Contro la scuola del merito: dalle classifiche sugli istituti alle derive educative
A poche settimane dalla pubblicazione della classifiche Eduscopio è bene ricordare che il senso della scuola non è quello di esaltare i privilegi o produrre manodopera
Poche settimane ha fatto scalpore la diffusione dei dati della Fondazione Giovanni Agnelli sul livello delle scuole superiori dell’area Sibaritide-Pollino. Amministratori, famiglie, docenti e commentatori sono stati travolti da un’ondata di preoccupazione o da un’entusiasmo ostentato. Eppure, nel dibattito pubblico, sembra sfuggire un punto essenziale: si tratta di una classifica redatta da una fondazione privata e basata su interessi privati. Insomma una graduatoria da padroni basata sulla selezione sociale e sui crediti universitari.
È la solita fotografia parziale che accompagna da anni la scuola italiana: misurare gli studenti non per ciò che vogliono diventare, ma per ciò che “producono”, per il loro rendimento immediatamente spendibile nel mercato del lavoro.
Chiarissimo: questa è una classifica fantoccio, fondata su criteri opposti alla pedagogia, all’umanità, alla filosofia e alla spiritualità che dovrebbero guidare ogni percorso educativo. La scuola non è – e non deve essere – un’agenzia del lavoro.
Siamo stati abituati a una retorica tossica: “la scuola deve preparare al mondo del lavoro”. Una formula che ha colonizzato il dibattito pubblico e impoverito il senso stesso dell’educazione. Un adolescente non ha idea di cosa vorrà mangiare la sera stessa; figuriamoci cosa vorrà fare tra dieci anni.
La scuola vera serve a rendere le persone libere, capaci di uno sguardo critico sulla società, a non diventare marionette nelle mani di chi produce queste classifiche: i “padroni”. La scuola ha senso se riesce a formare ragazzi che abbiano dentro il concetto di assoluto, che sappiano fare paura e che non vogliano essere accuditi, ma pretendano di prendere il potere. Come dicevano i Romani: Aquilae semper aluntur, etiam si aliquando contra nos vertentur – allevare aquile, anche se un giorno si rivolteranno contro di noi. “Si ripaga male un maestro se si rimane sempre soltanto un discepolo” scriveva Nietzsche a proposito della virtù che dona per arrivare al concetto di superamento di sé.
Don Milani, Manzi, Rodari e Montessori ci hanno insegnato che il compito più alto dell’educazione è mettere al centro gli ultimi, i fragili, gli esclusi. Non i “migliori”, non i figli del privilegio. Chi parte avvantaggiato ha già la sua scuola migliore nel punto di partenza. Le “classi ghetto” esistono ancora oggi, alle soglie del 2026: praterie di odori forti, lontane dal fasto del latino e del greco, dove le parolacce si rincorrono e l’umanità è vera.
Oggi, però, abbiamo parole più dolci: i figli delle famiglie di serie A negli indirizzi migliori, quelli che non hanno a casa manco un tavolo dove studiare all'avviamento al lavoro 2.0. Nessuno può immaginare quante stelle appanate ci sono nelle medie dei paesini che non hanno idea di ciò che possono diventare ma "Prof, devo andare in una scuola che mi permette di trovare lavoro". Così il percorso, affrancato dal risultato e dal voto, va a farsi benedire. I nostri nonni mandavano le nostre madri e i nostri padri a scuola per studiare, non per trovare lavoro, affinché non vivessero le umiliazioni che avevano subìto sulla loro pelle.
Eppure continuiamo a idolatrare il concetto vuoto di “merito”. Quale merito può esserci per un ragazzo che nasce in una famiglia povera, in un contesto socioeconomico fragile, in un piccolo paese della nostra provincia? E quale confronto equo può esistere con un coetaneo nato a Milano, connesso al mondo, con accesso a risorse culturali e opportunità?
Eppure la parola “merito” oggi fa persino parte del nome del Ministero che guida la scuola italiana: “Istruzione e Merito”. Due concetti che dovrebbero essere antitetici, stampati a lettere cubitali nel vocabolario dei contrari.
Se la scuola viene ridotta a un grafico, a una classifica, a un posizionamento in base a percentuali e “produttività”, abbiamo già perso. La scuola non si misura con i numeri, ma con le persone: con la loro crescita, la loro libertà, la loro capacità di pensare e scegliere. La vera missione della scuola è fare umanità, non graduatorie. Le stesse classifiche meritano la stessa sorte delle cartacce che i nostri alunni si divertono a lanciare nel cestino.