fragore nella notte del Venerdì Santo».

A Leonessa in provincia di Rieti la tocchita prendeva il nome di “tanavella” e anche qui veniva usata nei periodi in cui le campane erano "legate" e non potevano suonare, come ad esempio la quaresima, per avvisare i fedeli dell'imminenza delle funzioni religiose. E l’incarico di assolvere al compito di azionarle era demandato ai ragazzini del paese ai quali faceva oltremodo piacere poter fare una confusione autorizzata.

In Puglia, a Canosa, il prof. Di Nunno racconta che nelle stesse occasioni viene utilizzata la troccola, una tavoletta di legno con delle maniglie di ferro che ruotando in senso alternato, sbattendo su chiodi di ferro infissi nel legno, produce un suono stridente, un crepitio, che rievoca i colpi di ferro sui chiodi infissi nel legno sacro della Croce di Gesù, "quando si fece buio su tutta la terra… e la terra si scosse" (Matteo, cap. 27, v. 45 e 51).

Essendo la tocchita legata in modo inscindibile ai riti della religione cattolica si ritrova nelle nazioni dove tale religione è diffusa. In Spagna prende il nome di “matraca”, lo stesso con il quale viene chiamata in Sardegna.

Tornando alla Calabria piace riportare la narrazione fatta da Corrado Alvaro col suo “Gente in Aspromonte”. «Era Giovedì. La sera, fino a notte, mentre i pastori alimentavano in piazza il fuoco di Caifasso, il paese risuonava di canti e di supplicazioni, e il canto di Vocesana era alto e acuto come il canto del gallo. La processione del Venerdì uscì dalla chiesa verso sera. Senza suono di campane, sparuta. Il sole era velato. Un po’ di vento sbatteva come vele le coperte che paravano i balconi. Uscì primo, reggendosi appena, l’uomo con la cappa di spine fino ai piedi. Inciampò sulla scala. Una goccia di sangue gl’imperlò il petto nudo. Appena fu sulla piazza, reggendosi a fatica, si aggiunse allo sbattimento delle coperte un grido confuso di gente che chiedeva pietà ricordandosi dei suoi peccati. Parevano le voci sparse su una nave in pericolo. Dieci chierici uscirono reggendo il cero, piccoli, innocenti, coronati di vitalba fiorita. Il secco rumore del legno che sostituiva le campane legate crepitò sulla piazza».

 

Redazione Eco dello Jonio
Autore: Redazione Eco dello Jonio

Ecodellojonio.it è un giornale on-line calabrese con sede a Corigliano-Rossano (Cs) appartenente al Gruppo editoriale Jonico e diretto da Marco Lefosse. La testata trova la sua genesi nel 2014 e nasce come settimanale free press. Negli anni a seguire muta spirito e carattere. L’Eco diventa più dinamico, si attesta come web journal, rimanendo ad oggi il punto di riferimento per le notizie della Sibaritide-Pollino.