La politica dalla sanità andrebbe tolta via... a pedate
Dallo spoke di Corigliano-Rossano ai territori dimenticati: reparti aperti e chiusi a comando, concorsi bloccati e milioni sprecati. La salute diventa terreno di scontro e i cittadini pagano il prezzo più alto
“Ci avete le balle!” direbbe Lucia Fornarelli, la celebre influencer del mondo del padel. Sì, lo direbbe per quello che sta accadendo a Corigliano-Rossano, emblema di una sanità calabrese che, la si può edulcorare come e quanto si vuole, ma resta il simbolo di inefficienza e di una politica ingerente che ha sempre l’ultima parola, anche sopra le esigenze e i bisogni dei cittadini. È una situazione paradossale e vergognosa.
È paradossale e vergognoso come, da quasi un decennio ormai, non si riesca a mettere ordine nei due presidi ospedalieri che insieme costituiscono lo spoke di Corigliano-Rossano. Strutture che, se funzionassero davvero in modo integrato, potrebbero dare tante risposte ai cittadini e che invece sono ostaggio di baronati (medici) e di campanilismi sfrenati, senza senso, della politica.
Sappiate che quanto sta accadendo con il (non) trasferimento del Punto nascita da Corigliano a Rossano è solo la punta dell’iceberg di una situazione incancrenita.
Perché non è solo la disorganizzazione violenta, campanilista e menefreghista a tenere ostaggio gli ospedali della terza città della Calabria. Ci sono anche scelte omissive che, di fatto, impediscono lo sviluppo di una sanità pubblica quantomeno sufficiente (non eccellente, sufficiente).
Si pensi, ad esempio, al blocco improvviso dei concorsi. Già i medici in Calabria non ci sono; se poi si rallentano o si bloccano anche le procedure concorsuali, vuol dire che siamo davvero alla frutta.
È il caso del concorso per dirigente medico di Ginecologia a Corigliano-Rossano, attivato e sospeso almeno un paio di volte. A fine febbraio scorso si sarebbero dovute svolgere le prove finali e invece, dalla sera alla mattina, tutto è stato sospeso. Nel silenzio complice della politica.
Per non parlare dei Pronto soccorso, di cui ormai si discute sempre meno, ma che restano uno dei punti più critici dell’intero sistema sanitario locale. Vivono sotto un regime di “fotocopiatura”: in pratica si tengono in piedi due presidi al “prezzo di uno”. E poi i ritardi, la carenza di personale, le faide interne.
E qui parliamo solo degli ospedali.
Se ci spostiamo sul territorio della Calabria del nord-est, “peggio mi sento”. La medicina territoriale è allo sbando. Se non fosse per qualche buona pratica come la telemedicina – ancora in fase embrionale e sperimentale – molti centri resterebbero completamente scoperti.
Basti pensare alla Sila Greca, con ambulatori che sembrano usciti dagli anni ’80: sporchi, spogli, igienicamente allo stremo. Oppure ai centri del Pollino costiero, da Alessandria del Carretto a Canna fino a Nocara, dove ogni mattina la sindaca Pandolfi accende un lumino a San Nicola sperando che nessuno si senta male. Perché, altrimenti, soccorsi: nisba.
E poi c’è di tutto: ambulanze del 118 senza medici, elisoccorsi che arrivano con il medico a bordo quando ormai è troppo tardi, solo per constatare il decesso. Una babele assurda e furibonda.
La soluzione, almeno per una parte dei problemi, sembra essere una sola: incazzarsi.
Così come hanno fatto i cittadini di Longobucco, il cui pressing ha portato l’ASP di Cosenza a investire in un ambulatorio medico d’avanguardia.
Ma allora il criterio qual è? Che i diritti si ottengono solo alzando la voce?
Perché, se è così, significa che a Cropalati o a Bocchigliero, per vedersi riconosciuto un diritto, cittadini e sindaci devono arrivare a fare le barricate.
Il vero problema, però, è un altro.
È che su una situazione già logorata – in un territorio di quasi 200 mila abitanti, da Corigliano-Rossano a Castrovillari, servito da due ospedali e mezzo – si inserisce anche la mano pelosa della politica. Quella che trama dietro le quinte, in silenzio, senza esporsi. Ed è lì che tutto si blocca.
Sta succedendo con la riorganizzazione degli spoke di Corigliano-Rossano, ma anche in tante altre vicende che passano sotto traccia e che poi diventano drammi quotidiani per centinaia di famiglie.
Allora basta.
Quando, nell’ultima campagna elettorale regionale, avevamo lanciato la provocazione di togliere la sanità dal dibattito politico, non lo facevamo a caso.
Non parlavamo del governo della sanità – che è compito della politica – ma dell’ingerenza nelle scelte operative, che è tutt’altra cosa. Perché un conto è definire strategie, visione e direzione; un conto è voler controllare ogni singola decisione.
E non ci stupiremmo se domani trovassimo qualche politico in sala operatoria o in uno studio medico a prescrivere farmaci. Tanto, alla fine, decidono sempre loro.
Siamo sotto Pasqua. E all’indomani di un referendum sulla giustizia che ha lasciato indifferenti molti cittadini, perché quando mancano i servizi essenziali, dei grandi sistemi dello Stato interessa poco.
E allora usiamo un’immagine evangelica.
Se oggi Gesù Cristo tornasse sulla terra, probabilmente non entrerebbe in un tempio a scacciare i mercanti. Entrerebbe in un ospedale. E lì, dove c’è sofferenza vera, prenderebbe un bastone e scaccerebbe la politica da quelle strutture. Li manderebbe via a pedate.
Ecco, se davvero vogliamo fare una riforma giusta, facciamo una cosa semplice: togliamo la sanità dalle grinfie della politica. Affidiamola direttamente al Capo dello Stato.
Perché è un diritto essenziale e fondamentale della nostra Costituzione.