5 ore fa:Villapiana, “Pollino in Classica” celebra le donne: Giuliana Catania incanta Palazzo dell’Americano
39 minuti fa:Stasi augura buon lavoro a Faragalli, «ma ora discontinuità e controlli sulla gestione passata»
3 ore fa:Giornate FAI di Primavera: tornano protagonisti Giganti della Sila
17 ore fa:Un passo indietro che dava luce a tutto
6 ore fa:Castrovillari, magistrati e avvocati spiegano “le ragioni del No” al referendum sulla Giustizia
2 ore fa:I Socialisti di Cassano Sibari chiedono verità sulla gestione della diga di Tarsia: «Chiarezza su alluvione e danni»
5 ore fa:Mirto Crosia, una mimosa per celebrare le donne: la Croce Rossa pianta “Radici di Rispetto”
18 ore fa:Gasolio agricolo alle stelle, Coldiretti presenta esposto: «Possibili speculazioni sui prezzi»
9 minuti fa:Lauropoli, inaugurato il Centro Proxy: uno spazio dedicato alle donne e alla comunità
3 ore fa:La Dojo Bushi Castrovillari brilla al Trofeo Italia di Reggio Calabria di Judo

Io non sono una femminista

4 minuti di lettura

Cosa significa oggi raccontare le donne senza piegarsi alle semplificazioni del dibattito contemporaneo? È la domanda da cui prende forma Ragazze Ribelli – “Io non sono una femminista”, lo spettacolo teatrale che nei prossimi mesi arriverà finalmente in scena dopo il lungo stop imposto dalla pandemia.

Il progetto torna oggi con un’intenzione nuova grazie alla collaborazione del Centro Studi Musicali G. Verdi e del Centro Studi Margherita CSDanza, con la partecipazione degli studenti attori dei vari gruppi e, in particolare, grazie al lavoro laboratoriale realizzato con la sezione adulti della Scuola delle Arti MAROS In TEATRO.

Fin dall’inizio lo spettacolo ha suscitato curiosità. Titolo, sottotitolo, monologhi e riferimenti culturali – anticipati già in conferenza stampa – hanno fatto discutere. Ragazze Ribelli racconta le donne, ma lo fa in maniera diversa dal solito.

Qualcuno continua a dire che è un azzardo. Io non mi sono lasciata condizionare allora e non lo faccio oggi.

“Io non sono una femminista”. - Lo dico senza provocazione, ma con una precisazione necessaria: non lo sono nel senso che questo termine ha assunto oggi, riducendo o forse sminuendo il significato profondo che originariamente indicava una battaglia per i diritti della persona.

Al contrario, penso che un certo femminismo contemporaneo abbia alimentato un’idea di politicamente corretto che ormai invade qualsiasi discorso culturale, spostando l’attenzione dal punto centrale e rendendo talvolta difficile esprimere liberamente le proprie opinioni.

Faccio un esempio concreto che riguarda la letteratura e l’università.

Il femminismo mi innervosisce quando diventa una lente obbligata attraverso cui filtrare il mondo e persino una categoria estetica. Non ho molta simpatia per i gender studies, pur comprendendo le ragioni che ne giustificano l’esistenza. Non condivido però l’idea che un testo o un’opera d’arte diventino importanti solo per il significato politico che assumono.

Mi sembra, in altre parole, che il femminismo di oggi applicato alla letteratura – così come ad altri ambiti della società – finisca per applicare un filtro alla realtà e alle opere d’arte. E questo filtro, a mio avviso, indebolisce la conoscenza.

Sono invece profondamente convinta della parità dei diritti e della parità salariale. Anzi, credo che ci vorrebbero molte più donne nelle posizioni apicali, perché la nostra visione del mondo spesso ci offre una marcia in più: il nostro spirito di sopportazione, il pragmatismo, il romanticismo, la capacità di accudire, di curare e di prestare attenzione ai dettagli.

Qualcuno direbbe che questa è una forma di superiorità. Io preferisco chiamarla parità, forse per quieto vivere. La donna è spesso capace di mediare, trovare soluzioni, prendere decisioni giuste e – a volte – persino far credere all’uomo di averle prese lui. È un’arte sottile.

Resta il fatto che siamo diversi, fisiologicamente, mentalmente, sessualmente, intimamente. E questa differenza è un bene, perché è proprio ciò che ci permette di completarci.

Credo che oggi dovremmo concentrarci soprattutto su ciò che le donne hanno fatto e sulle conquiste ottenute grazie a quelle donne che avevano una visione ampia e profonda del femminismo. Una visione che oggi rischia di essere svilita da polemiche momentanee, da parole estrapolate, da reazioni immediate.

