Perché la Calabria del Nord-Est deve ripartire dal racconto di sé
Dalla Sibaritide a Corigliano-Rossano, il vero deficit del territorio non è solo economico o infrastrutturale ma culturale: senza un racconto capace di dirlo al mondo, nessuna politica potrà davvero cambiare il futuro della Calabria del nord-est
C’è una domanda - su tutte - che come un filo rosso attraversa silenziosamente la Calabria del Nord-Est: chi siamo davvero, oggi, e come vogliamo farci vedere dal mondo? Non è una domanda astratta. È una domanda politica, civile, culturale. Ed è forse la più urgente che questo territorio possa porsi in questo tempo confuso e accelerato. E alla quale ha necessità, urgenza di dare una risposta.
Perché mentre inseguiamo emergenze, rincorriamo bandi, commentiamo cronache spesso amare, rischiamo di perdere di vista una questione decisiva: non esiste sviluppo senza racconto, non esiste futuro senza una narrazione capace di tenere insieme ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che vogliamo diventare.
La Calabria del Nord-Est, la Sibaritide, il Pollino, l’Alto Jonio, Corigliano-Rossano in particolare, non soffrono solo di problemi materiali – che pure sono tanti e noti – ma di una fragilità più sottile e più pericolosa: quella di non riconoscersi fino in fondo in una storia comune, in un’immagine condivisa, in un orizzonte che non sia solo difensivo.
Viviamo in una terra che troppo spesso si racconta per sottrazione: per ciò che manca, per ciò che non funziona, per ciò che non arriva. Ma un territorio che si definisce solo per quello che non ha finisce per dimenticare quello che è.
E quello che siamo, se proviamo a dirlo senza retorica e senza infingimenti, è molto più complesso e interessante di quanto sembri. Siamo una terra che ha conosciuto la civiltà quando gran parte d’Europa era ancora un’idea. Siamo una terra che continua a produrre cultura, cibo, paesaggio, lavoro, innovazione, spesso in silenzio, spesso senza clamore. Siamo una terra che resiste, ma che – quando riesce a liberarsi dal racconto della sola resistenza – sa anche immaginare.
Il problema è che questo racconto non lo governiamo più noi. Lo subiamo. Arriva da fuori, filtrato, semplificato, talvolta deformato. E quando arriva da dentro, spesso è prigioniero di due estremi ugualmente sterili: o l’autocommiserazione, o l’autocelebrazione.
Tra questi due poli, però, c’è uno spazio enorme che ancora non abbiamo abitato davvero: quello della consapevolezza. Sapere chi siamo, con onestà e senza indulgenze, è il primo atto politico che una comunità possa compiere. Non per costruirsi un mito, ma per smettere di essere ostaggio degli stereotipi.
Corigliano-Rossano, in questo, gioca una partita che va ben oltre i propri confini amministrativi. Non perché sia “più” degli altri, ma perché è oggi il punto in cui si incrociano numeri, storia, simboli e possibilità. Se qui non prende forma una nuova grammatica del racconto territoriale, difficilmente potrà nascere altrove.
E attenzione: non stiamo parlando di marketing territoriale, di slogan, di loghi o campagne patinate. Stiamo parlando di qualcosa di più profondo e più duraturo: una narrazione che sappia dire il vero, che non nasconda i problemi ma che li collochi dentro una visione, che non si limiti a denunciare ma che sappia anche proporre.
Perché un territorio che racconta solo le sue ferite finisce per coincidere con esse. E un territorio che racconta solo le sue eccellenze finisce per non essere credibile. La maturità sta nel tenere insieme entrambe le cose, dentro uno sguardo che non sia né rassegnato né autoassolutorio.
C’è un tempo, nella vita delle comunità, in cui la sfida non è più solo costruire strade, scuole o opere pubbliche, ma costruire senso. Senso di appartenenza, senso di direzione, senso di possibilità.
Oggi la Calabria del Nord-Est è esattamente lì: in quel punto fragile e prezioso in cui deve decidere se continuare a farsi raccontare dagli eventi o iniziare a raccontarsi come progetto.
Perché il racconto non è un ornamento della politica: è una sua infrastruttura invisibile. Dove manca un racconto condiviso, la politica diventa amministrazione dell’esistente. Dove nasce una narrazione consapevole, la politica torna a essere visione.
E forse è proprio questo il passaggio che ci manca: smettere di chiederci solo come sopravvivere e iniziare a chiederci che posto vogliamo occupare nel mondo.
Non per sentirci migliori. Ma per smettere di sentirci minori.
Raccontarci meglio, allora, non è un esercizio di stile. È un atto di responsabilità verso chi resta, verso chi torna, verso chi verrà.
Ed è, oggi più che mai, una delle poche vere riforme che possiamo permetterci di non rimandare.