Sempre più spesso un uomo esprime un’opinione e si ritrova immediatamente etichettato come sessista, sciovinista o razzista. Anche il mondo dello spettacolo e della satira, per questo motivo, fatica ad essere libero come un tempo.

Ma torniamo alla cultura, che è il cuore del mio spettacolo.

La poesia italiana del Novecento è stata scritta in prevalenza da uomini. È vero. E alcuni di loro avevano un’idea delle donne che oggi definiremmo maschilista e retrograda. Ma fino a che punto il cambiamento della morale deve condizionare la storia della letteratura?

Nella poesia di inizio Novecento le donne sono spesso rappresentate come prostitute o chimere. Ma dovremmo per questo considerare meno interessanti le opere di Sbarbaro o Campana?

Ho guardato con preoccupazione anche all’idea di scegliere storie scritte da donne solo per riequilibrare l’assenza femminile nella storia letteraria e non per il valore di ciò che hanno scritto, al pari – questa volta sì – degli uomini.

Sappiamo bene che la mancanza di accesso all’istruzione e la segregazione nei ruoli domestici hanno penalizzato le donne. Questo spiega perché il numero delle scrittrici sia stato più basso rispetto a quello degli scrittori. E sappiamo anche che molte artiste sono state sottovalutate per pregiudizi.

Per questo è giusto riscattare il lavoro sommerso, farlo emergere, rendergli giustizia. Ma non credo sia intelligente riscrivere completamente la storia della letteratura, della musica o dell’arte figurativa gonfiando i risultati artistici femminili e ridimensionando quelli maschili per compensazione.

Le opere vanno scelte perché sono belle, perché trasmettono qualcosa, perché arricchiscono la conoscenza.

Diversamente il rischio è quello di sostituire una lettura intelligente del passato con una lettura pregiudiziale del presente.

Ho visto romanzi bellissimi essere sminuiti perché accusati di nascondere una prospettiva maschilista. Ecco, interpretazioni di questo tipo rappresentano per me una perdita, una sconfitta intellettuale.

Se ci offendiamo per ogni battuta, la prospettiva non è delle migliori.

Meglio raccontare le nostre storie, le nostre abilità, le nostre sofferenze, le nostre gioie e quel meraviglioso sesto senso che spesso fa la differenza. Io guardo alla differenza, perché a volte – più della parità – è proprio quella che ci eleva al nostro posto nel mondo.

Una prospettiva critica femminista dovrebbe farci rinunciare ai Canti Orfici di Campana a favore delle opere di Sibilla Aleramo? Io credo di no.

Se ancora oggi si leggono i primi non è perché viviamo in una società letteraria maschilista, ma perché sono opere straordinarie e fondamentali per la tradizione poetica italiana. Questo non toglie nulla alla bellissima scrittura di Sibilla Aleramo.

Le opere devono essere scelte senza timore di svantaggiarle perché non aderenti a una moda critica che considera più innovativo parlare di emancipazione femminile rispetto ad altri temi.

Ed è proprio da queste domande e da queste riflessioni che nasce Ragazze Ribelli 2.0.

Adesso non resta che attendere la scena.
L’appuntamento è presumibilmente per il mese di maggio, quando il sipario si alzerà e potremo scoprire insieme quali sorprese ci riserva questo viaggio.

Maria Rosaria Bianco
Autore: Maria Rosaria Bianco

Laureata in Economia e Commercio, la sua professione prende una strada decisamente diversa e si diploma come attrice al Conservatorio delle Spettacolo di Roma. Insegnate di teatro e direttore artistico della MAROS Eventi, porta al successo eventi regionali come IL GIRO DI MEZZANOTTE, IL VIVENTE IN MUSICA, IL MISTERO DELLA MADRE e SPECCHI RIFLESSI. Ama l’Arte, la Cultura e lo Spettacolo, nelle sue diverse forme e fa di questa passione artistica multidisciplinare il suo mestiere, con uno studio sempre curioso e costante. Impegnata nel sociale è mamma di Giuseppe e Alessandro Pallone. Crede nei giovani come unica forza appassionata e trainante di questa società. Collabora da anni con diversi enti e associazioni e realtà culturali, nazionali, regionali e del territorio e mantiene un rapporto professionale continuo con Roma, la città che l’ha vista nascere e crescere come artista e performer sotto la guida di Alberto Mosca e Gabriel Ferzetti e l’esempio di Fioretta Mari e Gigi Proietti.